Zero il folle

ROMA- Pare la Primavera del Botticelli quando, preceduto da sagome bianche su un candido fondale, compare come una divinità sul palcoscenico, dove a farla da padrone fin lì erano il nero pianoforte e le tre maschere (pure bianche), tre volti senza occhi sul sipario. Renato Zero, tornato Mercante di stelle attacca subito, seguito dal coro da stadio di un Palalottomatica stracolmo di sorcini della vecchia e nuova ora. Nonne, mamme, ragazze e ragazzi con qualche accessorio alla Zero, attempati signori e signore, ma anche coppie novelle che si scambiano baci e mano nella mano assistono allo show. E poco importa se la Grande Orchestra italiana, diretta dal maestro Renato Serio, è solo una registrazione (ma pare vera tanto che più di qualcuno è tratto in inganno!). C’è pure Pippo Baudo in prima fila e il Palazzetto lo saluta caldamente prima dell’apertura del sipario.

Lo spettacolo vola, nonostante e malgrado: la voce del mitico Re dei Sorcini (70 primavere non sono poche) ha qualche sbavatura, ma l’emozione resta intatta, tanto è forte il carisma dell’Artista. Sì, perché Zero se l’è guadagnata tutta quella “A” maiuscola, affrontando i demoni di Zero e le rigidezze di Renato, battendo entrambi e facendo entrambi vincitori in una ritrovata conciliazione tra le due facce opposte della stessa medaglia: l’Uomo.
Sulla ribalta si muove a passetti, come solo lui sa fare, scuote il mantello adorno di petali, e i fiori che gli fanno da copricapo seguono il ritmo e vai con Mai più da soli che fa da apripista al nuovo album e al tour Zero il Folle (6 date già sold out a Roma…), preludio a tre ore di spettacolo dedicate soprattutto al “nuovo”. Sì perché Renato vive il presente e si volta indietro solo qualche volta, per non dimenticare da dove viene e quanta strada ha fatto, quanti fischi ha avuto dai “cosiddetti maschi”!
Arriva un altro pezzo nuovo Viaggia, poi, tutto vestito d’oro, primo cambio d’abito dei circa 18 previsti per la serata d’apertura della tournée, ecco la splendida Cercami e per i tanti nostalgici del Palazzetto è un tuffo al cuore. Poi è già Emergenza noia, tra immagini alla Pink Floyd, stile The Wall, e Beatles, proiettate sul grande schermo dietro il sipario, tra video di sigarette, polvere bianca che uccide, uomini e donne come soldatini in marcia e perfino scimmie. Ma finché c’è cielo, c’è speranza e lui vince su tutto lo schifo terreno.
Ed è già tempo di buttarsi anima e corpo tra finti maghi e false ideologie, in Sogni di latta (era il 1978 quando uscì in Zerolandia), che tutti cantano, dalle prime alle ultime file fin su in piccionaia, ciascuno col proprio cielo da dipingere, tanto che Renato si affida al pubblico, come farà spesso coi (purtroppo pochi) vecchi evergreen in scaletta. E a rileggere questo testo capisci quanto Zero sentisse già l’emergenza ecologia in tempi in cui non era di moda. Già nel 1976 l’amico Pierangelo Bertoli (che Zero omaggia in Quattro passi nel blu, insieme ad altri grandi come Pino Daniele, Ivan Graziani, Tenco, Dalla, De André, Alex Baroni…) aveva scritto la poetica Eppure soffia, denunciando i crimini dell’uomo contro la natura. Altro che la scoperta di Greta Thumberg!
Ed è il momento del primo parlato della lunga notte per introdurre “Che fretta c’è”, altro pezzo nuovo.
Che bellezza! Un momento splendido per il mondo. Mai parentesi fu così felice: non siamo noi a dover timbrare il cartellino né ad andare in parlamento! Chi non va in piazza siamo sempre noi, ma siamo ancora noi a riempire gli stadi. Noi non abbiamo fretta, viviamo di questa rilassatezza che ci fa così bene ai polmoni e al cervello. E poi Renato torna in vestaglia verde acqua, parrucca abbinata, e si stende tra i cuscini sul lettone rosso e bianco al centro della scena per Dimmi chi dorme accanto a me mentre qualcuno gli urla: Voglio veni’ pure io.
Veloce cambio di scena, intanto che la musica va e le luci si abbassano, il letto scompare e il nostro è già tutto d’argento vestito, la parrucca bianca, pronto per Questi anni miei. Canta seduto su uno sgabello e domina la scena ora disadorna.
Parla, poi, giusto per dare l’assist alla prossima perla del suo ultimo lavoro: La cullaDa un po’ di tempo questi cieli non promettono niente di buono, nuvole su nuvole, via vai di jet e carburante spesi inutilmente…e le cicogne non vengono più. Applausi prima del Medley, il secondo in scaletta: appena un assaggio di MagariFermatiEd io ti seguiròLa tua ideaNei giardini che nessuno sa. Siamo “solo” all’ottavo cambio d’abito: ora domina il blu. E finalmente Renato si lascia andare e, tra gli applausi, e urla: Roma sei grande! Non c’è buca che tenga, non c’è monnezza che tenga!. Parole che faranno gongolare la sindaca Virginia Raggi.
E poi ancora col nuovo Figli tuoi prima di far ballare tutto l’ex PalaEur al ritmo di Madame, cantata dallo splendido Coro , ché Renato è andato a cambiarsi per ripresentarsi, dopo, in look total noir, solo per attaccare con Chi e Via dei Martiri che chiudono la prima parte dello show. Solo 15’ di pausa ed è secondo tempo, ugualmente intenso e trascinante che lui apre e interrompe subito infastidito dai telefoni che scattano foto: Basta coi cellulari, che siete venuti qui per Renato! Metteteci l’anima e la memoria!. A telefoni spenti (solo per poco) il Medley può partire con Vivo, Uomo no, Non sparare, Il Carrozzone, un accenno per ognuno e quasi tutto affidato al pubblico. Fino al trascinante Ufficio reclami, uno dei pezzi più incredibilmente gustosi sempre dal freschissimo Zero il Folle che Renato canta vestito che pare la fata turchina di Pinocchio.
La scena è ancora una volta affidata al Coro e al pubblico insieme per il classico dei classici del Re dei Sorcini Triangolo, pezzo troppo eccessivo per il Renato di oggi, pacificato sì con lo Zero di sempre ma fino con una specie compromesso storico. I fan ci restano un po’ male, ma capiscono e vanno avanti, perché non si discute: Si sta facendo notte e Renato è già in bianco e nero, con un manto che è un cielo parato di stelle.
La Grande Orchestra Italiana by Serio sul fondale, il piano sempre live, e tutti pronti a fare la Rivoluzione, mentre il Capo-popolo si è già mutato in un grigio soldato, pur sempre con elegante cappello a tradire l’estro. Tutti in piedi, dunque, che si salta e si canta insieme, al grido di “disarmo”, “tolleranza”, “alleanza”, “comprensione”, “aria”, “luce”, “stagioni”…fiumi di parole video proiettare insieme ai volti di un’umanità variopinta, tra bandiere del mondo e le immagini dei giudici Falcone e Borsellino a seguire quella del Cristo Gesù che pure ci sta bene tra Gandhi e Madre Teresa di Calcutta e magari un Bartali in bianco e nero.

«C’è una crisi in atto. Niente è più sufficiente per tutti – predica poi il Sommo dal palco – e finito il carburante saremo costretti a salutarci di nuovo e a incontrarci come un tempo… A fronte di energie alternative ce n’è una antica che sta riconquistando la fiducia (l’amore, ndr.) che aveva perso grazie a certi maschi balordi che maltrattano le donne, le uccidono suicidandosi. E la nuovissima Quanto ti amo va.
Mancano sette pezzi alla chiusura e, veloce come un lampo, Renato si è già mutato e ora uno brilluccichio di paillettes e strass argento, un po’ Pierrot, un po’ Mata Hari per ricordarci che siamo Tutti sospesi, prima di fare Quattro passi nel blu in compagnia dei grandi, artisti e amici che non ci sono più ma che brillano come tante stelle nel firmamento alle spalle di Zero. I nomi si susseguono, tra i caldi applausi degli astanti, mentre lui canta e incanta qual Pifferaio magico. Ecco un boato per i compianti Pavarotti, Daniele, Dalla, Gaber, Jannacci, De André, Anna Marchesini… e l’emozione sale ancora più su.
Altro brano dal nuovo disco, La vetrina, poi è il tempo di Amico assoluto dove Renato incorona la statua di un tipo che pare Buddha, prima di eclissarsi dietro le quinte.
Casal de’ Pazzi si apre con la testa ruotante di Pasolini, tra citazioni di ragazzi di vita e dintorni, Renato si perde costringendo il pianista a ripartire. Siamo ai titoli di coda, o quasi, con l’intensa Zero il Folle che poi è la storia di Renato Zero tout-court: lo conferma il video della traccia, un continuo rimando tra ieri e oggi, con l’artista davanti allo specchio a contemplare se stesso, con tenerezza. E quel ritornello ti adoro Folle Zero, io grazie a te vivo! è la riprova di una pace fatta tra le due indomite anime di un artista sempre sopra le righe che ha in odio la monotonia. Per il gran finale, tutti in piedi a urlare Il Cielo. Sotto il palco si accalcano presto i sorcini della platea, finalmente liberi di avvicinarsi al loro idolo. Renato, di bianco vestito, saluta con la mano, alla vecchia maniera: Non dimenticatemi! Vi adoro!.

 Orietta Cicchinelli

SANREMO 2017, CROZZA E TROPPO AMORE. CHE SIA BENEDETTA LA MANNOIA!

L’appuntamento è al Centro Produzione Rai di Corso Sempione a Milano alle 11.30. Un venerdì pieno di angoscia. La più bella notizia in una giornata funestata dalle notizie provenienti dall’Abruzzo, arriva proprio da quella regione tormentata. Le parole di Carlo Conti mentre si ascoltano le canzoni di Sanremo: “Ci sono dei sopravvissuti al Rigopiano”. E gli applausi, le lacrime. Poi, come un segno del destino, parte il brano di Fiorella Mannoia. E tutti, sollevati, aspettano che il conduttore rientri per annunciare:”La canzone vincitrice della 67° edizione del Festival di Sanremo è Che sia benedetta“. Ma non sarà così. Già da qualche anno il vincitore non rientra nei pronostici. Giusto o sbagliato che sia, c’è più suspence. Venendo ai brani in gara si potrebbe esordire con un: “Torna l’amore al Festival di Sanremo!” Non che fosse mai andato via, forse si era solo nascosto nel podio dell’anno scorso con gli Stadio vincitori assoluti, la Michielin eroina radiofonica e la freschezza del duo Caccamo-Iurato. Quest’anno trionferà soprattutto nei testi di Gigi D’Alessio (un pezzo dedicato alla mamma) e in quello di Ron (non per inimicarci il cantautore napoletano, ma siamo su altri pianeti…). Da un primo ascolto, Mannoia a parte, le radio troveranno ossigeno grazie a Samuel (già nell’airplay dalla scorsa estate con due singoli, non ne sbaglia una), Alessio Bernabei (l’unico a dare un po’ di ritmo alla kermesse, ma il pezzo sta in piedi per scommessa…), Clementino (idem come sopra) e Chiara Galiazzo (voce splendida, il problema anche per lei è il testo). Mediocri i brani di Violetta (ops, Ludovica Comello) ed Elodie (le sue corde vocali meriterebbero molto di più). Il mistero più grande resta sempre la presenza di Bianca Atzei, lasciata in naftalina per tutto l’anno e tolta dagli armadi polverosi solo per la kermesse canora. Menzione a parte per Paola Turci ed Ermal Meta. Li separano 17 anni anagraficamente. Quando la cantautrice romana iniziava a cantare, il ragazzo albanese iniziava le elementari. Ma emozionano entrambi. A fine “maratona”, Conti fornisce anche qualche dettaglio in più sulle serate, annunciando gli ospiti: Maurizio Crozza farà una copertina tutte le sere (in diretta), martedì ci saranno Tiziano Ferro (interpreterà anche con Carmen Consoli il brano Il conforto) e Ricky Martin, mercoledì sarà la volta di Giorgia, giovedì di Mika e sabato di Zucchero. Chiusura con l’exploit di Renato Zero. Escluso dal festival come autore per Sal Da Vinci si è fatto sentire così: “Sono in…cacchiatissimo, diciamo così. Non per me, non per la canzone, e nemmeno per Sal, con cui ho composto gran parte del suo nuovo disco. Avevo scritto, in questo momento, un inno d’amore per Napoli città aperta, Nanà appunto: possibile che non meritasse di essere tra i 22 brani scelti? Tutti migliori del mio? Tutte voci migliori di quella di Sal?”. Forse quando Conti disse, a fine dicembre:”Mi è arrivato un messaggio che mi ha fatto molto dispiacere, da parte di una persona che pensavo conoscesse bene me, il mio rigore, la mia correttezza nella scelta dei brani” si riferiva proprio al Re dei sorcini…

 

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Oblivion The Human Jukebox

oblivion

 

L’improvvisazione e la fantasia al potere. Un Teatro Olimpico gremito ha salutato la prima delle sei tappe romane degli Oblivion (gruppo comico musicale-teatrale, formatosi a Bologna più di dieci anni fa). Da Sanremo a X Factor, passando per le hit dell’estate e (addirittura) alla musica lirica. Uno spettacolo coinvolgente per il pubblico che, prima della serata, ha inserito il nome del proprio cantante preferito dentro un bussolotto. Dopo aver pescato i bigliettini, via alla dissacrazione. Bonaria, ma non troppo. Tutto rigorosamente dal vivo ma con mesi di lavoro alle spalle perché, si può anche improvvisare, ma se uno spettatore ti chiede brani di Bianco oltre alla facile ironia sul nome, altro non si può fare. Giusto ingoiare il pizzino e pescarne un altro. Tutto parte dal Festival di Sanremo. Evolution of Sanremo è, infatti, il cavallo di battaglia del gruppo. E’ un’esibizione che permette agli Oblivion di cantare in ordine cronologico tutti i brani vincitori della rassegna canora, dal 1951 a oggi. Poi la parodia dei Negramaro vestiti da tirolesi, il FestivalZar (dove a farla da padrone sono tutti gli artisti dimenticati in Italia ed emigrati in Russia a cercare e trovare fortuna), un duetto surreale tra Papa Francesco e Zucchero (con i testi del cantautore emiliano declamati a mo’ di liturgia ecclesiastica) e la parte più riuscita dello show: i cinque protagonisti alle prese con le monovocali e le… monoconsonanti (e qui la bravura di Francesca Folloni e Graziana Borciani nel cantare a due voci Almeno tu nell’universo di Mia Martini è davvero da applausi) Da Grazie dei fior ad Andiamo a comandare. Notevole anche la capacità vocale del gruppo unita a quella di saper gestire gli imprevisti. Dopo aver fatto scegliere e leggere un foglio in sala (dove c’era appuntato il nome Caruso) l’ignaro spettatore ha pensato bene che si trattasse del comico Pino, salvo poi tentare di salvare il tutto citando Pippo (Caruso anche lui…). L’unico che mancava era il tenore Enrico. Esistono pezzi nel loro repertorio? Ehm, no… Che importa? Una bella cantata di brani in napoletano e passa la paura. In mezzo quasi settant’anni di musica (più o meno di qualità). Ma il merito degli Oblivion è proprio quello di trasformare con abili mashup le note di Renato Zero e Claudio Baglioni, dei Queen e di Tiziano Ferro. E se si tratta di Elio? Basta soffiare in un palloncino e le storie non sono più tese come corde di una chitarra ma si possono suonare e cantare anche in un bis!

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Sanremo 2016 La serata Finale

A sorpresa, come nelle più belle favole, la vittoria degli Stadio con Un giorno mi dirai riporta la canzone d’autore sul podio più alto. Seconda Francesca Michielin con Nessun grado di separazione, terza classificata Via da qui cantata dalla coppia formata da Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Verdetto giunto dopo un’interminabile e noiosissima serata, ravvivata da un superlativo Renato Zero. La sua voce, le sue dichiarazioni mai banali (il discorso sul rapporto che hanno i veri artisti con il camerino è una vera e propria chicca) e un nuovo pezzo in anteprima Gli anni miei raccontano, che anticipa il nuovo album Alt in uscita l’8 aprile. All’inizio dell’esibizione un medley di successi aveva fatto ballare tutto il Teatro Ariston e scatenato un trenino in sala stampa. Serata iniziata con l’esibizione di Francesco Gabbani (vincitore delle nuove proposte) e con l’annuncio dell’unico big ripescato: Irene Fornaciari. Quasi inutile l’esito, visto il risultato finale che la figlia di Zucchero ha ottenuto. Ultima classificata come il padre 31 anni fa. Ottimo per chi crede nei corsi e ricorsi storici o nella scaramanzia. Fuori sincrono e inspiegabile, invece, il collegamento video con Il Volo (trionfatori lo scorso anno) direttamente da New York. A scaldare il pubblico c’è voluta la grazia e la maestria di Roberto Bolle esibitosi in una coreografia sulle note di We will rock you dei Queen e l’esordio a Sanremo di Cristina D’avena, approdata al festival dopo una vera e propria petizione sui social network. Sette milioni di dischi in trent’anni di carriera, una vita di sigle televisive di cartoon. Il valzer del moscerino, Kiss me Licia, Occhi di gatto, i Puffi, la D’Avena ha cantato tutti i suoi cavalli di battaglia con la platea in delirio. Simpatica la gag dei due amici storici di Conti (Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni) per lanciare lo spettacolo che li vedrà protagonisti il 5 settembre all’Arena di Verona. Una reunion per i tre inseparabili compagni di mille avventure. Per quel che riguarda i big, sempre spiazzanti Elio e le Storie Tese travestiti dai Kiss. Per il resto, piattume generale. Non un brivido, non un colpo di scena. Il verdetto finale è arrivato all’una e trenta. Si chiude così il secondo Festival dell’era Conti. Ne seguiranno almeno altri due. Forse Baudo ha trovato un degno erede. Anche se più ingessato.

Questo il resto della classifica:

4) Enrico RuggeriIl primo amore non si scorda mai

5) Lorenzo FragolaInfinite volte

6) Patty PravoCieli immensi

7) ClementinoQuando sono lontano

8) NoemiLa borsa di una donna

9) Rocco HuntWake up

10) ArisaGuardando il Cielo

11) AnnalisaIl diluvio Universale

12) Elio e Le STorie TeseVincere l’odio

13) Valerio ScanuFinalmente Piove

14) Alessio BernabeiNoi siamo infinito

15) DolceneraOra o mai più (le cose cambiano)

16) Irene FornaciariBlu.

Il Premio della Sala Stampa Radio-tv-web Lucio Dalla – Sezione Campioni è andato agli Stadio con il brano Un giorno mi dirai. Alla band emiliana sono andati 19 voti. Rocco Hunt ne ha presi 15, Annalisa 12, Elio e Le Storie Tese ed Enrico Ruggeri 11, Noemi 10.

Il Premio della Critica Mia Martini – Sezione Campioni è invece andato a Patty Pravo con il brano Cieli Immensi. All’artista sono andati 18 voti. Elio e Le Storie Tese ne hanno conquistati 17, gli Stadio 16. In tutto hanno votato 109 giornalisti presso la Sala Stampa Ariston Roof.

Il Premio Sergio Bardotti per il Miglior Testo è andato al brano Amen di Francesco Gabbani, vincitore tra le Nuove Proposte.

Sono stati 11 milioni 223 mila i telespettatori, pari al 52.52% di share, che hanno seguito ieri la finale del Festival di Sanremo. Rispetto all’anno scorso – quando l’ultima serata del festival era stata seguita in media da 11 milioni 843 mila spettatori, pari al 54.21% di share – gli ascolti sono in calo di circa 600 mila spettatori e quasi 2 punti di share. La prima parte della finale di Sanremo ha fatto segnare 12 milioni 695 mila spettatori con il 48.76% di share, la seconda 8 milioni 712 mila pari al 64.89%. Un anno fa la prima parte dell’ultima serata del festival era stata seguita da 12 milioni 763 mila spettatori pari al 50.77% di share, la seconda da 10 milioni 8 mila con il 65.48%.

 

Sanremo 2016 – La conferenza stampa

Un’ora, non di più. Tanto è durata la conferenza stampa della kermesse canora. Tempi stretti per il Conti-bis (in attesa di un Conti-ter, già in programma per il 2017). D’altronde la curiosità era tutta rivolta alla conoscenza delle vallette e super ospiti italiani e stranieri.

E qui arrivano le prime sorprese. Ad affiancare il presentatore toscano ci saranno due donne e… un uomo. Gabriel Garko, visto recentemente deformato da vari make up non riusciti in compagnia di Virginia Raffaele (già presente all’Ariston lo scorso anno in altre vesti) e la misconosciuta modella e attrice russa Madalina Diana Ghenea. La seconda sorpresa arriva dall’annuncio degli ospiti. Tutti made in italy quest’anno e i rumors più o meno accreditati che davano Elton John come sicuro partecipante vengono messi a tacere sul nascere dal direttore di RaiUno Giancarlo Leone :”Non vogliamo svelare tutto e subito, abbiamo la necessità di riservatezza”. Per i nostri artisti invece, oltre ai già annunciati Eros Ramazzotti, Laura Pausini e i Pooh (con il rientro nel gruppo di Riccardo Fogli) ecco Renato Zero (presente al Festival in gara in due occasioni).

L’inizio della conferenza stampa è stato un omaggio a David Bowie, scomparso ieri. Sullo schermo le immagini della sua ospitata nel Festival 1997 condotto da Mike Bongiorno. Poi Conti ha spiegato di aver “sparigliato le carte” rispetto alle previsioni e ha annunciato una sostanziale novità nel regolamento canoro “Ci sarà una variante al venerdì sera: dirò le ultime cinque canzoni in classifica, il televoto durerà fino all’inizio della finale del giorno dopo e sarà ripescata solo una canzone.Lo scorso anno era una macedonia con sapori musicali diversi, quest’anno è un mosaico con tanti tasselli e colori.” Si parla anche del ritorno del DopoFestival. Lo condurranno Nicola Savino e la Gialappa’s Band. Di sicuro non mancheranno le risate!

Le parole di Garko :”Per me è stata una sorpresa, ho l’abitudine di sottovalutarmi. Non abbiamo avuto un appuntamento con Carlo, me l’ha detto al telefono mentre stavo guidando. Stavo per fare un incidente e ho iniziato ad insultarlo. Sono timido anche se non lo direste mai perché mi spoglio sempre. Per la prima volta mi troverò su un palco…”. “Vestito”, dice la Raffaele. “Non lo so. Sarò realmente me stesso, cercherò di essere come sono a casa mia, senza nascondermi dietro ad un personaggio. Solitamente sono il protagonista dei film, qui sarò al servizio della squadra”. E sarà proprio così visto che co-condurrà le serate. O meglio, una conduzione a quattro voci. La più spigliata in conferenza è apparsa la Raffaele. La sua frase :”Sanremo è come la Nazionale. Anzi, dirò di più: E’ come la Banca Etruria! Tutti dicono tutto”. Più timida la Ghenea :”Mi mancano le parole, guardavo il festival sin da piccola con i miei genitori. Non so come ringraziare Carlo, la Rai e l’Italia intera”. La sicurezza rafforzata è uno dei temi che più sta a cuore. Quest’anno il pubblico avrà biglietti nominativi (un po’ come allo stadio…). La nota “stonata” è la scenografia. Bella, per carità, ma totalmente uguale a quella dello scorso anno. Prima di chiudere Conti confessa che molto probabilmente sarà ospite anche Cristina D’Avena. E’ di questi giorni una petizione lanciata su Twitter per averla.

A chiudere la risposta del presidente Leone alla domanda del collega Luca Dondoni sull’ormai famigerato countdown fantozziano che ha visto la Rai (involontaria?) protagonista a Capodanno :”Se risultassero vere le anticipazioni pubblicate, la Rai non deve far altro che scusarsi, mai una decisione così irrispettosa quale quella di intervenite nel countdown è stata anticipata o condivisa con i vertici della Rai. Né ora né in passato. L’autorizzazione non è mai stata chiesta né data. Non esisteva una prassi verso l’anticipo del countdown. Nei precedenti Capodanni firmati da me come direttore di Rai 1 non si sono mai verificati anticipi dell’orario”. Finirà tutto in una bolla di sapone. A fine mese appuntamento con l’ascolto dei brani, con la speranza di sentirne delle belle!

 

 

Antonello Venditti Live Stadio Olimpico Sabato 5 Settembre 2015 Tortuga Tour

Raccontare un concerto di Antonello Venditti per di più allo Stadio Olimpico di Roma è un esercizio non solo musicale ma anche politico, calcistico e sociale. Maggiormente negli ultimi anni, per merito (colpa?) del cantautore romano. Mancava all’appuntamento da 15 anni e ha dato tutto sia nei mesi precedenti (12 per l’esattezza, un anno intero) sia durante le tre ore di live dove per strafare ha dimenticato parole, è andato fuori tempo, ha usato la sua voce come base nelle canzoni del nuovo album. Visibilmente emozionato ha dato il via al concerto alle 21 esatte tornando indietro di ben ventiquattro anni con Raggio di Luna, pezzo d’apertura dei concerti dell’epoca. Poi ha tirato fuori dal cilindro brani indimenticabili (assenti da troppi anni in scaletta) come Peppino, Stella (legata agli eroi di Capaci) sino ad arrivare al brano migliore e più toccante di Tortuga. Sulle note di Non so dirti quando, le sue lacrime erano ben visibili mentre il maxischermo alle sue spalle mandava foto di suoi compagni, amici e colleghi scomparsi negli ultimi tempi: Lucio Dalla, Pino Daniele, Alessandro Centofanti.

Il pianoforte rosso, uno dei tanti simboli rimossi, rinnegati e poi tornati sul palco regalava Sotto il segno dei pesci, Bomba o non bomba, Sara finalmente riportate alle sonorità degli anni 70 insieme al suo gruppo storico Stradaperta. A differenza del suo sodale Francesco De Gregori, Venditti non stravolge mai le sue canzoni, anzi… Un bene per chi vuole cantare con lui, meno per chi volesse ascoltare un po’ di sperimentazione maggiore.

Briga, chi era costui? Il ragazzo di Amici tanto acclamato dalle ragazzine amanti del programma quanto poco dal pubblico presente ieri sera, ha cercato di interpretare Dalla pelle al cuore e nel finale, addirittura, Roma Capoccia. Si poteva evitare, tanto più che la sua voce era travolta da quella del protagonista. Scarso gradimento e pochi applausi per lui. Moltissimi invece per Biagio Antonacci, in formissima al fianco di Venditti nell’interpretazione di Che fantastica storia è la vita e Amici mai. Tonalità diverse ma molto affiatamento. Parlavamo prima del nuovo disco. Sull’ultimo singolo Ti amo inutilmente stenderemmo un pietoso velo. Ci anticipa Antonello quasi scusandosi dicendo:” E’ la più stupida canzone che abbia mai scritto, ma non si sempre si può dare il massimo”. La folla la balla lo stesso, facendo poca attenzione al testo. Meglio per tutti.

Manca il gran finale, quello che (non) ti aspetti da nessun cantante. Ma da Venditti sì. Il Grazie Roma con Dado, Carlo Verdone alla batteria, Simona Izzo – “oddio,c’è pure la mia ex moglie”- Ricky Tognazzi e… Massimo Ferrero (il patron della Sampdoria, ex curvarolo) che invita il pubblico a saltare improvvisando un:” Chi non salta della Lazio è”. Stupiti ci ritroviamo a saltare anche noi in prima fila e guardiamo tutto lo stadio alle nostre spalle fare lo stesso. Resta in tribuna solo Renato Zero. Venditti chiama a gran voce il pubblico del parterre a salire con lui sul palco, ma la sicurezza ci ferma dopo un principio di rissa scoppiata a un metro da chi vi scrive. Mentre lo stadio si svuota e i musicisti hanno riposto gli strumenti, Venditti torna sul palco. E’ il momento di Ricordati di me. Finisce sempre così, neanche stavolta è mancato uno dei pezzi più riusciti del suo repertorio. La fredda cronaca finisce qui. Ma non possiamo esimerci dal muovere una critica all’andamento del concerto, preparato troppo a parole e poco nei fatti. Capiamo l’emozione, il voler essere eternamente ggiovane (con due g, ovvio) il ritorno all’Olimpico, ma troppe cose si potevano evitare. Briga su tutte. Forse anche Dado (ripete se stesso da tanti, troppi anni). E forse (anzi sicuramente) bisognava rivedere il nuovo disco cercando di ricordare bene le parole. Una certezza: di Tortuga nei prossimi concerti romani non ci sarà traccia. Come è stato per tutti gli altri dischi, da vent’anni a questa parte.

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Le foto sono © @Rtl102.5 e @Ilaria Baisi

”ZERO IN LETTERATURA, percorsi poetici e sociali di Renato Zero”

Si è svolta stamattina alla Pelanda di Testaccio, in piazza Giustiniani, la premiazione per incoronare i vincitori del concorso  ZERO IN LETTERATURA, percorsi poetici e sociali di Renato Zero. Su http://www.metronews.it il racconto della giornata.

http://www.metronews.it/15/03/06/zero-la-lingua-non-si-usa-parlare.htm

zero metro