Tolo Tolo

E cinque… Anzi, e uno! Sì, perché dopo i primi quattro film diretti da Gennaro Nunziante, Checco Zalone si è messo in proprio. Un’uscita con un numero copie senza precedenti, circa 1.250, per sbancare ancora una volta. Non sarà facile. Tolo Tolo non convince come i precedenti. Certo, ancora una volta viene toccata l’attualità. E mai come questa volta le polemiche (sterili, va detto) sono state il sale dell’attesa. La pellicola parla di immigrazione, il tema più trattato (bistrattato) nell’ultimo anno. Si è fatto un gran parlare del brano Immigrato, accusato dai soliti falsi moralisti di razzismo. Zalone è stato tirato per la giacchetta da tutti i partiti politici (o presunti tali). Ma non si è scomposto. La sua commedia nazionalpopolare quanto si vuole pur toccando sul vivo il tema non dà quasi mai l’impressione di voler lucrare sulla pelle di nessuno. L’attore pugliese non è affatto razzista (e ci mancherebbe pure). Fa il suo, fa ridere. Non fa politica. Anche perché, per dirla alla Flaiano: La situazione politica in Italia è grave ma non seria. E il pregio di Zalone è ridere anche sulle disgrazie. In un periodo dove manca l’impegno civile da parte dei cantautori, dove i poeti non ci sono più, tocca ai comici l’arduo compito di far riflettere. Meglio di nulla. Ma si poteva e si doveva osare di più. In conferenza stampa Pietro Valsecchi (produttore della pellicola insieme a Camilla Nesbit per Tao Due) interpellato a proposito delle ultime uscite del leader della Lega ha dichiarato

Non avrei mai speso ventimila euro per fare un film contro Salvini. Tolo Tolo parla di persone che non cercano un futuro migliore, ma un futuro e mette in scena la realtà contemporanea con il sorriso, con un tocco magico e poetico

Mentre Zalone…

Ho inserito nel film un personaggio che somiglia ai politici attuali: ha una carriera sorprendente come Di Maio, veste come Conte e parla come Salvini. Ho creato una specie di mostro, insomma

Come chiosa, il comico pugliese ha detto la sua anche sul finanziamento all’editoria facendo una battuta sulla possibile chiusura di quotidiani come Il Foglio

Sarebbe assurdo chiudere un giornale così. Lo leggo sempre, specialmente in aereo. Anche perché è facile da sfogliare…

Se non è satira questa…

Lo sbarco al cinema è, come d’abitudine, il primo giorno del nuovo anno

 

 

 

LA TRAMA

Tolo Tolo, il film diretto da Checco Zalone, narra la tragicomica storia di Checco (Zalone), uomo che ama sognare in quel di Spinazzola, in Puglia.
Dopo un fallimentare tentativo di trapiantare la cultura del sushi in terra carnivora, Checco fugge oberato dai debiti e tampinato da famiglia ed ex-mogli, incauti finanziatori dei suoi goffi sogni imprenditoriali.
Si rifugia da cameriere in un resort africano, a confidarsi con l’amico e collega del posto, Oumar (Souleymane Sylla), che sogna l’Italia e adora il cinema neorealista italiano.
Dentro di sé, Checco si sente più vicino ai tanti ricconi italiani che deve servire nell’hotel. Il suo equilibrio è decisamente precario, e si spezza quando la guerra civile spazza via tutto e spinge Checco e Oumar prima nel villaggio di quest’ultimo, poi direttamente sulla rotta per l’Europa: bus precari, deserto, passaggi fortunosi, momenti di pace, guerriglia, carceri e attraversamento del Mediterraneo.
Checco non vuole saperne di tornare dove lo attendono al varco debiti e fallimenti, anzi: sogna di ritornare in Europa ma di trasferirsi nel Liechtenstein!
Non avrà però altra scelta che farsi trascinare, perché si è innamorato di Idjaba (Manda Touré), anche lei in fuga in compagnia di suoi figlio Doudou (Nassor Said Birya), che lo ha preso in simpatia nonostante la sua insofferenza molto occidentale per la situazione.
In particolare, l’assenza di farmacie e adeguati cosmetici per la pelle si fa sentire. Mentre in patria pugliese lo danno per disperso e qualcuno spera persino che muoia per un colpo di spugna ai debiti, Checco attraversa realtà più e meno crudeli dell’Africa, aiutato anche da un irritante e piacione reporter francese, Alexandre Lemaitre (Alexis Michalik). Chi sarà dalla sua parte fino alla fine? Chi rimarrà con lui in Italia? Ma soprattutto: come si fa a trovare un Imodium in Africa?

PIERLUIGI CANDOTTI

Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Fuori dalla sala del Moderno di Piazza della Repubblica in Roma è ressa tra giornalisti e ospiti per aggiudicarsi lo zainetto di BB-8, il robottino da non sottovalutare in questa battaglia finale di una delle saghe di maggior successo al cinema. Abbiamo visto in anteprima Star Wars: L’ascesa di Skywalker noto anche come Star Wars: Episodio IX – L’ascesa di Skywalker, diretto da quel geniaccio di J. J. Abrams.

Questo terzo e ultimo film della cosiddetta “trilogia sequel”, composta da Star Wars: Il risveglio della Forza (2015) e Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017), sembra più scoppiettante e scorre che è una meraviglia. Le due ore e mezza di film volano tra battaglie e contro battaglie, inseguimenti mozzafiato ed effetti speciali all’avanguardia che rendono così reali anche le bestioline e gli esseri animati più improbabile che popolano la galassia di Lucas & Co. Nel film si rivede gran parte del cast delle 2 pellicole precedenti, con Carrie Fisher, Mark Hamill, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Anthony Daniels, Naomi Ackie, Domhnall Gleeson, Richard E. Grant, Lupita Nyong’o, Keri Russell, Joonas Suotamo, Kelly Marie Tran, Ian McDiarmid (che torna a nel ruolo di Palpatine) e Billy Dee Williams (che torna a vestire i panni di Lando Calrissian per la prima volta da Il ritorno dello Jedi). Resta solo la necessità di rivedere i precedenti 8 per godere appieno del 9° soprattutto per i neofiti. Perché una volta visto il film vorreste collezionare tutti i personaggi più stravaganti della saga droidi, umanoidi e non solo!

E ora: tutti al cinema e… Che la forza sia con voi!

Orietta Cicchinelli

Pinocchio

ROMA ­- L’attesa era tanta e le aspettative, forse, troppe con una storia tanto universale quanto unica come quella del burattino più famoso del mondo e un cast vincente sulla carta. Così, nonostante l’ambientazione pazzesca e qualche attimo di emozione (il ciuchino-Pinocchio buttato a mare, Geppetto-Benigni padre amorevole che liscia con lo stucco le crepe sul viso del suo monello di legno) e qualche trovata geniale (la lumaca della Fata Turchina che lascia la scia-killer sulla quale scivolano i visitatori della casa, dai dottori al Grillo parlante e cassa mortuari) il Pinocchio di Matteo Garrone non colpisce al cuore (Le avventure di Pinocchio di Comencini restano insuperate). Si ha come l’impressione che la preoccupazione di essere fedele al libro di Collodi abbia frenato il regista che con Massimo Ceccherini ha anche sceneggiato il film (perché? Che bisogno c’era, visto il tanto materiale a disposizione?). Infatti, come amava ripetere il maestro Vincenzo Cerami “spesso per interpretare e rendere bene sullo schermo le emozioni contenute in un libro, in una pagina scritta, occorre, è necessario tradire il testo”. E bene avrebbe fatto Garrone a seguire il consiglio.

Se sia valsa o no la pena di fare Pinocchio lo dirà il pubblico – precisa il regista – ma era difficile resistere alla tentazione e, poi, potevo contare su attori che mi hanno aiutato molto a fare un film di una certa leggerezza che mi scrollasse di dosso l’immagine di un autore dark. Spero che si riscopra con me la fascinazione di una favola senza tempo come quella di Carlo Collodi.

Ora, sicuramente questo ennesimo adattamento della favola nera (nelle sale dal 19 dicembre in 600 copie distribuite da 01) farà cassa al botteghino, più per la curiosità di vedere Roberto Benigni (già nei panni di Pinocchio, ma con Vincenzo Cerami come sceneggiatore…) magistralmente invecchiato nei poverissimi abiti di mastro Geppetto che altro…

Ho dimestichezza con Pinocchio – dice il comico toscano alla prima romana – e non ricordo chi sia stato l’ultimo a farlo ­(scherza, ndr.), ma questa è una storia d’amore tra padre e figlio, come ne “La vita è bella” anche se qui si tratta di un babbo per eccellenza. È un film per bambini dai 4 agli 80 anni, perché diverte questo burattino birbante che scappa già dalla nascita e poi Garrone è un pittore.

E a proposito del suo lavoro Benigni, che dice di essersi spaventato vedendo la sua immagine invecchiata dal trucco, spiega:

 Ho seguito le indicazioni del regista. Quando Matteo mi fece vedere la foto di come sarei stato, ho esclamato: ma questo è mio nonno!

A chi gli chiede, poi, del suo rapporto con Pinocchio il toscanaccio risponde

La favola di Collodi va oltre la classicità: è come il mare che ti avvolge al di là della storia stessa. Il libro è pieno di simboli, metafore, allegorie divenute universali: il naso che si allunga per le bugie, le orecchie da asino se non studi perché diventi somaro e anche la metafora del gatto e la volpe che dice di non credere a chi ti promette facili guadagni senza faticare. Proprio come Don Chisciotte Pinocchio pensa che nel mondo non esiste il male

A chi gli chiede se farebbe ancora Pinocchio risponde:

 La gente quando m’incontra in giro per Testaccio mi dice: ora ti manca solo la Fata Turchina. Ma io farei anche il tonno e la balena!

A fargli eco Rocco Papaleo, il Gatto (in coppia con Ceccherini che veste i panni della Volpe)

Io avrei fatto anche la lumaca pur di girare con Garrone

E Gigi Proietti:

Io Mangiafuoco? Una mazzata all’inizio quando Matteo me lo propose mostrandomi la foto del personaggio alla Rasputin – dice il mattatore romano – ma ora sono orgoglioso di averlo fatto e anzi ho temuto di non poterlo fare. Io mi sono adeguato al trucco: Mangiafuoco è un uomo solo che vive con dei burattini di legno e trova un burattino senza fili, non un uomo, che per la prima volta lo bacia e lo fa sentire meno solo

 

Ma forse il più sincero di tutti, alla fin fine, è proprio Pinocchio stesso. Il piccolo Federico Ielapi che ogni giorno, per tre mesi si è sottoposto a ore e ore di trucco (concepito dal pluripremiato make-up designer Mark Coulier) per somigliare al burattino, non ha dubbi:

 Quattro ore di trucco al giorno? Beh mi pagano bene e poi stare con Benigni e gli altri sul set è bello e divertente

Dal 19 dicembre al cinema.

 

Orietta Cicchinelli