Zero il folle

ROMA- Pare la Primavera del Botticelli quando, preceduto da sagome bianche su un candido fondale, compare come una divinità sul palcoscenico, dove a farla da padrone fin lì erano il nero pianoforte e le tre maschere (pure bianche), tre volti senza occhi sul sipario. Renato Zero, tornato Mercante di stelle attacca subito, seguito dal coro da stadio di un Palalottomatica stracolmo di sorcini della vecchia e nuova ora. Nonne, mamme, ragazze e ragazzi con qualche accessorio alla Zero, attempati signori e signore, ma anche coppie novelle che si scambiano baci e mano nella mano assistono allo show. E poco importa se la Grande Orchestra italiana, diretta dal maestro Renato Serio, è solo una registrazione (ma pare vera tanto che più di qualcuno è tratto in inganno!). C’è pure Pippo Baudo in prima fila e il Palazzetto lo saluta caldamente prima dell’apertura del sipario.

Lo spettacolo vola, nonostante e malgrado: la voce del mitico Re dei Sorcini (70 primavere non sono poche) ha qualche sbavatura, ma l’emozione resta intatta, tanto è forte il carisma dell’Artista. Sì, perché Zero se l’è guadagnata tutta quella “A” maiuscola, affrontando i demoni di Zero e le rigidezze di Renato, battendo entrambi e facendo entrambi vincitori in una ritrovata conciliazione tra le due facce opposte della stessa medaglia: l’Uomo.
Sulla ribalta si muove a passetti, come solo lui sa fare, scuote il mantello adorno di petali, e i fiori che gli fanno da copricapo seguono il ritmo e vai con Mai più da soli che fa da apripista al nuovo album e al tour Zero il Folle (6 date già sold out a Roma…), preludio a tre ore di spettacolo dedicate soprattutto al “nuovo”. Sì perché Renato vive il presente e si volta indietro solo qualche volta, per non dimenticare da dove viene e quanta strada ha fatto, quanti fischi ha avuto dai “cosiddetti maschi”!
Arriva un altro pezzo nuovo Viaggia, poi, tutto vestito d’oro, primo cambio d’abito dei circa 18 previsti per la serata d’apertura della tournée, ecco la splendida Cercami e per i tanti nostalgici del Palazzetto è un tuffo al cuore. Poi è già Emergenza noia, tra immagini alla Pink Floyd, stile The Wall, e Beatles, proiettate sul grande schermo dietro il sipario, tra video di sigarette, polvere bianca che uccide, uomini e donne come soldatini in marcia e perfino scimmie. Ma finché c’è cielo, c’è speranza e lui vince su tutto lo schifo terreno.
Ed è già tempo di buttarsi anima e corpo tra finti maghi e false ideologie, in Sogni di latta (era il 1978 quando uscì in Zerolandia), che tutti cantano, dalle prime alle ultime file fin su in piccionaia, ciascuno col proprio cielo da dipingere, tanto che Renato si affida al pubblico, come farà spesso coi (purtroppo pochi) vecchi evergreen in scaletta. E a rileggere questo testo capisci quanto Zero sentisse già l’emergenza ecologia in tempi in cui non era di moda. Già nel 1976 l’amico Pierangelo Bertoli (che Zero omaggia in Quattro passi nel blu, insieme ad altri grandi come Pino Daniele, Ivan Graziani, Tenco, Dalla, De André, Alex Baroni…) aveva scritto la poetica Eppure soffia, denunciando i crimini dell’uomo contro la natura. Altro che la scoperta di Greta Thumberg!
Ed è il momento del primo parlato della lunga notte per introdurre “Che fretta c’è”, altro pezzo nuovo.
Che bellezza! Un momento splendido per il mondo. Mai parentesi fu così felice: non siamo noi a dover timbrare il cartellino né ad andare in parlamento! Chi non va in piazza siamo sempre noi, ma siamo ancora noi a riempire gli stadi. Noi non abbiamo fretta, viviamo di questa rilassatezza che ci fa così bene ai polmoni e al cervello. E poi Renato torna in vestaglia verde acqua, parrucca abbinata, e si stende tra i cuscini sul lettone rosso e bianco al centro della scena per Dimmi chi dorme accanto a me mentre qualcuno gli urla: Voglio veni’ pure io.
Veloce cambio di scena, intanto che la musica va e le luci si abbassano, il letto scompare e il nostro è già tutto d’argento vestito, la parrucca bianca, pronto per Questi anni miei. Canta seduto su uno sgabello e domina la scena ora disadorna.
Parla, poi, giusto per dare l’assist alla prossima perla del suo ultimo lavoro: La cullaDa un po’ di tempo questi cieli non promettono niente di buono, nuvole su nuvole, via vai di jet e carburante spesi inutilmente…e le cicogne non vengono più. Applausi prima del Medley, il secondo in scaletta: appena un assaggio di MagariFermatiEd io ti seguiròLa tua ideaNei giardini che nessuno sa. Siamo “solo” all’ottavo cambio d’abito: ora domina il blu. E finalmente Renato si lascia andare e, tra gli applausi, e urla: Roma sei grande! Non c’è buca che tenga, non c’è monnezza che tenga!. Parole che faranno gongolare la sindaca Virginia Raggi.
E poi ancora col nuovo Figli tuoi prima di far ballare tutto l’ex PalaEur al ritmo di Madame, cantata dallo splendido Coro , ché Renato è andato a cambiarsi per ripresentarsi, dopo, in look total noir, solo per attaccare con Chi e Via dei Martiri che chiudono la prima parte dello show. Solo 15’ di pausa ed è secondo tempo, ugualmente intenso e trascinante che lui apre e interrompe subito infastidito dai telefoni che scattano foto: Basta coi cellulari, che siete venuti qui per Renato! Metteteci l’anima e la memoria!. A telefoni spenti (solo per poco) il Medley può partire con Vivo, Uomo no, Non sparare, Il Carrozzone, un accenno per ognuno e quasi tutto affidato al pubblico. Fino al trascinante Ufficio reclami, uno dei pezzi più incredibilmente gustosi sempre dal freschissimo Zero il Folle che Renato canta vestito che pare la fata turchina di Pinocchio.
La scena è ancora una volta affidata al Coro e al pubblico insieme per il classico dei classici del Re dei Sorcini Triangolo, pezzo troppo eccessivo per il Renato di oggi, pacificato sì con lo Zero di sempre ma fino con una specie compromesso storico. I fan ci restano un po’ male, ma capiscono e vanno avanti, perché non si discute: Si sta facendo notte e Renato è già in bianco e nero, con un manto che è un cielo parato di stelle.
La Grande Orchestra Italiana by Serio sul fondale, il piano sempre live, e tutti pronti a fare la Rivoluzione, mentre il Capo-popolo si è già mutato in un grigio soldato, pur sempre con elegante cappello a tradire l’estro. Tutti in piedi, dunque, che si salta e si canta insieme, al grido di “disarmo”, “tolleranza”, “alleanza”, “comprensione”, “aria”, “luce”, “stagioni”…fiumi di parole video proiettare insieme ai volti di un’umanità variopinta, tra bandiere del mondo e le immagini dei giudici Falcone e Borsellino a seguire quella del Cristo Gesù che pure ci sta bene tra Gandhi e Madre Teresa di Calcutta e magari un Bartali in bianco e nero.

«C’è una crisi in atto. Niente è più sufficiente per tutti – predica poi il Sommo dal palco – e finito il carburante saremo costretti a salutarci di nuovo e a incontrarci come un tempo… A fronte di energie alternative ce n’è una antica che sta riconquistando la fiducia (l’amore, ndr.) che aveva perso grazie a certi maschi balordi che maltrattano le donne, le uccidono suicidandosi. E la nuovissima Quanto ti amo va.
Mancano sette pezzi alla chiusura e, veloce come un lampo, Renato si è già mutato e ora uno brilluccichio di paillettes e strass argento, un po’ Pierrot, un po’ Mata Hari per ricordarci che siamo Tutti sospesi, prima di fare Quattro passi nel blu in compagnia dei grandi, artisti e amici che non ci sono più ma che brillano come tante stelle nel firmamento alle spalle di Zero. I nomi si susseguono, tra i caldi applausi degli astanti, mentre lui canta e incanta qual Pifferaio magico. Ecco un boato per i compianti Pavarotti, Daniele, Dalla, Gaber, Jannacci, De André, Anna Marchesini… e l’emozione sale ancora più su.
Altro brano dal nuovo disco, La vetrina, poi è il tempo di Amico assoluto dove Renato incorona la statua di un tipo che pare Buddha, prima di eclissarsi dietro le quinte.
Casal de’ Pazzi si apre con la testa ruotante di Pasolini, tra citazioni di ragazzi di vita e dintorni, Renato si perde costringendo il pianista a ripartire. Siamo ai titoli di coda, o quasi, con l’intensa Zero il Folle che poi è la storia di Renato Zero tout-court: lo conferma il video della traccia, un continuo rimando tra ieri e oggi, con l’artista davanti allo specchio a contemplare se stesso, con tenerezza. E quel ritornello ti adoro Folle Zero, io grazie a te vivo! è la riprova di una pace fatta tra le due indomite anime di un artista sempre sopra le righe che ha in odio la monotonia. Per il gran finale, tutti in piedi a urlare Il Cielo. Sotto il palco si accalcano presto i sorcini della platea, finalmente liberi di avvicinarsi al loro idolo. Renato, di bianco vestito, saluta con la mano, alla vecchia maniera: Non dimenticatemi! Vi adoro!.

Ultimo è primo. Ma sbanca Lo Stato Sociale

 

E’ Ultimo il vincitore della 68° edizione del festival di Sanremo nella categoria giovani. Il pubblico ha rumoreggiato a lungo (preferiva vedere sul gradino più alto del podio Mudimbi o Lorenzo Baglioni, al quale visto il periodo storico di ignoranza non ha giovato di certo il cognome). Ma c’è da dire che il pezzo Il ballo delle incertezze resta in testa e funziona già benissimo in radio. Quindi, vittoria meritata. Una serata iniziata con… Heidi. Un po’ era attesa, va detto. Più che altro temuta. Ma Baglioni non ha voluto deludere i fan di Anima mia (programma storico condotto con Fabio Fazio che sdoganò il vecchio Agonia in un artista autoironico ai massimi livelli) e si è lanciato in una performance rock accompagnato da Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sulle note del pezzo lanciato da Elisabetta Viviani. Claudio è un perfezionista ma, nel controllare tutto, ha toppato troppe volte nei versi dei suoi brani. L’emozione e la timidezza a volte riaffiorano e giocano brutti scherzi. E’ capitato anche nell’esibizione di Amore bello cantata superlativamente da Gianna Nannini. La cantante senese dopo aver portato sul palco dell’Ariston Fenomenale (molto meglio aver puntato sul primo singolo che su Cinema, ora in radio) ha messo un tassello in più nella sua carriera di cover (già sperimentata con successo nel disco Hitalia). La quarta serata, dopo il boom delle prime tre ha dimostrato come anche il pezzo meno riuscito, riarrangiato a dovere può essere gradevole. Il vincitore morale (e chissà…) è stato Lo Stato Sociale, capace di portare a Sanremo (dopo la vecchia che balla) il Piccolo coro dell’Antoniano e Paolo Rossi (il comico, non l’uomo che fece piangere il Brasile) in una versione de Una vita in vacanza riveduta e corretta, a misura di bambino: nel ritornello la frase nessuno che rompa i c….è stata sostituita con nessuno che buca i palloni. Notevole anche la presenza di Alessandro Preziosi, ospite del trio Bungaro-Vanoni-Pacifico mentre l’inserimento di Alice nel brano Almeno pensami di Ron nulla ha aggiunto. Detto, logicamente, nel massimo rispetto della forlivese. Bravi Annalisa-Michele Bravi e I Decibel (Lettera dal duca insieme a Midge Ure guadagna moltissimo). Menzione speciale per Ermal Meta e Fabrizio Moro: hanno affidato a Simone Cristicchi il compito di leggere le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie al Bataclan e scrisse una lettera aperta ai terroristi pronunciando la frase che dà il titolo al brano, Non mi avete fatto niente. Il controcanto di Anna Foglietta ha nobilitato Passame er sale di Luca Barbarossa. Prima della fine della serata, il premio alla carriera. Quest’anno è andato a Milva, a ritirarlo la figlia con tanto di lettera scritta dalla rossa. Pubblico in piedi e parole di commiato. Il secondo ospite musicale della serata, Piero Pelù ha riproposto per l’ennesima volta Il tempo di morire di Lucio Battisti. Voleva essere un omaggio. Ma Battisti era già avanti ai tempi: le chitarre distorte non gli si addicono.

Secondo la giuria di qualità (presieduta da Pino Donaggio) zona blu per Vanoni-Bungaro-Pacifico, Ron, Diodato & Roy Paci, Ermal Meta & Fabrizio Moro, gialla per Lo Stato Sociale, Red Canzian, The Kolors, Annalisa, Enzo Avitabile & Peppe Servillo e rossa (quella a rischio) per I Decibel, Roby Facchinetti & Riccardo Fogli, Noemi, Renzo Rubino, Mario Biondi, Nina Zilli ed Elio e le storie tese

La serata è stata seguita in media da 10 milioni 108 mila telespettatori con il 51.1% di share. È il risultato migliore dal 1999 in poi, quando lo share fu del 54,06%. Scendendo in dettaglio, la prima parte è stata seguita ieri su Rai1 da 12 milioni 246 mila telespettatori (49.1% di share) mentre la seconda è stata vista da 6 milioni 849 mila (57.3%). Nel 2017, sempre la quarta serata del festival, aveva avuto nella prima parte 11 milioni 707 mila spettatori con il 45.53%, la seconda 6 milioni 213 mila con il 53.20%. L’anno scorso la quarta serata del Festival aveva ottenuto in media 9 milioni 886 mila telespettatori pari al 47.05% di share

@100CentoGradi

 

Rosalind Franklin Il segreto della vita

Il Teatro Eliseo non chiude. Almeno, non ancora. Il comunicato del teatro gestito da Luca Barbareschi che ha rimesso al mondo lo storico teatro con le sue forze riportandolo all’antico splendore confidando in quanto dovuto, poi, dalle istituzioni è di pochi giorni fa. E allora, nel calpestare la storia (la pavimentazione del piano superiore del teatro è completamente tappezzata da manifesti di storici spettacoli negli anni d’oro dello spettacolo a Roma) si è cercato di dimenticare nefasti presagi dedicando una mattinata uggiosa alla presentazione de  Rosalind Franklin Il Segreto della Vita, in scena dal 28 marzo al 16 aprile. Protagonisti assoluti Filippo Dini (nelle vesti anche di regista) e Asia Argento, alla quale viene affidato l’onore e l’onore di interpretare Rosalind Franklin. Si tratta della storia vera della scienziata cristallografa che per prima fotografò la doppia elica del Dna, con una scoperta che cambiò la storia ma le fu rubata dai due colleghi James Watson e Francis Crick. Si parlava di storia, trasudante le pareti dell’Eliseo. E’ la stessa Argento a raccontare di quando da piccola veniva a vedere la madre, Daria Nicolodi, esibirsi. E poi…: ”Non pensavo sarei tornata a recitare, ancora meno in teatro e su questo palcoscenico. Mi sento come Rosalind Franklin, per il maschilismo che regna nel mondo della scienza come in quello dello spettacolo e perché anche lei, come me, veniva chiamata dark lady per la capacità di rapportarsi solo al suo lavoro”. E’ una prima per la Argento, testo di Anne Ziegler interpretato a Londra anche da Nicole Kidman. E per Filippo Dini: ”La storia di una grande rivoluzione e il dramma di una donna che cercò faticosamente di trovare un posto nel mondo. E che non ci riuscì”

 

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Beata ignoranza

E’ possibile vivere in un mondo completamente schiavo della tecnologia e decidere di non farne parte odiando tutto ciò che vive aldilà dello schermo? La domanda che, a volte rimbalza nei giochini stupidi, va detto, sui social arriva sul grande schermo. In rete si chiede: “Riusciresti a vivere un anno con un milione di euro ma senza connessione dati?”. Non ci crederete ma il 99% delle persone risponde di no! E’ su questa schiavitù che Massimiliano Bruno imposta il suo nuovo film.

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassmann) hanno due personalità agli antipodi e un unico punto in comune: sono entrambi professori di liceo. Filippo è un allegro progressista perennemente collegato al web, bello e spensierato è un seduttore seriale sui social network. È in grado di sedurre anche i suoi studenti grazie a un’app, creata da lui, che rende immediata la soluzione di ogni possibile calcolo. Ernesto è un severo conservatore, rigorosamente senza computer, tradizionalista anche con i suoi allievi, che fa della sua austerità un punto d’onore e vanta una vita completamente al di fuori della rete. È probabilmente l’ultimo possessore vivente di un Nokia del 1995. Una volta erano amici oggi sono divisi anche dai social network. Da un momento all’altro può però arrivare una novità – che è poi una sorta di ritorno al passato per cercare di recuperarlo – che stravolge il tutto. Ecco, quindi, che se uno cercherà di fare a meno della tecnologia, l’altro cercherà di capirla e di farsela piacere, per una donna: Nina (Teresa Romagnoli), una venticinquenne a cui sono legati entrambi. Bruno colpisce ancora una volta nel segno e se appare inarrivabile la sua opera prima Nessuno mi può giudicare, forse è perché nelle seguenti ha cercato di evolversi e di mutare ingredienti e personaggi. Strepitosa la coppia Giallini-Gassmann, ma non è una novità. Il primo, soprattutto, stupisce film dopo film. E una sua battuta può dare l’idea di come i social hanno stregato il mondo. Alla frase: “Adesso puoi comunicare con miliardi di persone in tutto il mondo”, la sua esclamazione è (riflettendoci bene) quella che diremmo tutti: “E che cazzo c’avemo da disse?”

Beata ignoranza sarà nelle sale italiane dal 23 febbraio prossimo per 01 Distribution. Prodotto da Fulvio e Federica Lucisano con Italian International Film e Rai Cinema.

@100CentoGradi

 

Il caffè con il legionario

Hijo de Puta è arrivato anche a Saxa Rubra! Nel quartier generale Rai alle prime luci dell’alba, il racconto del legionario Giovanni è stato ospitato negli studi de Il Caffè di Rai Uno, trasmissione che dà il buongiorno ai telespettatori italiani. A fare gli onori di casa la giornalista Gemma Favia. Nel pezzo, foto e video!

 

@100CentoGradi

Hijo de Puta a Contestaccio

La serata a Contestaccio raccontata dalle vostre immagini. Grazie di cuore a tutti! L’avventura del legionario continua! Il prossimo appuntamento? A Spoleto, il 22 giugno a Palazzo Mauri, nell’ambito del Festival dei due Mondi. Sempre connessi su questo sito e sulla pagina Fb di Orietta Cicchinelli

 

L’età d’oro

 

Viene chiamata l’età d’oro. Ma non si capisce quale. Quella di Arabella, una nessuna e centomila anime racchiuse in un unico corpo? O quella dei vecchi cinematografi all’aperto? No, forse quella dei paesini di provincia con le beghe tra costruttori e vecchie signore alle quali viene rubato lo scorcio più bello dalla finestra. Forse tutte le età. O forse nessuna. Il nuovo film di Emanuela Piovano affronta, a tredici anni dalla scomparsa, la vita di Annabella Miscuglio. Il suo impegno femminista, la sua lotta nell’organizzazione di Kinomata , un festival che rese visibile in tutto il mondo il lavoro della regia femminile. Senza retorica, senza nostalgia. Dubbi fugati subito con l’assonanza nominale. Annabella diventa Arabella e viene interpretata da Laura Morante. Femme fatale, una vita piena di uomini (un unico figlio, tra questi) e mille intuizioni. Come quella di difendere la sua arena (L’età d’oro, appunto) oltre la morte che appare malefica all’inizio e alla fine della pellicola. Quella pellicola che viene continuamente sbobinata dalla sua tirocinante (Eugenia Costantini) che appare più come “amante” che come pupilla della protagonista. E quell’arena che il figlio Sid (Dil Gabriele Dell’Aiera) vorrebbe vendere per mettere simbolicamente la parola fine al suo rapporto controverso con la madre. Conflitti generazionali, una famiglia torinese catapultata in Puglia. E un’affascinante Giselda Volodi, attrice fin troppo sottovalutata. Un film romantico, un piccolo tuffo nel passato con la carezza delicata della regista, di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri autrici del libro omonimo – dal quale il film è tratto – e della sceneggiatura, alla stesura della quale ha partecipato anche Gualtiero Rosella oltre la stessa Piovano. Presentato a Bari stasera, da domani 7 Aprile in tutta Italia.

 

 

Detto dell’ottimo lavoro di tutto il cast, bisognerebbe parlare del lavoro degli addetti ai lavori. Una nota a margine, non di più. Ma necessaria per onestà intellettuale e per professionalità. Quella dei colleghi fotografi chiamati a svolgere il proprio mestiere e rispediti a casa senza troppi complimenti dalla protagonista. Il motivo del contendere? La luna storta della Morante, assolutamente contraria a farsi fotografare da sola durante il consueto photocall. L’unica immagine è stata carpita nel red carpet di ieri sera a Roma. Quelle che seguono testimoniano la giornata di passione e lo “scontro” tra l’attrice e i fotoreporter

 

@100CentoGradi

Battiato e Alice – L’esordio a Roma

 

…E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità.

Sentire Battiato che attacca subito con L’era del cinghiale bianco e i suoi cavalli di battaglia (No time no space, Povera Patria…), e poi Alice – quella voce magnifica di Per Elisa – e poi Battiato e Alice insieme, tra Nomadi che cercano angoli della tranquillità e passeggiate sulla Prospettiva Nevski, come si fa a non pensare di poter fermare lì il tempo!

Per un istante, appunto, la durata di un concerto memorabile (sold out, da mesi) come quello appena chiuso, in un Auditorium della Conciliazione in visibilio, che non la finiva più di applaudire e chiedere ancora e ancora una canzone a un Battiato praticamente afono dopo oltre due ore di live.

Non ha perso il suo smalto, l’artista siciliano e, anche se non si offre più alle mani tese del pubblico, dopo la caduta che gli è costata una frattura, come ricorda scherzando, non si risparmia. Grazie a una spalla come Alice che mette i brividi con Il vento caldo dell’estate (solo lei può arrivare dove non si arriva, con la voce giù, giù e poi su fino al cielo, senza perdere il calore, senza mai perdere la raffinatezza e l’eleganza che l’hanno sempre contraddistinta), Franco non teme alcun male. Summer on a solitary beach è un tripudio e starsene seduti in platea è pressoché impossibile. Chi ce la fa ad aspettare che il maestro inviti il pubblico a cantare (lo fa su Cuccurucuccu), ma già ognuno ha perso (o ritrovato?) Il suo Centro di gravità permanente via dalle rosse poltrone, mentre l’orchestra, che accompagna il magnifico duo, si diverte come pochi.

E se La cura (preceduta dalla spiega di Franco che indica il cuore nella parte destra e poi sinistra del suo corpo, facendo la distinzione tra cuore della memoria e organo vitale) fa sciogliere tutti in tenerezza, La canzone dei vecchi amanti induce alla nostalgia, fino a che non arriva La stagione dell’amore che verrebbe ancora da cantare ondeggiando, come faceva un giovane Battiato nel famoso video del singolo. Chi ha perso i suoi Segnali di vita li ritrova ascoltando e vedendo (in spettacolari giochi di luce) l’artista che o si ama profondamente oppure non si capisce, nei suoi continui andare e venire, tra presente e trapassato. È un irrefrenabile Shock in my town, dove passano, complice Alice, ancora lenti, ma viventi, i treni per un’indimenticabile Tozeur.

@oriacicchinelli

 

 

SCALETTA:

Set Battiato:
“L’era del cinghiale bianco”
“Lo spirito degli abissi”
“No time no space”
“Shock in my town”
“Le nostre anime”
“Povera patria”
“La canzone dei vecchi amanti”
“La stagione dell’amore”
“La cura”

Set Alice:
“Dammi la mano amore”
“Tante belle cose”
“Il vento caldo dell’estate”
“Per Elisa”
“Veleni”
“Il sole nella pioggia”

Set Battiato e Alice:
“Nomadi”
“La realtà non esiste”
“Prospettiva Nevski”
“Summer on a solitary beach”

Set Battiato:
“Gli uccelli”
“Segnali di vita”
“Cuccurucucù”
“Centro di gravità permanente”

“L’animale”
“Bandiera bianca/Sentimiento nuevo (con Alice)”

Encore:
“Io chi sono” (solo Battiato)
“Stranizza d’amuri” (solo Battiato)
“I treni di Tozeur” (Battiato e Alice)

“E ti vengo a cercare” (Battiato e Alice)

 

 

Emma direttrice di Metro – Mercoledì 18 Dicembre 2013

emma

 

Esattamente due anni fa, la cantante salentina diresse per un giorno il nostro quotidiano. Ripercorriamo quei momenti insieme alle immagini e al numero storico di allora!

 

http://ns341012.ip-176-31-251.eu/pdf/20131218_Roma.pdf

“Io sono Paola Turci”

La prima vera tappa del tour teatrale di Paola Turci non poteva che avere come location Roma. Dopo la data zero a Chieti, la scelta della Capitale era quasi obbligatoria. Il pubblico caldissimo e caciarone, il posto totalmente rinnovato e la musica degli artisti che stanno calcando il palco del Quirinetta in questa stagione. Puntualissima (22:30 in punto) look total black, si è presentata in scena ripercorrendo con la sua band trent’anni di musica. Brani rivestiti talmente bene da sembrare nuovissimi. Forse per la modernità dei testi, ancora tutti attuali. Nel backstage, attendendo la cena, l’incontro con l’artista romana è stata l’occasione giusta per affrontare diversi temi (politica, talent, Pippo Baudo)… Tutto è partito da Mani giunte (brano del 2002), il brano che più si addice a questo momento storico…

Qual’è per lei il pezzo più attuale del suo repertorio?

Hai nominato Mani giunte, potrei essere d’accordo se facessimo un discorso legato all’evolversi dei personaggi. La storia non è cambiata da allora, sono mutati solo i commedianti. Quando parlavo di “soldi macchine e una donna al giorno, la possibilità di avere tutto e subito senza aver bisogno di essere mai perdonato” non mi riferivo solo a Berlusconi. Era il periodo della guerra in Iraq, con le immagini dell’11 Settembre ancora davanti agli occhi. Era una riflessione sul mondo che avrei lasciato ai miei figli e del quale avrei continuato a far parte. Ma se dovessi descrivere la mia carriera, il pezzo che sento più mio è sicuramente Stato di calma apparente. Fu il primo brano che scrissi.

Ha appena pubblicato un’antologia e un libro. Torniamo indietro con la memoria al 1989. Bambini la fece conoscere al grande pubblico, quello di Sanremo che in quegli anni faceva ascolti stratosferici. Cosa rimane di quella polvere bianca cantata nel brano?

La polvere bianca? C’è ancora, la gente non lo sa oppure è troppo impegnata a guardare altrove. L’Occidente che chiude gli occhi davanti ai desaparecidos, a chi trasforma i bambini in soldati, a chi permette lo sfruttamento minorile (non solo sessuale). L’Occidente che specula sulla pelle del più debole. Le armi, la prostituzione, la droga… E’ l’infanzia negata. Chi non vive un’infanzia serena non potrà mai avere pace interiore. Io ho sempre cercato di mettere in musica i miei pensieri e le storie, anche quelle più scomode.

Abbiamo sfiorato l’argomento Sanremo. La sua carriera è legata a doppio filo con il Festival. Quanto manca un personaggio come Pippo Baudo alla rassegna canora?

Pippo Baudo è il Festival di Sanremo (detto da lei che ha partecipato come esordiente negli anni presentati da Carlucci, figli d’arte e Dorelli vale come attestato di stima incondizionata). Lui sa fare tutto. Si dice sempre sia un gran professionista. Lui è di più. Io ho lavorato con Baudo, un conoscitore così attento alla musica e ai giovani non l’ho mai incontrato. Anche se parlassimo di lui solo come un grande presentatore. Nessuno può o potrà mai reggere il confronto.

Come giudica la decisione di certi suoi colleghi di avvalersi di cantanti giovani per “invecchiare decentemente” ? Parliamo di De Gregori, Venditti. Non sarebbe meglio rimanere fedeli a se stessi?

Non so rispondere a questa domanda perchè non ho una conoscenza approfondita del tema. Ma non giudico negativa a priori la scelta. Non sempre ciò che esce dai talent è da buttare. Anzi, tante belle voci popolano il mercato discografico! Se qualche mostro sacro sceglie la strada della collaborazione, anche solo per fini pubblicitari, non reca danno a nessuno. La musica è totalmente anarchica. Io stessa scrissi e cantai Mani giunte con un altro nome (Fuck u) insieme a J-Ax degli Articolo 31. Loro la inserirono in un loro album (Domani smetto), solo successivamente la pubblicai…a modo mio.

La cena è arrivata! Un pasto frugale prima di salire sul palco. La Turci è scatenata. Voce perfetta e band di valore. Ventidue pezzi (scaletta in foto) tra i più conosciuti. Tra i bis Mi chiamo Luka (cover di Luka di Susanne Vega) anno 1988. Ma ieri più che Susanne Vega, Paola (groove e rock amalgamati) sembrava Patti Smith!

@100CentoGradi