The Joshua Tree Tour 2017, gli U2 stregano Roma

Trent’anni. Praticamente una vita fa. Trent’anni e non sentirli, nonostante il mondo sia totalmente cambiato. O meglio non esista più. 1987, il muro di Berlino (tanto per semplificare il ragionamento) era ancora in piedi e sarebbe crollato due anni e mezzo dopo. The Joshua Tree, capolavoro degli U2, dunque, ritorna dirompente nel 2017. E si erge ancora una volta a disco sublime e imprescindibile in ogni collezione discografica. Bono & co. sono tornati a Roma per due sere nell’ambito dei festeggiamenti. Il trentennale in The Joshua Tree Tour 2017. Mancavano dalla Capitale, in verità, da “soli” 7 anni, ma la memoria collettiva dei presenti viaggiava alla magica notte del 27 maggio 87, allo Stadio Flaminio (ebbene sì, l’ormai fatiscente struttura in quel periodo vide passare autentici mostri sacri del rock…) quando la band irlandese diventò a tutti gli effetti paladina di un nuovo modo di suonare. Troppo superiore alla media il suono della chitarra di The Edge, troppo incisivo il Fender Jazz Bass di Adam Clayton. E del suono della batteria di Larry Mullen Jr.? Poi… Bono Vox che non si può e non si deve discutere. Ebbene, come in quella notte lontana anni luce, Roma ha respirato. Ha ballato, cantato e riflettuto. Forse i monologhi-sermoni del leader sono apparsi ripetitivi; addirittura il Guardian l’ha preso di mira lanciando strali inequivocabili:” Tra uno show di beneficenza e l’altro – si legge sul quotidiano britannico – ha spostato la residenza fiscale nelle Antille, con buona pace delle sue battaglie terzomondiste”.  Ieri sera Bono ha ringraziato la Guardia costiera italiana per aver salvato migliaia di vite durante gli sbarchi degli immigrati, prima di intonare Miss Sarajevo (ribattezzata Miss Syria) con l’eco della voce di Luciano Pavarotti, incisa su disco nel 1995. Poi un crescendo fino alla ballad più famosa: One, capace di sciogliere anche i cuori più freddi. Nella prima parte del live, sono state riproposte tutte le tracce del disco, aggiungendo le immancabili Sunday Bloody Sunday e Pride (in the name of love). Due ore piene di musica. Acustica perfetta (a Roma è un miracolo) tanto che chi stava seduto in Monte Mario aveva quasi l’effetto di essere in un acquario. Le voci provenienti dal prato parevano quasi soffocate anche se (c’è da giurarci) erano tutti in visibilio. Il momento più toccante? Mothers of the Disappeared, con le immagini delle donne che più hanno fatto la storia. Anche Rita Levi Montalcini e una giovanissima Patty Smith tra le tante. E proprio durante questo pezzo, Bono ha scelto una ragazza in prima fila per accompagnarlo durante l’esibizione. Fece lo stesso nell’87 ma, in quell’occasione, fece salire una teenager vedendola in difficoltà e offrendole un bicchiere d’acqua. Il live, che ha visto la presenza sugli spalti tra gli altri di Luciano Ligabue, Marina Rei e Paolo Sorrentino, è stato aperto da una fenomenale esibizione di Noel Gallagher. Per i puristi e i soloni poteva anche bastare lui. Ma gli U2 sono riusciti a mettere tutti d’accordo. Per il cinquantennale saremo ancora tutti qui. A… Bono piacendo

Scaletta

Sunday Bloody Sunday

New Year’s Day

A Sort of Homecoming

Pride (In the Name of Love)

Where the Streets Have No Name

I Still Haven’t Found What I’m Looking For

With or Without You

Bullet the Blue Sky

Running to Stand Still

Red Hill Mining Town

In God’s Country

Trip Through Your Wires

One Tree Hill

Exit

Mothers of the Disappeared

Miss Sarajevo

Beautiful Day

Elevation

Vertigo

Mysterious Ways

Ultraviolet (Light My Way)

One

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Solo amore. È la notte di Renga

Non poteva esserci luna migliore a salutare la tappa romana dello Scriverò il tuo nome Tour, la sessione estiva dei concerti di Francesco Renga. Meravigliosa, tra le nuvole: proprio come nella sua canzone più famosa. Ed era piena, bella, a illuminare una tra le serate più umide dell’anno. Nelle tribune della Cavea, nell’ormai consueto spazio all’aperto fornito dall’Auditorium, l’effetto non si notava molto ma in platea tra palloncini a forma di cuore e immancabili selfie, il connubio planetario-canzonettiero ha regalato uno spettacolo notevole. Il pubblico, perlopiù formato da ragazze in visibilio ha accompagnato il cantante friulano in una carrellata di successi. La partenza (un quarto d’ora di ritardo accademico) con il maxischermo proiettante il video del pezzo che dà il nome al tour (e all’ultimo lavoro discografico) poi la dichiarazione dell’artista:” Siete voi a darmi la forza, non posso più farne a meno. Questa sarà una serata dedicata all’amore che quasi mai è un momento felice. Ma come in tutte le situazioni della vita bisogna godere degli attimi. Io, questa serata, me la godrò appieno. Oggi sto bene”. A nessuno sfugge il gossip (non è una fortuna) e quest’estate l’ex di Renga, Ambra Angiolini viene paparazzata con l’allenatore juventino Allegri. Lui accarezza l’argomento e prima di intonare il brano vincitore di uno dei Festival più sfortunati della storia (non come ascolti ma come fatti accaduti durante quell’interminabile settimana di marzo 2005) ne esce da gran signore. “Non sono stato fortunato, ma ho avuto in dono una splendida figlia. Per lei scrissi Angelo“. Così facendo, fuga ogni dubbio sulla reale dedica del pezzo; anni fa si pensava fosse stato scritto per la compagna. Le canzoni più acclamate? Il mio giorno più bello nel mondo, Vivendo adesso e A un isolato da te tutti brani tratti dal penultimo lavoro di Renga. Dall’ultimo disco Guardami amore e la chiusura con L’amore sa hanno ottenuto il maggior numero di voci in coro. Ma moltissimi singoli che sembravano dimenticati sono stati rispolverati. Ed erano tutti successi nell’airplay radiofonico. Il brano più emozionante? Quello, forse, meno conosciuto: Sulla pelle, testimonianza di un periodo storico allucinante, con il refrain …e la vita intanto passa te la senti sulla pelle, è un brivido veloce ma quando te ne accorgi è già dietro alle tue spalle

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Sicilian Ghost Story

 

Un pugno allo stomaco. Forte, da knockout immediato. Giù alla prima ripresa. Senza possibilità di proseguire l’incontro. E’ la storia di uno dei più atroci delitti di mafia in Italia, nei suoi anni d’oro. Quelli della strategia della tensione a Roma, Firenze e Milano (fatti di bombe) e degli omicidi a Palermo (Falcone e Borsellino su tutti). Sicilian Ghost Story narra con estrema durezza lo strangolamento del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. A quest’ultimo non venne mai perdonato il ruolo di collaboratore di giustizia. Giuseppe venne rapito da un gruppo di mafiosi, su ordine di Giovanni Brusca, travestiti da poliziotti della DIA. Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. Da lì, il tentativo fallito miseramente di ottenere un benché minimo riscatto. E la morte, atroce, del piccolo sciolto nell’acido. Nel film c’è un legame tra sogno e incubo e, non conoscendo la storia, lo spettatore si troverà di fronte a una favola noir con un amore impossibile tra due adolescenti (Giuseppe, appunto e la compagna di scuola Luna interpretata dalla bravissima Julia Jedlikowska). Il finale è tristemente noto ma la cura con la quale Grassadonia e Piazza hanno curato la pellicola merita un plauso e una visione quanto più attenta. Per non dimenticare. A Palermo e non solo. Il film esce oggi nelle sale ed ha aperto la Semaine de la critique al Festival di Cannes.

locandina

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Moglie e marito

E se un giorno ti svegliassi nel corpo dell’altro e, più precisamente nel corpo di tuo marito o di tua moglie? Cosa potrebbe accadere nella tua vita di coppia? Ce lo racconta al cinema – dal prossimo 12 aprile – il regista Simone Godano, alla sua prima esperienza alla regia, nel film Moglie e Marito. Una commedia esilarante e surreale per certi versi, che permette di analizzare la vita di una coppia nella quale molte coppie di spettatori potranno rivedersi. Protagonisti Kasia Smutniak (Sofia) e Pierfrancesco Favino (Andrea), i quali si ritroveranno, inaspettatamente, l’una nel corpo (e dunque nella vita) dell’altro. Un film che strizza l’occhio alle commedie americane, al vecchio scambio dei ruoli (dal celebre TootsieQuel pazzo venerdì passando per Nei panni di una bionda) Probabilmente Simone Godano non ha inventato nulla. Anche se Favino, in conferenza stampa non sminuisce il lavoro del regista: “le commedie legate al doppio esistono ben prima dei film realizzati dagli americani! Il gancio è sicuramente un’idea classica trasposta ai giorni nostri. Personalmente ho preferito non aggrapparmi a film simili. Di solito, quando il regista è esordiente, tende ad avere tutto sotto controllo, senza lasciar spazio alla creatività che può sbucare fuori sul set, e invece io ho avuto la possibilità di fidarmi dei componenti del cast tecnico e artistico. Ci siamo divertiti tanto e spero si percepisca”.

Sofia e Andrea sono sposati da 10 anni e, dopo essere stati una coppia affiatata e innamorata, sono ad un punto di crisi e iniziano a pensare al divorzio. Sofia è una conduttrice televisiva in ascesa, Andrea un geniale neurochirurgo che sta tentando con tutte le forze (anche economiche) di portare avanti una sperimentazione sul cervello umano. Hanno due figli, una bella casa, ma non si capiscono più, non si ascoltano più. Quando ormai la loro storia sembra essere arrivata al capolinea, però, un esperimento fatto con “Charlie”, la macchina protagonista della ricerca di Andrea,scambierà le loro memorie, facendoli ritrovare l’uno nel corpo dell’altra. Andrea nel corpo di Sofia a tentare di condurre una trasmissione sulle donne, con trucco, gonne a tubino e tacchi a spillo. Sofia nel corpo di Andrea a vedersela con pazienti, sale operatorie e medici arrivisti. Una situazione surreale, l’unica in grado di farli rincontrare. Moglie e Marito è una godibile commedia degli equivoci e gli stessi Smutniak e Favino hanno ammesso che è stato fondamentale per loro studiarsi al fine di poter interpretare i loro personaggi e rendere credibile questo scambio. “Quando non c’era Pierfrancesco sul set, quando non potevo confrontarmi con lui, avevo molte più difficoltà” ha infatti dichiarato Kasia in conferenza stampa confessando che “un esperimento di questo genere,nella vita reale, lo accetterei per pura curiosità”. Secondo Favino, invece, sarebbe quasi liberatorio poter entrare nel corpo di qualcun altro in quanto “anche quello che non diremmo mai potrebbe essere detto”.

Simone Godano, forse, non ha inventato nulla. Ma quel nulla è divertentissimo.

 

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Pino Daniele Il tempo resterà

L’affermazione più vera dopo una proiezione che un brivido via l’altro ha regalato fino a far affiorare le lacrime ai fortunati spettatori della prima de Il tempo resterà l’ha regalata Claudio Amendola (voce narrante nel documentario dedicato a Pino Daniele). L’attore romano, pungolato da un cronista sull’eterna rivalità tra la Capitale e Napoli ha affermato che: “Prima di Pino, Napoli veniva vista da noi romani, ma anche dal resto d’Italia come una città dai mille luoghi comuni. Non potevi parlare di Napoli senza associarle la camorra, il colera, il terremoto. Tutti questi stereotipi da stadio che lui e il suo gruppo hanno fatto cadere”. La musica unisce, quella dei Napoli Centrale (gruppo fondato nel 1975 da James Senese) è stata la prima rivincita per un Sud martoriato. L’artista ha raccontato di quando Pino volle unirsi a lui e a Franco Del Prete per suonare il basso, ma essendone sprovvisto dovette averlo in regalo dallo stesso Senese. Un’amicizia durata fino alla scomparsa, in quel maledetto gennaio di due anni fa. Carriere divise, poi riunite e uno storico concerto davanti a 200mila persone, in piazza del Plebiscito a Napoli. Era il 19 settembre 1981, l’anno dell’Irpinia. Pino, James, Tullio, Tony, Joe. E l’anima di Napoli a cantare con loro. Il cuore? Troppo utilizzato, come recita Alessandro Siani in un altro momento toccante del docufilm. Pino si è speso fino all’ultimo, era al concerto di Capodanno poche ore prima di salire su una nuvola a far compagnia al suo storico amico Massimo Troisi. Giorgio Verdelli, regista del film ha unito immagini di repertorio, parecchie inedite, e ricordi da parte di compagni di viaggio. La commozione, si diceva. Ma la musica, soprattutto. Impossibile citare tutti i brani presenti. Certo, quando parte Je so’ pazzo oppure Napule è o ancora Quando non si riesce ad ascoltare solamente. Ma anche in Maggio se ne va (brano del 1982) o Schizzechea e in mille altri pezzi c’è tutta Napoli, c’è tutto Pino. E quello che ha lasciato in eredità. Noi tutti siamo destinati a passare ma il tempo resta. Resta e torna. No, non si può proprio non amare Napoli. Napule è mille culure,. Napule è mille paure. Napule è a voce de’ criature. che saglie chiane chiane. E tu sai ca nun si sule

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Questione di Karma

In un periodo dove la parola karma sembra farla da padrone (un esempio per tutti, la vittoria a Sanremo di Francesco Gabbani) anche il cinema strizza l’occhio alla legge di causa-effetto. Certo, è solo una coincidenza ma se un filone c’è (anche se bisognerebbe addentrarsi in logiche che con lo spettacolo hanno poco a che fare, si parla di religione…) è bene sfruttarlo. Ci pensa Edoardo Falcone, al ritorno dietro la macchina da presa dopo il fortunato e simpaticissimo Se Dio vuole (di cui ci sarà il remake americano prodotto da Bryan Singer). Allora la coppia era composta da Marco Giallini e Alessandro Gassmann, ora passati alla corte di Massimiliano Bruno. Per l’occasione un duetto tutto nuovo: Fabio De Luigi ed Elio Germano, quest’ultimo piacevole sorpresa anche nella commedia. Anche se Falcone rilegge in chiave ironica un tema, l’elaborazione della perdita, particolarmente vivo quest’anno, raccontato in film diversi per tono e genere.

Fabio De Luigi è il bizzarro erede di una dinastia di industriali che evita l’azienda per spendere il suo tempo in studi umanistici. In realtà è come si si rifiutasse di crescere, fermo al giorno in cui il padre si è buttato dalla finestra, senza lasciare un biglietto. Da ragazzino ha sviluppato grande interesse per la reincarnazione e si rivolge a un esoterista francese (Philippe Leroy) che si dice capace di scoprire – con tanto di nome e cognome – in chi si è trasformato il genitore: si tratta di Mario Pitagora, Elio Germano, cialtrone che vive di espedienti e pieno di debiti. Tra i due uomini, l’idealista e l’opportunista, nasce un rapporto che li porta a un viaggio di cambiamento. Il film prodotto da Wildside Rai Cinema sarà nelle sale da giovedì con 01 Distribution.

Comunque vada panta rei. And singing in the rain

 

 

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La nuova vita di Chiara: nessun posto è casa mia

Negli ormai rituali firmacopie in Feltrinelli, a Roma, capita sovente di assistere a live e a incontri molto interessanti. Quando poi arriva una voce graziosa e una ragazza semplice come Chiara Galiazzo (ormai solamente Chiara) anche l’attesa diventa meno estenuante. Un cd fresco di stampa, un singolo sanremese passato da tutti i network (quel Nessun posto è casa mia massacrato al Festival, solo quattordicesimo…)  e una capacità non comune di mettersi in gioco. Il successo arrivato (forse) troppo presto, difficile da gestire, i duetti con Mika e poi, all’improvviso, la decisione di sparire dalle scene. Quasi due anni che hanno permesso all’artista padovana di riordinare le idee. Non solo musicalmente. Due anni passati a combattere con il cambiamento, con la difficoltà di accettarsi. Perché le cose cambiano inevitabilmente. E lei, ha capito che non possono essere accolte come negative le prove di vita.  “Sono le nostre fragilità che fanno venire fuori le cose belle. Se prima subivo molto le critiche, adesso ho capito che la perfezione non esiste e tutto è relativo. E allora tanto vale accettare le cose, soprattutto quelle negative, e farle diventare un punto di forza per andare avanti”. Chiara si confida a Gino Castaldo, raccontando anche un piccolo aneddoto capitatole pochi giorni fa: “L’altro giorno una ragazza della mia età mi ha detto: “Nessun posto è casa mia” è la mia vita, grazie per averla cantata. Mi sono commossa. Prima mi fermavano solo perché mi avevano visto in tv e per chiedermi un selfie. Ora per ringraziarmi”. E il testo (scritto da Nicco Verrienti) potrebbe essere la storia di tante ragazze. E forse anche quella di Chiara stessa. Anche se “Non era la vita che stavamo aspettando ma va bene lo stesso” non si addice a lei. Lei che ha avuto il coraggio e la forza di cambiare.

 

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Beata ignoranza

E’ possibile vivere in un mondo completamente schiavo della tecnologia e decidere di non farne parte odiando tutto ciò che vive aldilà dello schermo? La domanda che, a volte rimbalza nei giochini stupidi, va detto, sui social arriva sul grande schermo. In rete si chiede: “Riusciresti a vivere un anno con un milione di euro ma senza connessione dati?”. Non ci crederete ma il 99% delle persone risponde di no! E’ su questa schiavitù che Massimiliano Bruno imposta il suo nuovo film.

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassmann) hanno due personalità agli antipodi e un unico punto in comune: sono entrambi professori di liceo. Filippo è un allegro progressista perennemente collegato al web, bello e spensierato è un seduttore seriale sui social network. È in grado di sedurre anche i suoi studenti grazie a un’app, creata da lui, che rende immediata la soluzione di ogni possibile calcolo. Ernesto è un severo conservatore, rigorosamente senza computer, tradizionalista anche con i suoi allievi, che fa della sua austerità un punto d’onore e vanta una vita completamente al di fuori della rete. È probabilmente l’ultimo possessore vivente di un Nokia del 1995. Una volta erano amici oggi sono divisi anche dai social network. Da un momento all’altro può però arrivare una novità – che è poi una sorta di ritorno al passato per cercare di recuperarlo – che stravolge il tutto. Ecco, quindi, che se uno cercherà di fare a meno della tecnologia, l’altro cercherà di capirla e di farsela piacere, per una donna: Nina (Teresa Romagnoli), una venticinquenne a cui sono legati entrambi. Bruno colpisce ancora una volta nel segno e se appare inarrivabile la sua opera prima Nessuno mi può giudicare, forse è perché nelle seguenti ha cercato di evolversi e di mutare ingredienti e personaggi. Strepitosa la coppia Giallini-Gassmann, ma non è una novità. Il primo, soprattutto, stupisce film dopo film. E una sua battuta può dare l’idea di come i social hanno stregato il mondo. Alla frase: “Adesso puoi comunicare con miliardi di persone in tutto il mondo”, la sua esclamazione è (riflettendoci bene) quella che diremmo tutti: “E che cazzo c’avemo da disse?”

Beata ignoranza sarà nelle sale italiane dal 23 febbraio prossimo per 01 Distribution. Prodotto da Fulvio e Federica Lucisano con Italian International Film e Rai Cinema.

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Ron, l’ottava meraviglia è la solidarietà

“A dire la verità ci sono rimasto male dai risultati sanremesi. Non per il giudizio, quanto per il modo”. Ron si presenta così, all’appuntamento romano con il firmacopie post rivieristico. E mai come quest’anno le polemiche sulle esclusioni eccellenti e sui metodi di votazione sono stati contestati dagli artisti stessi. Fino a poco tempo fa si esauriva il tutto in una bordata di fischi da parte del Teatro Ariston e il lunedì successivo si passava ad altro. Tutt’al più venivano stracciati gli spartiti da parte dell’orchestra (accadde al momento del ripescaggio dell’improbabile trio Pupo-Canonini-Emanuele Filiberto). Invece, da Albano a Gigi D’Alessio fino ad arrivare a Fiorella Mannoia, certe scelte non sono state proprio accettate. Ieri è toccato a Ron. La sua canzone, effettivamente, non avrebbe di certo sfigurato nel lotto dei brani arrivati in finale. Riascoltarla dal vivo (insieme all’inseparabile gruppo romano de La Scelta) in Feltrinelli rende ancora più consistente il dubbio sui criteri. Ma sui gusti non si discute. Il cantautore pavese poi ha regalato al pubblico due chicche del suo repertorio: Una città per cantare e Joe Temerario (richiesta, quest’ultima, a gran voce da un fan). Ma la parte più importante è legata al repack del suo nuovo disco. La forza di dire sì, uscito a marzo 2016, non ebbe molto riscontro nelle vendite. Un vero peccato oltre che per le preziose collaborazioni, anche (e soprattutto) per le finalità benefiche del progetto. L’intero ricavato sostiene AISLA, per la ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica. E in questo caso, riproporre il disco con il singolo sanremese non è affatto una pura operazione di marketing. Da sempre Ron è attento alla beneficenza e alla solidarietà. Sul fatto che sappia regalare emozioni nessun dubbio. Ma quest’aspetto, in un mondo parecchio cinico e sordo, fa piacere e fa apprezzare ancora di più il personaggio

 

 

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Il karma della Mannoia

Ma che davero ha vinto a scimmia? Esatto, Fiorella, proprio così e il fatto che tu citi un post ormai virale in rete che ti vede protagonista, del successo di Gabbani a Sanremo testimonia la tua grandezza. L’incontro in Feltrinelli con Chiara Di Giambattista, in occasione della presentazione del repacking di Combattente è stata l’occasione per fare il punto sulla settimana canora più lunga dell’anno. La Mannoia ci sperava. Eccome! Aveva quasi la certezza di arrivare prima. Il pezzo, va detto, non era il capolavoro di una carriera. Bello, indiscutibilmente. Ma aiutato anche dalla penuria di brani, non aveva concorrenza. In mezzo al nulla, è facile vincere. Con quel carisma e quella voce, poi… Invece, il karma ha avuto la meglio. E Francesco Gabbani, con il gesto fatto (si è inginocchiato davanti alla cantante) ha fatto capire quanto non ci credesse neanche lui e quanto stentasse a realizzare ciò che stesse accadendo sul palco dell’Ariston. Fiorella l’ha riconosciuto, anche se a sentirla disquisire, avrebbe preferito (forse) una sconfitta ad opera di Ermal Meta… Ma Sanremo è solo una tappa nella sua lunghissima carriera. Ha partecipato a quattro festival, lasciando sempre il segno. E se dal pubblico qualcuno le urla: “Torna pure l’anno prossimo, sicuramente vincerai” la risposta non si fa attendere: “Ma manco pè niente! Ho già dato, può bastare così”. Che sia benedetta nell’album fa la sua figura. Sarebbe stato un brano perfetto anche nella prima stampa. Unico appunto: per il pezzo sanremese e la cover di Francesco De Gregori (Sempre e per sempre) anch’essa portata in riviera, sarebbe stato corretto far uscire un ep, magari a prezzo ridotto. Ma le logiche delle case discografiche non sempre si sposano con quelle dell’artista e del gusto dei fan. Che comunque, hanno apprezzato e, cd alla mano, hanno pazientemente aspettato il loro turno per selfie e firma di rito. La battuta più bella? Un invito di Fiorella Mannoia ai giornalisti che la davano sicura vincitrice: “La prossima volta fateve i cazzi vostri!”. Così, schietta e sincera. Alle volte serve pure un pizzico di scaramanzia…

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