Tolo Tolo

E cinque… Anzi, e uno! Sì, perché dopo i primi quattro film diretti da Gennaro Nunziante, Checco Zalone si è messo in proprio. Un’uscita con un numero copie senza precedenti, circa 1.250, per sbancare ancora una volta. Non sarà facile. Tolo Tolo non convince come i precedenti. Certo, ancora una volta viene toccata l’attualità. E mai come questa volta le polemiche (sterili, va detto) sono state il sale dell’attesa. La pellicola parla di immigrazione, il tema più trattato (bistrattato) nell’ultimo anno. Si è fatto un gran parlare del brano Immigrato, accusato dai soliti falsi moralisti di razzismo. Zalone è stato tirato per la giacchetta da tutti i partiti politici (o presunti tali). Ma non si è scomposto. La sua commedia nazionalpopolare quanto si vuole pur toccando sul vivo il tema non dà quasi mai l’impressione di voler lucrare sulla pelle di nessuno. L’attore pugliese non è affatto razzista (e ci mancherebbe pure). Fa il suo, fa ridere. Non fa politica. Anche perché, per dirla alla Flaiano: La situazione politica in Italia è grave ma non seria. E il pregio di Zalone è ridere anche sulle disgrazie. In un periodo dove manca l’impegno civile da parte dei cantautori, dove i poeti non ci sono più, tocca ai comici l’arduo compito di far riflettere. Meglio di nulla. Ma si poteva e si doveva osare di più. In conferenza stampa Pietro Valsecchi (produttore della pellicola insieme a Camilla Nesbit per Tao Due) interpellato a proposito delle ultime uscite del leader della Lega ha dichiarato

Non avrei mai speso ventimila euro per fare un film contro Salvini. Tolo Tolo parla di persone che non cercano un futuro migliore, ma un futuro e mette in scena la realtà contemporanea con il sorriso, con un tocco magico e poetico

Mentre Zalone…

Ho inserito nel film un personaggio che somiglia ai politici attuali: ha una carriera sorprendente come Di Maio, veste come Conte e parla come Salvini. Ho creato una specie di mostro, insomma

Come chiosa, il comico pugliese ha detto la sua anche sul finanziamento all’editoria facendo una battuta sulla possibile chiusura di quotidiani come Il Foglio

Sarebbe assurdo chiudere un giornale così. Lo leggo sempre, specialmente in aereo. Anche perché è facile da sfogliare…

Se non è satira questa…

Lo sbarco al cinema è, come d’abitudine, il primo giorno del nuovo anno

 

 

 

LA TRAMA

Tolo Tolo, il film diretto da Checco Zalone, narra la tragicomica storia di Checco (Zalone), uomo che ama sognare in quel di Spinazzola, in Puglia.
Dopo un fallimentare tentativo di trapiantare la cultura del sushi in terra carnivora, Checco fugge oberato dai debiti e tampinato da famiglia ed ex-mogli, incauti finanziatori dei suoi goffi sogni imprenditoriali.
Si rifugia da cameriere in un resort africano, a confidarsi con l’amico e collega del posto, Oumar (Souleymane Sylla), che sogna l’Italia e adora il cinema neorealista italiano.
Dentro di sé, Checco si sente più vicino ai tanti ricconi italiani che deve servire nell’hotel. Il suo equilibrio è decisamente precario, e si spezza quando la guerra civile spazza via tutto e spinge Checco e Oumar prima nel villaggio di quest’ultimo, poi direttamente sulla rotta per l’Europa: bus precari, deserto, passaggi fortunosi, momenti di pace, guerriglia, carceri e attraversamento del Mediterraneo.
Checco non vuole saperne di tornare dove lo attendono al varco debiti e fallimenti, anzi: sogna di ritornare in Europa ma di trasferirsi nel Liechtenstein!
Non avrà però altra scelta che farsi trascinare, perché si è innamorato di Idjaba (Manda Touré), anche lei in fuga in compagnia di suoi figlio Doudou (Nassor Said Birya), che lo ha preso in simpatia nonostante la sua insofferenza molto occidentale per la situazione.
In particolare, l’assenza di farmacie e adeguati cosmetici per la pelle si fa sentire. Mentre in patria pugliese lo danno per disperso e qualcuno spera persino che muoia per un colpo di spugna ai debiti, Checco attraversa realtà più e meno crudeli dell’Africa, aiutato anche da un irritante e piacione reporter francese, Alexandre Lemaitre (Alexis Michalik). Chi sarà dalla sua parte fino alla fine? Chi rimarrà con lui in Italia? Ma soprattutto: come si fa a trovare un Imodium in Africa?

PIERLUIGI CANDOTTI

Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Fuori dalla sala del Moderno di Piazza della Repubblica in Roma è ressa tra giornalisti e ospiti per aggiudicarsi lo zainetto di BB-8, il robottino da non sottovalutare in questa battaglia finale di una delle saghe di maggior successo al cinema. Abbiamo visto in anteprima Star Wars: L’ascesa di Skywalker noto anche come Star Wars: Episodio IX – L’ascesa di Skywalker, diretto da quel geniaccio di J. J. Abrams.

Questo terzo e ultimo film della cosiddetta “trilogia sequel”, composta da Star Wars: Il risveglio della Forza (2015) e Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017), sembra più scoppiettante e scorre che è una meraviglia. Le due ore e mezza di film volano tra battaglie e contro battaglie, inseguimenti mozzafiato ed effetti speciali all’avanguardia che rendono così reali anche le bestioline e gli esseri animati più improbabile che popolano la galassia di Lucas & Co. Nel film si rivede gran parte del cast delle 2 pellicole precedenti, con Carrie Fisher, Mark Hamill, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Anthony Daniels, Naomi Ackie, Domhnall Gleeson, Richard E. Grant, Lupita Nyong’o, Keri Russell, Joonas Suotamo, Kelly Marie Tran, Ian McDiarmid (che torna a nel ruolo di Palpatine) e Billy Dee Williams (che torna a vestire i panni di Lando Calrissian per la prima volta da Il ritorno dello Jedi). Resta solo la necessità di rivedere i precedenti 8 per godere appieno del 9° soprattutto per i neofiti. Perché una volta visto il film vorreste collezionare tutti i personaggi più stravaganti della saga droidi, umanoidi e non solo!

E ora: tutti al cinema e… Che la forza sia con voi!

Orietta Cicchinelli

Pinocchio

ROMA ­- L’attesa era tanta e le aspettative, forse, troppe con una storia tanto universale quanto unica come quella del burattino più famoso del mondo e un cast vincente sulla carta. Così, nonostante l’ambientazione pazzesca e qualche attimo di emozione (il ciuchino-Pinocchio buttato a mare, Geppetto-Benigni padre amorevole che liscia con lo stucco le crepe sul viso del suo monello di legno) e qualche trovata geniale (la lumaca della Fata Turchina che lascia la scia-killer sulla quale scivolano i visitatori della casa, dai dottori al Grillo parlante e cassa mortuari) il Pinocchio di Matteo Garrone non colpisce al cuore (Le avventure di Pinocchio di Comencini restano insuperate). Si ha come l’impressione che la preoccupazione di essere fedele al libro di Collodi abbia frenato il regista che con Massimo Ceccherini ha anche sceneggiato il film (perché? Che bisogno c’era, visto il tanto materiale a disposizione?). Infatti, come amava ripetere il maestro Vincenzo Cerami “spesso per interpretare e rendere bene sullo schermo le emozioni contenute in un libro, in una pagina scritta, occorre, è necessario tradire il testo”. E bene avrebbe fatto Garrone a seguire il consiglio.

Se sia valsa o no la pena di fare Pinocchio lo dirà il pubblico – precisa il regista – ma era difficile resistere alla tentazione e, poi, potevo contare su attori che mi hanno aiutato molto a fare un film di una certa leggerezza che mi scrollasse di dosso l’immagine di un autore dark. Spero che si riscopra con me la fascinazione di una favola senza tempo come quella di Carlo Collodi.

Ora, sicuramente questo ennesimo adattamento della favola nera (nelle sale dal 19 dicembre in 600 copie distribuite da 01) farà cassa al botteghino, più per la curiosità di vedere Roberto Benigni (già nei panni di Pinocchio, ma con Vincenzo Cerami come sceneggiatore…) magistralmente invecchiato nei poverissimi abiti di mastro Geppetto che altro…

Ho dimestichezza con Pinocchio – dice il comico toscano alla prima romana – e non ricordo chi sia stato l’ultimo a farlo ­(scherza, ndr.), ma questa è una storia d’amore tra padre e figlio, come ne “La vita è bella” anche se qui si tratta di un babbo per eccellenza. È un film per bambini dai 4 agli 80 anni, perché diverte questo burattino birbante che scappa già dalla nascita e poi Garrone è un pittore.

E a proposito del suo lavoro Benigni, che dice di essersi spaventato vedendo la sua immagine invecchiata dal trucco, spiega:

 Ho seguito le indicazioni del regista. Quando Matteo mi fece vedere la foto di come sarei stato, ho esclamato: ma questo è mio nonno!

A chi gli chiede, poi, del suo rapporto con Pinocchio il toscanaccio risponde

La favola di Collodi va oltre la classicità: è come il mare che ti avvolge al di là della storia stessa. Il libro è pieno di simboli, metafore, allegorie divenute universali: il naso che si allunga per le bugie, le orecchie da asino se non studi perché diventi somaro e anche la metafora del gatto e la volpe che dice di non credere a chi ti promette facili guadagni senza faticare. Proprio come Don Chisciotte Pinocchio pensa che nel mondo non esiste il male

A chi gli chiede se farebbe ancora Pinocchio risponde:

 La gente quando m’incontra in giro per Testaccio mi dice: ora ti manca solo la Fata Turchina. Ma io farei anche il tonno e la balena!

A fargli eco Rocco Papaleo, il Gatto (in coppia con Ceccherini che veste i panni della Volpe)

Io avrei fatto anche la lumaca pur di girare con Garrone

E Gigi Proietti:

Io Mangiafuoco? Una mazzata all’inizio quando Matteo me lo propose mostrandomi la foto del personaggio alla Rasputin – dice il mattatore romano – ma ora sono orgoglioso di averlo fatto e anzi ho temuto di non poterlo fare. Io mi sono adeguato al trucco: Mangiafuoco è un uomo solo che vive con dei burattini di legno e trova un burattino senza fili, non un uomo, che per la prima volta lo bacia e lo fa sentire meno solo

 

Ma forse il più sincero di tutti, alla fin fine, è proprio Pinocchio stesso. Il piccolo Federico Ielapi che ogni giorno, per tre mesi si è sottoposto a ore e ore di trucco (concepito dal pluripremiato make-up designer Mark Coulier) per somigliare al burattino, non ha dubbi:

 Quattro ore di trucco al giorno? Beh mi pagano bene e poi stare con Benigni e gli altri sul set è bello e divertente

Dal 19 dicembre al cinema.

 

Orietta Cicchinelli

Zero il folle

ROMA- Pare la Primavera del Botticelli quando, preceduto da sagome bianche su un candido fondale, compare come una divinità sul palcoscenico, dove a farla da padrone fin lì erano il nero pianoforte e le tre maschere (pure bianche), tre volti senza occhi sul sipario. Renato Zero, tornato Mercante di stelle attacca subito, seguito dal coro da stadio di un Palalottomatica stracolmo di sorcini della vecchia e nuova ora. Nonne, mamme, ragazze e ragazzi con qualche accessorio alla Zero, attempati signori e signore, ma anche coppie novelle che si scambiano baci e mano nella mano assistono allo show. E poco importa se la Grande Orchestra italiana, diretta dal maestro Renato Serio, è solo una registrazione (ma pare vera tanto che più di qualcuno è tratto in inganno!). C’è pure Pippo Baudo in prima fila e il Palazzetto lo saluta caldamente prima dell’apertura del sipario.

Lo spettacolo vola, nonostante e malgrado: la voce del mitico Re dei Sorcini (70 primavere non sono poche) ha qualche sbavatura, ma l’emozione resta intatta, tanto è forte il carisma dell’Artista. Sì, perché Zero se l’è guadagnata tutta quella “A” maiuscola, affrontando i demoni di Zero e le rigidezze di Renato, battendo entrambi e facendo entrambi vincitori in una ritrovata conciliazione tra le due facce opposte della stessa medaglia: l’Uomo.
Sulla ribalta si muove a passetti, come solo lui sa fare, scuote il mantello adorno di petali, e i fiori che gli fanno da copricapo seguono il ritmo e vai con Mai più da soli che fa da apripista al nuovo album e al tour Zero il Folle (6 date già sold out a Roma…), preludio a tre ore di spettacolo dedicate soprattutto al “nuovo”. Sì perché Renato vive il presente e si volta indietro solo qualche volta, per non dimenticare da dove viene e quanta strada ha fatto, quanti fischi ha avuto dai “cosiddetti maschi”!
Arriva un altro pezzo nuovo Viaggia, poi, tutto vestito d’oro, primo cambio d’abito dei circa 18 previsti per la serata d’apertura della tournée, ecco la splendida Cercami e per i tanti nostalgici del Palazzetto è un tuffo al cuore. Poi è già Emergenza noia, tra immagini alla Pink Floyd, stile The Wall, e Beatles, proiettate sul grande schermo dietro il sipario, tra video di sigarette, polvere bianca che uccide, uomini e donne come soldatini in marcia e perfino scimmie. Ma finché c’è cielo, c’è speranza e lui vince su tutto lo schifo terreno.
Ed è già tempo di buttarsi anima e corpo tra finti maghi e false ideologie, in Sogni di latta (era il 1978 quando uscì in Zerolandia), che tutti cantano, dalle prime alle ultime file fin su in piccionaia, ciascuno col proprio cielo da dipingere, tanto che Renato si affida al pubblico, come farà spesso coi (purtroppo pochi) vecchi evergreen in scaletta. E a rileggere questo testo capisci quanto Zero sentisse già l’emergenza ecologia in tempi in cui non era di moda. Già nel 1976 l’amico Pierangelo Bertoli (che Zero omaggia in Quattro passi nel blu, insieme ad altri grandi come Pino Daniele, Ivan Graziani, Tenco, Dalla, De André, Alex Baroni…) aveva scritto la poetica Eppure soffia, denunciando i crimini dell’uomo contro la natura. Altro che la scoperta di Greta Thumberg!
Ed è il momento del primo parlato della lunga notte per introdurre “Che fretta c’è”, altro pezzo nuovo.
Che bellezza! Un momento splendido per il mondo. Mai parentesi fu così felice: non siamo noi a dover timbrare il cartellino né ad andare in parlamento! Chi non va in piazza siamo sempre noi, ma siamo ancora noi a riempire gli stadi. Noi non abbiamo fretta, viviamo di questa rilassatezza che ci fa così bene ai polmoni e al cervello. E poi Renato torna in vestaglia verde acqua, parrucca abbinata, e si stende tra i cuscini sul lettone rosso e bianco al centro della scena per Dimmi chi dorme accanto a me mentre qualcuno gli urla: Voglio veni’ pure io.
Veloce cambio di scena, intanto che la musica va e le luci si abbassano, il letto scompare e il nostro è già tutto d’argento vestito, la parrucca bianca, pronto per Questi anni miei. Canta seduto su uno sgabello e domina la scena ora disadorna.
Parla, poi, giusto per dare l’assist alla prossima perla del suo ultimo lavoro: La cullaDa un po’ di tempo questi cieli non promettono niente di buono, nuvole su nuvole, via vai di jet e carburante spesi inutilmente…e le cicogne non vengono più. Applausi prima del Medley, il secondo in scaletta: appena un assaggio di MagariFermatiEd io ti seguiròLa tua ideaNei giardini che nessuno sa. Siamo “solo” all’ottavo cambio d’abito: ora domina il blu. E finalmente Renato si lascia andare e, tra gli applausi, e urla: Roma sei grande! Non c’è buca che tenga, non c’è monnezza che tenga!. Parole che faranno gongolare la sindaca Virginia Raggi.
E poi ancora col nuovo Figli tuoi prima di far ballare tutto l’ex PalaEur al ritmo di Madame, cantata dallo splendido Coro , ché Renato è andato a cambiarsi per ripresentarsi, dopo, in look total noir, solo per attaccare con Chi e Via dei Martiri che chiudono la prima parte dello show. Solo 15’ di pausa ed è secondo tempo, ugualmente intenso e trascinante che lui apre e interrompe subito infastidito dai telefoni che scattano foto: Basta coi cellulari, che siete venuti qui per Renato! Metteteci l’anima e la memoria!. A telefoni spenti (solo per poco) il Medley può partire con Vivo, Uomo no, Non sparare, Il Carrozzone, un accenno per ognuno e quasi tutto affidato al pubblico. Fino al trascinante Ufficio reclami, uno dei pezzi più incredibilmente gustosi sempre dal freschissimo Zero il Folle che Renato canta vestito che pare la fata turchina di Pinocchio.
La scena è ancora una volta affidata al Coro e al pubblico insieme per il classico dei classici del Re dei Sorcini Triangolo, pezzo troppo eccessivo per il Renato di oggi, pacificato sì con lo Zero di sempre ma fino con una specie compromesso storico. I fan ci restano un po’ male, ma capiscono e vanno avanti, perché non si discute: Si sta facendo notte e Renato è già in bianco e nero, con un manto che è un cielo parato di stelle.
La Grande Orchestra Italiana by Serio sul fondale, il piano sempre live, e tutti pronti a fare la Rivoluzione, mentre il Capo-popolo si è già mutato in un grigio soldato, pur sempre con elegante cappello a tradire l’estro. Tutti in piedi, dunque, che si salta e si canta insieme, al grido di “disarmo”, “tolleranza”, “alleanza”, “comprensione”, “aria”, “luce”, “stagioni”…fiumi di parole video proiettare insieme ai volti di un’umanità variopinta, tra bandiere del mondo e le immagini dei giudici Falcone e Borsellino a seguire quella del Cristo Gesù che pure ci sta bene tra Gandhi e Madre Teresa di Calcutta e magari un Bartali in bianco e nero.

«C’è una crisi in atto. Niente è più sufficiente per tutti – predica poi il Sommo dal palco – e finito il carburante saremo costretti a salutarci di nuovo e a incontrarci come un tempo… A fronte di energie alternative ce n’è una antica che sta riconquistando la fiducia (l’amore, ndr.) che aveva perso grazie a certi maschi balordi che maltrattano le donne, le uccidono suicidandosi. E la nuovissima Quanto ti amo va.
Mancano sette pezzi alla chiusura e, veloce come un lampo, Renato si è già mutato e ora uno brilluccichio di paillettes e strass argento, un po’ Pierrot, un po’ Mata Hari per ricordarci che siamo Tutti sospesi, prima di fare Quattro passi nel blu in compagnia dei grandi, artisti e amici che non ci sono più ma che brillano come tante stelle nel firmamento alle spalle di Zero. I nomi si susseguono, tra i caldi applausi degli astanti, mentre lui canta e incanta qual Pifferaio magico. Ecco un boato per i compianti Pavarotti, Daniele, Dalla, Gaber, Jannacci, De André, Anna Marchesini… e l’emozione sale ancora più su.
Altro brano dal nuovo disco, La vetrina, poi è il tempo di Amico assoluto dove Renato incorona la statua di un tipo che pare Buddha, prima di eclissarsi dietro le quinte.
Casal de’ Pazzi si apre con la testa ruotante di Pasolini, tra citazioni di ragazzi di vita e dintorni, Renato si perde costringendo il pianista a ripartire. Siamo ai titoli di coda, o quasi, con l’intensa Zero il Folle che poi è la storia di Renato Zero tout-court: lo conferma il video della traccia, un continuo rimando tra ieri e oggi, con l’artista davanti allo specchio a contemplare se stesso, con tenerezza. E quel ritornello ti adoro Folle Zero, io grazie a te vivo! è la riprova di una pace fatta tra le due indomite anime di un artista sempre sopra le righe che ha in odio la monotonia. Per il gran finale, tutti in piedi a urlare Il Cielo. Sotto il palco si accalcano presto i sorcini della platea, finalmente liberi di avvicinarsi al loro idolo. Renato, di bianco vestito, saluta con la mano, alla vecchia maniera: Non dimenticatemi! Vi adoro!.

 Orietta Cicchinelli

Vita ce n’è, Eros illumina Roma

Non dev’essere stato facile per Eros salire sul palcoscenico del Pala Lottomatica ieri sera proprio mentre l’arbitro Bjorn Kuipers si accingeva a dare inizio alle ostilità del ritorno degli ottavi di Champions League. La sua Juve, infatti era impegnata nell’improba impresa di recuperare due reti all’Altletico Madrid. E mentre partiva Vita ce n’è, singolo trainante il nuovo lavoro del cantante romano, Cristiano Ronaldo infilava per la prima volta la porta spagnola. Il suo eroe, l’eroe di milioni di tifosi bianconeri. Ma Ramazzotti, apparentemente, non sembrava curarsene. Presentatosi con un giubbotto di pelle a frange, maglietta nera e jeans ha regalato due ore e mezza di musica senza interruzione al pubblico (in verità il palazzetto presentava numerosi spazi vuoti anche sotto il palco) comunque molto caloroso. Fin troppo tecnologico al punto che Ramazzotti ha dovuto più volte chiedere il favore di abbassare i telefonini e godersi lo spettacolo, magari alzando le mani e ritmandole a tempo. Niente da fare, nell’era social dove ogni cosa va trasmessa a tutti (rigorosamente in diretta, anche con scarsa qualità). Eros ha spaziato in 37 anni di carriera, insistendo molto sul nuovo disco nella prima parte dello show e andando a ritroso nella seconda tralasciando quasi totalmente il periodo anni 80-90 DDD (quello di In certi momenti, Musica è, In ogni senso per intenderci) e gli ultimi 15 (meno fertili, sicuramente, ma forse degni di maggiore attenzione). Anche perché, il suo pubblico è legato a quel periodo e da lui si aspetta quel ritmo, quel suono, quei brani che hanno accompagnato almeno due generazioni. Alla fine, comunque, è stato un successo. E lo sarà anche per le prossime tre tappe. Ah, anche la Juve ce l’ha fatta. Ha vinto 3-0 e per Eros è stata davvero festa grande.

PIERLUIGI CANDOTTI

La scaletta del tour 2019

  • Vita ce n’è
  • Per il resto tutto bene
  • Ho bisogno di te
  • Stella gemella
  • Favola
  • Terra promessa
  • Medley: Un attimo di pace /Un’emozione per sempre/Quanto amore sei
  • I Belong To You
  • In primo piano
  • Medley acustico: Adesso tu / L’Aurora / Una storia importante / L’Aurora
  • Buonumore
  • Più che puoi
  • Un’altra te
  • Se bastasse una canzone
  • Una vita nuova
  • Per le strade una canzone
  • Fuoco nel fuoco
  • Cose della vita
  • Musica è
  • Avanti così
  • Per me per sempre
  • Più bella cosa

 

 

Sul palco insieme a Eros Ramazzotti, 8 musicisti d’eccezione e 2 coristi per una produzione internazionale: Luca Scarpa (Direttore musicale, piano), Giovanni Boscariol (tastiere), Giorgio Secco  e Christian Lavoro (chitarra), Paolo Costa (basso), e le tre new entry internazionali Corey Sanchez (chitarra), Eric Moore (batteria) fenomeno dell’r’n’b e della musica gospel e Scott Paddock (sassofono), americano celebre per le sue influenze jazz che ha collaborato, tra gli altri, anche con artisti del calibro di Natalie Cole, Jackson Browne, Ray Charles. Ad accompagnare la voce di Eros, Monica Hill e Giorgia Galassi (cori).

Adrian, Celentano non (in)canta più

Cosa resta dopo le due serate-evento trasmesse da Canale 5? Assoluto smarrimento, incapacità nel comprendere l’utilità di tanto rumore (per nulla, forse meno) e 5 minuti di Celentano in carne e ossa. Sì, perché Adrian, il cartone animato trasformato in uno show scritto e diretto dallo stesso Molleggiato dopo una gestazione durata ben quindici anni, ha partorito un prodotto senza capo né coda. In principio, siamo nel 2005, era stata annunciata la pubblicazione di un cartoon nel periodo natalizio, al quale era previsto lavorassero anche Vincenzo Cerami e Paolo Conte. Ma poi non se ne fece nulla. Nel 2008, il Clan Celentano e Sky si misero d’ accordo per il progetto Adrian che tre anni dopo ebbe quantomeno le fondamenta: Milo Manara per i disegni, Nicola Piovani per le musiche e lo stesso Cerami per coordinare i testi. Coproduttore la società Cometa Film. Dopo anni di vie legali (alcune promesse, altre impugnate), furiose liti, cambi di produzione e di idee, finalmente (nel luglio scorso) la decisione di Pier Silvio Berlusconi: lo show sarebbe andato in onda sulle reti Mediaset. Ma, fino all’ultimo, a regnare è stata la confusione. Teo Teocoli e Michelle Hunziker chiamati a condurre lo spettacolo si sono tirati indietro: i due, reclutati da Celentano, dopo aver atteso invano il divin Adrian durante giorni di prove infruttuose e senza copione, hanno piantato tutto tornando a Milano. A seguirli anche Ambra Angiolini. Sul carro sono rimasti soltanto Nino Frassica e Natalino Balasso. Con queste premesse, se non avessero ballato cifre astronomiche, qualsiasi direttore di rete con un briciolo di buon senso non avrebbe dato alcun benestare alla messa in onda del programma. Ma, si sa, quando c’è di mezzo Celentano tutto è opinabile. E, alla fine, centinaia di persone si sono presentate al teatro Camploy di Verona per godersi sia il prologo di Adrian, sia la prima puntata della graphic novel.  Frassica, nel ruolo di un frate, assieme al suo assistente Francesco Scali, è impegnato a selezionare tra tanta gente, in fila, chi può entrare e chi no. L’obiettivo, spiegano, è creare un mondo in cui vinca la bellezza. Alle loro spalle, infatti, il mare, una barca, una dogana. È un porto – chiaro riferimento alla situazione politica e migratoria in Italia e in Europa – e i due frati sono arbitri del destino delle persone davanti a loro. Mezz’ora di Aspettando Adrian (ribattezzato in corsa così). Ma di Celentano, nessuna traccia. Arriva, invece Natalino Balasso, il “matto” della compagnia, deputato a dire le più scomode verità. E si complimenta con il pubblico che ha pagato fior fior di quattrini per NON vedere il Molleggiato. Poi, una critica al mondo dei media: “Ore e ore di tv hanno formato il bovino plaudente che batte le mani e fischia a comando”. Fino a quando, preceduto da un tuono, Adriano arriva sul palco. Due parole e niente più prima del cartone. Deludente, anziché no. E la seconda serata, in onda ieri sera (ne sono previste nove, in totale) ha peggiorato il clima già bollente. La confessione di Adriano Celentano al “frate” Nino Frassica, in avvio: “Ho lasciato illudere Canale 5 che avrei partecipato fisicamente allo spettacolo. Io gli ho detto che potevo esserci o non esserci. Che poi è quello che sta succedendo ora. C’è e non c’è. Ho peccato di taciturnità modesta?”. E Frassica: “Io non ti posso assolvere. Sono un prete Rai, non un prete Mediaset” “E perché? Fanno gli stessi programmi. Quello che fa la Rai, lo fa Mediaset. Quello che poi fa Mediaset, lo fa due volte la Rai”, la replica polemica di Celentano. “Hai ragione, ti assolvo. In nome del padre, del Silvio e del sacro ascolto”. Tutto qui. C’è da dire che il comico siciliano regge la scena da professionista consumato. Quasi quarant’anni di carriera hanno forgiato il fu frate Antonino di Scasazza. E mentre sui social impazzava il delirio, come sempre, il cartoon (vera anima dello show) ha mostrato il ragazzo della via Gluck: Adrian, l’alter ego di Celentano, è più giovane di 50 anni. È un orologiaio, che vive in un mondo distopico (ambientato nel 2068) in cui al potere c’è un regime dittatoriale che ha imposto l’omologazione di massa. Nel suo mondo c’è grande avidità, la violenza sulle donne è una tragica realtà, l’ambiente viene maltrattato, i dissidenti sono perseguitati. Lo stesso Adrian viene incarcerato perché tenta di mettere in atto una rivoluzione culturale. Ci sono tutti gli ideali che hanno accompagnato Celentano in tutta la sua vita.

E poi c’è Gilda: una donna bellissima, che ricorda una giovane Claudia Mori (moglie del Molleggiato). Sensuale, in pieno stile di Milo Manara. E nell’animazione c’è il Celentano più vero: quello che canta. Ma, tra commenti negativi e ascolti in caduta libera, non incanta più.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

L’effetto domino di Malika Ayane

 

 

Quanto è difficile avere successo, essendo artiste raffinate, nel panorama musicale odierno? Se parliamo di Malika Ayane, la risposta è ovvia: semplicissimo. La sua grazia, accompagnata alla particolarissima voce, raggiunge l’apice con il quinto lavoro, uscito da due mesi esatti nei negozi. Domino, il titolo, si compone di dieci tracce tutte scritte dall’artista milanese (la maggior parte in coppia con Pacifico). Solo cinque dischi in dieci anni di carriera, la Ayane ha sempre preferito la qualità alla quantità ed è sempre stata premiata dal pubblico. Cantautrice di nicchia? Forse, anche se i singoli estratti dai suoi album sono sempre in alta rotazione nelle airplay radiofoniche. Partita da Feeling better, passando per brani come i sanremesi Come foglie e Ricomincio da qui (due gioielli) arricchendo la sua carriera con la splendida Il tempo non inganna, Malika non tradisce e con Sogni tra i capelli mantiene altissimo il livello. Sicuramente più impegnato dell’estivo e orecchiabile Stracciabudella. Voce, musica e… un fischiettio coinvolgente. Stasera il tour della Ayane fa tappa a Roma: tour originale e ambizioso: due concerti nella stessa città, come capita dalla prima tappa (il 6 novembre a Genova). Il primo in teatro, in compagnia di cinque strumentisti: Daniele Di Gregorio alla marimba, Carlo Gaudiello al piano, Marco Mariniello al basso, Jacopo Bertacco alla chitarra, Nico Lippolis alla batteria. Il secondo, il giorno dopo, in un club con i soli Bertacco, Lippolis e un synth suonato dalla cantante. “Nei concerti nei teatri cercheremo di sviluppare il piano dell’ascolto: tanti strumenti suoneranno meno e suoneranno assieme. Il giorno dopo, nei club, quasi solo due strumenti faranno muri di suono, loop, effetti. Jacopo, poi, è pazzesco, quando tocca lo strumento sembrano tre chitarre. Sarà stupefacente”. Oggi on stage all’Auditorium Parco della Musica, domani sera al Monk.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Woman’s Night, le donne al Vittoriano

In una splendida cornice… Quante volte viene detta questa frase, molte delle quali a sproposito. Ma mai come ieri sera non è stato un azzardo pronunciarla. Il Piazzale del Bollettino del Vittoriano, autentico gioiellino incastonato nel complesso monumentale in piazza Venezia, a Roma ha ospitato una serata interamente dedicata all’altra metà del cielo. Woman’s Night, il titolo: un viaggio nell’universo femminile attraverso il linguaggio universale della musica e dell’arte. Cinque donne, amiche per una notte (e poi chissà) sul palcoscenico a emozionare il pubblico presente. Più di mille persone e tante altre rimaste fuori per godersi i virtuosismi di Rita Marcotulli al pianoforte, le incredibili capacità vocali di Nicky Nicolai, la voce incantevole di Karima, la sorprendente Violante Placido e Noemi, per la quale sono quasi finiti gli aggettivi. A fare gli onori di casa e a realizzare diversi siparietti con le artisti, il sassofonista Stefano Di Battista, tra le tante cose marito della Nicolai. E proprio loro si sono battibeccati simpaticamente di continuo in una sorta di Casa Vianello al femminile. Quasi tutto straniero il repertorio, pescato a mani basse dai grandi della musica jazz. Si è distinta Karima con un omaggio a Luigi Tenco (Vedrai Vedrai), la stessa Nicky Nicolai (con una versione molto mineggiante di Se stasera sono qui) e la Placido, impegnata in due pezzi dell’indimenticabile Marilyn Monroe. Poi, tutte insieme, nel gran finale, eseguendo La bambola di Patty Pravo. Due ore piene di musica, musica vera. Senza tempo di annoiarsi. Una ventata d’aria fresca per dimenticare l’afa opprimente e il periodo storico disgraziato che sta attraversando il nostro paese (per non parlare, poi, di Roma nello specifico). Bene hanno fatto le girls a non fare alcun accenno alla situazione politica. Soltanto Karima e Nicky hanno lanciato qualche frecciatina. Ma una serata del genere ha dimostrato quanto la diversità (in questo caso musicale) unisce le persone e non le divide. Mai.

L’evento rientra nell’ambito della rassegna ArtCity promossa dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, per valorizzare l’identità e la bellezza del Monumento a Vittorio Emanuele. Il Polo Museale del Lazio risponde a questa domanda con un programma di ampio respiro, che mette spalanca i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura

PIERLUIGI CANDOTTI

Foto © Ansa

Laura Regina di Roma

La Pausini ce l’ha fatta. E l’arena del Circo Massimo, solo una settimana dopo il live di Roger Waters è tornata a riempirsi in una serata romana umidissima, senza un filo d’aria. Caldo che non ha scoraggiato le migliaia di fan accorsi da ogni parte d’Europa per assistere all’esibizione della Regina del pop italico. La paura di non farcela, dichiarata a pochi istanti dall’inizio e ribadita sul palco ha lasciato spazio a poco meno di tre ore di hit, partendo da Non è detto (primo singolo dell’ultimo fortunatissimo disco) fino ad arrivare ad E.STA.A.TE (tormentone di questa stagione) secondo pezzo in scaletta, ripreso anche nello scoppiettante finale. Scoppiettante in tutti i sensi, con coriandoli sparati da 41 cannoni e fuochi d’artificio ovunque. “Sono venticinque anni che provo a meritarmi il vostro affetto e ancora non so se ci riesco. Sono una perfezionista, non sono sicura che andrà tutto bene ma ci metto il cuore. Sempre”, una delle sue frasi prima del secondo dei sei medley. Sono troppe le hit della Pausini, a cantarle tutte per intero non basta il tempo tiranno. Quindi si cerca di lasciarne traccia, cantandone anche solo un pezzetto. Il cuore, si diceva. Come quello del chitarrista Paolo Carta, compagno nella vita di Laura, toccato durante Lato destro del cuore. L’emozione con lacrime durante La Solitudine, i cambi d’abito (un vestito che, non fosse per la gonna, ricorda molto quello del suo esordio sanremese), Vivimi (ancora adesso una delle più intense) e tanto altro. Laura, prima donna ad esibirsi al Circo Massimo (fu anche la prima ad esibirsi a San Siro e a realizzare tour negli stadi italiani) per una notte si è presa Roma. Ed è protagonista spettatrice del concerto, come quando prende il telefono di una ragazza e riprende il pubblico. O quando fa salire sul palco un neodiciottenne con indosso solo i bermuda e un altra fan per cantare la celebre Non c’è. E, giochi di parole a parte, non c’è nulla di preparato. Vero animale da palcoscenico, se lo mangia e lo domina da artista consumata. Prossimo obiettivo? Lei risponde:”Il Colosseo!”. Audace, visto che Beyoncé non  è ancora riuscita ad avere l’ok per realizzare il suo video ? Forse, ma niente è impossibile. E stasera si ripete, prima del tour mondiale in partenza dal 26 a Miami.

PIERLUIGI CANDOTTI

Pino è

 

La notte più lunga e più bella della musica italiana. L’omaggio postumo più significativo nei confronti di un artista. La notte dei miracoli (anche se si scomoderebbe un altro cantautore che ci osserva dall’alto). Così era stata presentata Pino è, andata in scena ieri sera davanti a poco più di 45mila anime, allo stadio San Paolo di Napoli. Terra di Pino Daniele, a tre anni dalla morte. Non solo: RaiUno e ben 9 network nazionali hanno diffuso tutto il concerto. E l’inizio non è stato certo deludente: sul palco la storica band Napoli Centrale con un James Senese che proprio non riesce a invecchiare (e meno male) e sullo schermo Pinú, in un duetto virtuale da brividi sulle note di Yes I Know my way. Ma ben presto, il delirio. Tra microfoni non funzionanti, canzoni pastrocchiate e inutilmente urlate (quando mai Daniele si canta così?) e inutili interventi (vedi Vanessa Incontrada e l’imbarazzante Alessandro Siani) si è andati avanti sperando in un piccolo miracolo. Ci ha pensato, all’improvviso (ed è parso un segno del destino) la cara e vecchia Mamma Rai, stroncando il duetto tra Eros Ramazzotti e Jovanotti (A me me piace ‘o blues) con gli spot. Al rientro, come se nulla fosse, l’accanimento è diventato completo: pezzo ricominciato daccapo. Lorenzo ha dichiarato che avrebbe potuto cantarla anche 19 volte, una e mezza è già abbastanza. Ma ancora il peggio non era arrivato. E il peggio si è materializzato con le sembianze di Enrico Brignano. Il comico romano è stato bombardato dai fischi per un monologo che accomunava Roma e Napoli nell’incuria e nell’immondizia. Come se già non fossero tesi i rapporti tra le due città non solo per mere questioni calcistiche. Una parte di Napoli non ha mai perdonato a Pino Daniele la sua scelta di andare a vivere tra la Toscana e Roma, pur non rinnegando mai le sue origini partenopee. Le note positive sono arrivate da una sublime Fiorella Mannoia (a suo agio anche nel tenere a bada Elisa in Quando), Claudio Baglioni (discreta l’interpretazione di Alleria, ottimo in Io dal mare, bella forza, è un suo pezzo…) e Giuliano Sangiorgi, ma solo nel duetto con Fiorella in Terra mia. Emozionante Vincenzo Salemme, la figlia di Pino (Sara) e il finale con il coro Napule è. Nel mezzo un Venditti e un De Gregori che hanno preferito non avventurarsi, scegliendo brani loro (di livello Generale, cantata dal Principe con Enzo Avitabile). Il contorno da Emma a Gianna Nannini, passando per Il Volo (onnipresente a dispetto dei santi) non ha onorato l’artista. Numerosi meme sui social hanno dato voce, simpaticamente, a un Pino Daniele in forte imbarazzo. Ma se l’intento era solo quello di ricordarlo e di amarlo per una notte ancora, nessuna lamentela. Magari, la prossima volta, con meno improvvisazione.

PIERLUIGI CANDOTTI