Woman’s Night, le donne al Vittoriano

In una splendida cornice… Quante volte viene detta questa frase, molte delle quali a sproposito. Ma mai come ieri sera non è stato un azzardo pronunciarla. Il Piazzale del Bollettino del Vittoriano, autentico gioiellino incastonato nel complesso monumentale in piazza Venezia, a Roma ha ospitato una serata interamente dedicata all’altra metà del cielo. Woman’s Night, il titolo: un viaggio nell’universo femminile attraverso il linguaggio universale della musica e dell’arte. Cinque donne, amiche per una notte (e poi chissà) sul palcoscenico a emozionare il pubblico presente. Più di mille persone e tante altre rimaste fuori per godersi i virtuosismi di Rita Marcotulli al pianoforte, le incredibili capacità vocali di Nicky Nicolai, la voce incantevole di Karima, la sorprendente Violante Placido e Noemi, per la quale sono quasi finiti gli aggettivi. A fare gli onori di casa e a realizzare diversi siparietti con le artisti, il sassofonista Stefano Di Battista, tra le tante cose marito della Nicolai. E proprio loro si sono battibeccati simpaticamente di continuo in una sorta di Casa Vianello al femminile. Quasi tutto straniero il repertorio, pescato a mani basse dai grandi della musica jazz. Si è distinta Karima con un omaggio a Luigi Tenco (Vedrai Vedrai), la stessa Nicky Nicolai (con una versione molto mineggiante di Se stasera sono qui) e la Placido, impegnata in due pezzi dell’indimenticabile Marilyn Monroe. Poi, tutte insieme, nel gran finale, eseguendo La bambola di Patty Pravo. Due ore piene di musica, musica vera. Senza tempo di annoiarsi. Una ventata d’aria fresca per dimenticare l’afa opprimente e il periodo storico disgraziato che sta attraversando il nostro paese (per non parlare, poi, di Roma nello specifico). Bene hanno fatto le girls a non fare alcun accenno alla situazione politica. Soltanto Karima e Nicky hanno lanciato qualche frecciatina. Ma una serata del genere ha dimostrato quanto la diversità (in questo caso musicale) unisce le persone e non le divide. Mai.

L’evento rientra nell’ambito della rassegna ArtCity promossa dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, per valorizzare l’identità e la bellezza del Monumento a Vittorio Emanuele. Il Polo Museale del Lazio risponde a questa domanda con un programma di ampio respiro, che mette spalanca i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura

PIERLUIGI CANDOTTI

Foto © Ansa

Laura Regina di Roma

La Pausini ce l’ha fatta. E l’arena del Circo Massimo, solo una settimana dopo il live di Roger Waters è tornata a riempirsi in una serata romana umidissima, senza un filo d’aria. Caldo che non ha scoraggiato le migliaia di fan accorsi da ogni parte d’Europa per assistere all’esibizione della Regina del pop italico. La paura di non farcela, dichiarata a pochi istanti dall’inizio e ribadita sul palco ha lasciato spazio a poco meno di tre ore di hit, partendo da Non è detto (primo singolo dell’ultimo fortunatissimo disco) fino ad arrivare ad E.STA.A.TE (tormentone di questa stagione) secondo pezzo in scaletta, ripreso anche nello scoppiettante finale. Scoppiettante in tutti i sensi, con coriandoli sparati da 41 cannoni e fuochi d’artificio ovunque. “Sono venticinque anni che provo a meritarmi il vostro affetto e ancora non so se ci riesco. Sono una perfezionista, non sono sicura che andrà tutto bene ma ci metto il cuore. Sempre”, una delle sue frasi prima del secondo dei sei medley. Sono troppe le hit della Pausini, a cantarle tutte per intero non basta il tempo tiranno. Quindi si cerca di lasciarne traccia, cantandone anche solo un pezzetto. Il cuore, si diceva. Come quello del chitarrista Paolo Carta, compagno nella vita di Laura, toccato durante Lato destro del cuore. L’emozione con lacrime durante La Solitudine, i cambi d’abito (un vestito che, non fosse per la gonna, ricorda molto quello del suo esordio sanremese), Vivimi (ancora adesso una delle più intense) e tanto altro. Laura, prima donna ad esibirsi al Circo Massimo (fu anche la prima ad esibirsi a San Siro e a realizzare tour negli stadi italiani) per una notte si è presa Roma. Ed è protagonista spettatrice del concerto, come quando prende il telefono di una ragazza e riprende il pubblico. O quando fa salire sul palco un neodiciottenne con indosso solo i bermuda e un altra fan per cantare la celebre Non c’è. E, giochi di parole a parte, non c’è nulla di preparato. Vero animale da palcoscenico, se lo mangia e lo domina da artista consumata. Prossimo obiettivo? Lei risponde:”Il Colosseo!”. Audace, visto che Beyoncé non  è ancora riuscita ad avere l’ok per realizzare il suo video ? Forse, ma niente è impossibile. E stasera si ripete, prima del tour mondiale in partenza dal 26 a Miami.

PIERLUIGI CANDOTTI

Pino è

 

La notte più lunga e più bella della musica italiana. L’omaggio postumo più significativo nei confronti di un artista. La notte dei miracoli (anche se si scomoderebbe un altro cantautore che ci osserva dall’alto). Così era stata presentata Pino è, andata in scena ieri sera davanti a poco più di 45mila anime, allo stadio San Paolo di Napoli. Terra di Pino Daniele, a tre anni dalla morte. Non solo: RaiUno e ben 9 network nazionali hanno diffuso tutto il concerto. E l’inizio non è stato certo deludente: sul palco la storica band Napoli Centrale con un James Senese che proprio non riesce a invecchiare (e meno male) e sullo schermo Pinú, in un duetto virtuale da brividi sulle note di Yes I Know my way. Ma ben presto, il delirio. Tra microfoni non funzionanti, canzoni pastrocchiate e inutilmente urlate (quando mai Daniele si canta così?) e inutili interventi (vedi Vanessa Incontrada e l’imbarazzante Alessandro Siani) si è andati avanti sperando in un piccolo miracolo. Ci ha pensato, all’improvviso (ed è parso un segno del destino) la cara e vecchia Mamma Rai, stroncando il duetto tra Eros Ramazzotti e Jovanotti (A me me piace ‘o blues) con gli spot. Al rientro, come se nulla fosse, l’accanimento è diventato completo: pezzo ricominciato daccapo. Lorenzo ha dichiarato che avrebbe potuto cantarla anche 19 volte, una e mezza è già abbastanza. Ma ancora il peggio non era arrivato. E il peggio si è materializzato con le sembianze di Enrico Brignano. Il comico romano è stato bombardato dai fischi per un monologo che accomunava Roma e Napoli nell’incuria e nell’immondizia. Come se già non fossero tesi i rapporti tra le due città non solo per mere questioni calcistiche. Una parte di Napoli non ha mai perdonato a Pino Daniele la sua scelta di andare a vivere tra la Toscana e Roma, pur non rinnegando mai le sue origini partenopee. Le note positive sono arrivate da una sublime Fiorella Mannoia (a suo agio anche nel tenere a bada Elisa in Quando), Claudio Baglioni (discreta l’interpretazione di Alleria, ottimo in Io dal mare, bella forza, è un suo pezzo…) e Giuliano Sangiorgi, ma solo nel duetto con Fiorella in Terra mia. Emozionante Vincenzo Salemme, la figlia di Pino (Sara) e il finale con il coro Napule è. Nel mezzo un Venditti e un De Gregori che hanno preferito non avventurarsi, scegliendo brani loro (di livello Generale, cantata dal Principe con Enzo Avitabile). Il contorno da Emma a Gianna Nannini, passando per Il Volo (onnipresente a dispetto dei santi) non ha onorato l’artista. Numerosi meme sui social hanno dato voce, simpaticamente, a un Pino Daniele in forte imbarazzo. Ma se l’intento era solo quello di ricordarlo e di amarlo per una notte ancora, nessuna lamentela. Magari, la prossima volta, con meno improvvisazione.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

 

 

 

Made in Italy

 

 

Questo film nasce da un progetto ‘balordo’: il concept album – anacronistico fare un concept negli anni Duemila – che porta lo stesso nome e uscito un anno e mezzo fa: avevo di nuovo una storia da raccontare

Così Ligabue, alla conferenza stampa di presentazione di Made in Italy, sua terza fatica da regista e sceneggiatore. In realtà i film sarebbero quattro se si considerasse il documentario Niente paura del 2010 (per la regia di Piergiorgio Gay). Il rocker emiliano ha sempre raccontato il suo Paese partendo dalla realtà delle radio private (Radiofreccia quest’anno festeggia il ventennale), andando a ritroso nella memoria con il commovente Da zero a dieci e oggi con la storia di Riko , 50 anni, (interpretato dal fedele e sempre ottimo Stefano Accorsi) nato e cresciuto in una cittadina emiliana. Operaio nel salumificio dove lavorava suo padre, ha sposato, molto giovane, Sara, una parrucchiera interpretata da Kasia Smutniak. È un uomo onesto, vive di un lavoro che non ha scelto, nella casa di famiglia che riesce a mantenere a stento, ma anche se fa una vita preimpostata, seguendo i dettami della società, può contare su un gruppo di amici veri e su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre. Suo figlio è il primo della famiglia ad andare all’università. È però anche un uomo molto arrabbiato con il suo tempo, che sembra scandito solo da colpi di coda e false partenze. Quando perde le poche certezze con cui era riuscito a tirare avanti, la bolla in cui vive si rompe e Riko capisce che deve prendere in mano il suo presente e ricominciare, in un modo o nell’altro. E non darla vinta al tempo che corre. Ligabue non ci sta, però a essere un narratore di storie e non ha pretese da sociologo, anche se tutti i suoi film sembrano dargli torto

La mia non vuole essere un’analisi sociale. La storia di Riko e dei suoi amici nasce dal desiderio di raccontare un uomo di mezza età che perdendo il suo lavoro, perde il senso di identità, diventa improvvisamente fragile. Facendo questo mestiere sono diventato un personaggio pubblico e attraverso la musica ho frequentato tante persone, alcune delle quali sono diventati amici. Ma gli amici che mi tiro dietro dall’infanzia, quelli sono la realtà che vivo di più. Tra loro ci sono tante persone perbene che non hanno voce, ecco volevo portare un pezzettino della loro storia nel film. Hanno definito Radiofreccia un film generazionale che era la cosa più lontana da quello che avevo in mente ma se qualcuno si identifica meglio così

Made in Italy è una tormentata dichiarazione d’amore per l’Italia e, volendo compiere un collegamento musicale si avvicina moltissimo a un pezzo del Liga. Si chiamava Buonanotte all’Italia, scritta nel 2009. Il film, in sala dal 25 gennaio in poco più di 400 copie, è prodotto da Domenico Procacci e distribuito da Medusa. E l’obiettivo di far venire nostalgia dell’Italia, non a chi è andato via ma a chi ancora ci sta è perfettamente riuscito

 

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Gli Sdraiati

 

 

Un libro di successo, un film liberamente ispirato ad esso. Liberamente neanche troppo perché leggendo il romanzo di Michele Serra (uscito nel 2013) e assistendo alla prima del film omonimo (in tutte le sale dal 23 novembre, quattro anni esatti dopo) si ha la percezione di quanto il racconto abbia notevolmente influenzato gli sceneggiatori. Gli sdraiati ebbe, oltre a recensioni entusiaste anche feroci polemiche per il trattamento riservato ai più giovani. Fu, in realtà, un ritratto amaro verso i padri più che per i figli dipinti invero come vittime di un sistema troppo legato a stereotipi del passato. Le varie lotte studentesche, le ideologie di una generazione che (Gaber docet) ha perso su tutti i fronti. Ha perso mentre pensava di vincere e ancora continua a credere di aver costruito qualcosa di irripetibile. Osservando la perfetta regia di Francesca Archibugi si hanno, talvolta, moti di disprezzo verso i ragazzi fancazzisti, una meglio (o peggio…) gioventù trattata come carne da macello. Ma sono soltanto figli nostri. Avendo seminato vento, raccogliamo nulla. Neanche più tempesta.

LA TRAMA

Giorgio (Claudio Bisio) è un giornalista di successo, amato dal pubblico e stimato dai colleghi. Insieme alla ex moglie Livia (Sandra Ceccarelli) si occupa per metà del tempo del figlio Tito, un adolescente pigro che ama trascorrere le giornate con gli amici, il più possibile lontano dalle attenzioni del padre. I due parlano lingue diverse ma ciò nonostante Giorgio fa di tutto per comunicare con il figlio. Quando nella vita di Tito irrompe Alice, la nuova compagna di classe che gli fa scoprire l’amore e stravolge la routine con gli amici, finalmente anche il rapporto con il genitore sembra migliorare. Ma l’entusiasmo non durerà a lungo perché il passato di Alice è in qualche modo legato a quello di Giorgio. Giorgio e Tito sono padre e figlio. Due mondi opposti in continuo scontro.

Nota di merito per i ragazzi, in particolare Gaddo Bacchini (Tito, figlio di Bisio sullo schermo) e Ilaria Brusadelli, vero fulcro intorno al quale ruota una parte importantissima del film.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Non c’è campo

 

 

Non c’è tempo, non c’è spazio… e ora neanche campo. Nella prima giornata veramente autunnale (vento sferzante in una gelida mattinata romana, comunque baciata sempre dal sole alla faccia dei secessionisti nordici) è stato presentato il nuovo film di Federico Moccia.

LA TRAMA

La professoressa Laura (Vanessa Incontrada), votata al lavoro di insegnante e ispiratrice di giovani menti, organizza per la classe una gita nel borghetto pugliese dove vive e produce l’artista internazionale Gualtiero Martelli (Corrado Fortuna). In compagnia della collega Alessandra (Claudia Potenza), Laura parte a bordo del pullman zeppo di alunni impazienti, tra i quali ci sono anche Francesco (Mirko Trovato), Flavia (Beatrice Arnera) e Valentina (Caterina Biasiol). Giunti a destinazione nel piccolo paese salentino, i ragazzi, assuefatti al tap tap e ai trilli delle notifiche, sono i primi ad accorgersi che laggiù, oh no, Non c’è campo! Anche le adulte sono preoccupate di fronte al black out telematico. Laura non sa come contattare il marito Andrea (Gian Marco Tognazzi) e la figlia Virginia (Eleonora Gaggero) che la aspettano a casa. La stimolante visita culturale di una settimana si preannuncia una difficile prova di astinenza da smartphone, ora accessorio inutile; gli istinti frenati di comunicazione compulsiva scatenano reazioni imprevedibili, segreti inconfessabili e nuovi amori. In un percorso di riscoperta per gli adulti e di formazione per i giovani, la gita sarà per tutti un momento di crescita e di svolta, grazie ad un rapporto senza filtri…

Moccia, dunque, dopo aver ricevuto gli strali di migliaia di romani per aver invogliato con i suoi libri almeno una generazione di ragazzi ad attaccare lucchetti in ogni dove, lancia un messaggio completamente diverso. Forse vuole redimersi, ma realizzare un film del genere è molto coraggioso. Si parla di commedia, intendiamoci. Ma se solo il 20% di chi vedrà il film capirà che c’è vita anche fuori dallo smartphone, avrà vinto ancora una volta. Ecco le sue parole in conferenza stampa

Sono stato chiamato da Sonia Olati che mi ha sottoposto una sceneggiatura nata da un’idea di Francesca Cucci che era stata scritta diversi anni fa. Il copione prendeva spunto da ciò che accadeva in un piccolo paese molisano dove non c’era campo. Qualcuno aveva scritto un articolo che aveva ispirato la sceneggiatura e che diceva che là la gente viveva decisamente meglio senza telefonini. Ho riscritto alcune cose, insieme a Chiara Bertini, nella speranza di poter trovare gli attori adulti giusti. Abbiamo deciso di girare a Scorrano (paesino in provincia di Lecce), dove abbiamo potuto contare sul sostegno di un’ottima Film Commission. Era una location perfetta, perché, neanche a farlo apposta, non c’era segnale. Ci siamo divertiti nonostante la fatica e mi è piaciuto molto lavorare con questi giovanissimi attori che si sono mescolati maniera credibile con i più grandi.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Terapia di coppia per amanti

Da T’appartengo a Get Down On It (letteralmente… Ottienilo). Sembra essere un titolo schizofrenico di un libro scritto da giovani teen idol. E invece è la metamorfosi (quanto più riuscita e divertente) di Ambra Angiolini. Da oggi potrà non essere ricordata più per essere la ragazza telecomandata dalla buonanima di Gianni Boncompagni (all’epoca più anima che buona, in verità…) né per i ruoli, i più dei quali non riusciti nei film di Ozpetek e Placido (La Scelta su tutti, dove comunque non brillò nessuno). Ambra si prende la sua rivincita facendo ridere. Accompagnata pregevolmente da Pietro Sermonti (il film perderebbe molto senza la sua verve) e da una storia che riesce a rimanere in piedi grazie al romanzo omonimo scritto da Diego De Silva. Terapia di coppia per amanti racconta la passione tra due fedifraghi, Modesto e Viviana in crisi non nelle loro rispettive storie ma… nella loro coppia. E da amanti bussano alla porta di un analista per sottoporsi alla terapia di coppia. I due non sanno come reagire di fronte al dilemma che rischia di allontanarli: tuffarsi a capofitto nella relazione extraconiugale e investire in una nuova vita, come vorrebbe Viviana (Ambra Angiolini) oppure seguire il suggerimento dello sboccato Modesto (Pietro Sermonti), chitarrista di chiara fama e proseguire con l’ingarbugliata doppia esistenza. Dopo l’ennesima schermaglia, l’uomo, che si nasconde dietro battutine spavalde per mascherare la vigliaccheria che lo affligge, accontenta l’esigente amante e finisce in terapia dal professor Malavoglia (Sergio Rubini) anch’egli ingabbiato da una ragazza che potrebbe essere la figlia, se non la nipote. Se non ci fossero le molte risate frutto di un copione a volte volgare ma tremendamente vero, si potrebbe estrapolare un trattato di psicologia. Il cameo di Alan Sorrenti serve a far canticchiare la celeberrima Figli delle stelle. Ancora attuale, dopo quarant’anni. E, per una volta, si può raccontare il finale senza spoilerare nulla. Sermonti che racconta ad Ambra come un giorno lontano decise di “scrivere” Get Down On It dei Kool & the Gang vince su tutto.

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PIERLUIGI CANDOTTI

Monster Family

 

Quante possibilità ci sono nella vita di un normalissimo essere umano (cartonato, in questo caso) di sbagliare numero telefonico e contattare Dracula? Nessuna, ovvio. O meglio, una su un milione. Ma nella vita di Emma Wishbone accade l’imponderabile. Lei, madre di due bambini (il maschio secchione e bullizzato, la femmina con la testa tra le nuvole e cattivissima verso il fratello) e moglie di un Fantozzi dei nostri tempi, conduce una vita ai limiti dell’infelicità. E’ proprietaria di una libreria (quanti film hanno come termine di paragone di un negozio in fallimento gli scaffali pieni di testi? troppi…) e passa il tempo a cercare di sistemare i cocci di una famiglia allo sfacelo. L’occasione arriva durante una festa mascherata: genitori e figli restano vittime di un sortilegio lanciato dalla strega Baba Yaga, inviata dal Conte Dracula in persona, e assumono per magia le sembianze dei loro costumi. Mummia, licantropo, vampira e mostro di Frankestein saranno costretti a unire le forze e ritrovare l’armonia familiare per invertire l’incantesimo. E le risate sulle avventure (più che sulle disavventure) della famiglia sono garantite. Monster family (dal best seller del tedesco David Safier (La mia famiglia e altri orrori) manda numerosissimi messaggi partendo dall’uso spasmodico dei telefonini fino alla scelta tra la felicità effimera o al valore del matrimonio. E riesce a farlo in poco più di 90 minuti (piccolo miracolo…). Adler Entertainment colpisce nel segno. Come non parlare poi del doppiaggio semplicemente perfetto fornito dalla strana coppia formata da Max Gazzè e Carmen Consoli?. Il cantautore romano, nelle vesti (pardon nelle corde vocali) di Dracula sembra esserci sempre stato. E quasi non si vorrebbe ascoltare l’audio originale di Jason Isaacs. La cantantessa, da par suo, presta la voce a Emma (Emily Watson per chi ascolta da fuori Italia…) dando alla protagonista un briciolo di Sicilia. Il film è davvero ben fatto, il doppiaggio di più. Ed è per tutti. Quindi: correte al cinema, dal 19 ottobre. Da non perdere!

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Nico, 1988

 

Arrivare al ventisettesimo anno d’età e non morire. Continuare a vivere, a essere qualcuno (anche se una stella che per forza di cose non brilla più come dovrebbe). E fare quotidianamente i conti con il passato. Con la vita, la fama… Cosa è rimasto? Un fuoco di paglia o degli anni comunque da ricordare? Non è stato facile, per quanto sicuramente appassionante e stimolante , per la regista e sceneggiatrice Susanna Nicchiarelli, raccontare la storia degli ultimi anni di vita della “musa di Andy WarholChrista Päffgen, in arte Nico interpretata in modo sublime da Trine Dyrholm. Un film girato, per esigenze narrative, in formato 4:3 dove sembra di entrare in una teca con materiali d’archivio per quanto paiono reali le immagini. Nico non è più la cantante dei Velvet Underground, cerca di allontanarsi il più possibile da quel mondo. Continua a drogarsi, ha solo sostituito l’LSD con l’eroina, gira l’Europa su un pulmino scalcinato per suonare la sua musica, la musica per cui non viene mai ricordata, di fronte a sparute platee tra Anzio, Praga e Manchester. Viene ancora usata, forse a lei piace anche e mangia pastasciutta con coca cola e limoncello. E’ piena di fantasmi, è sempre incazzata con la vita. Con se stessa. Lei che ha perso e riconquistato un figlio, lei che si circonda di persone che odiano i suoi nuovi (e ultimi, purtroppo) dischi. Camera obscura del 1985 contenente My Heart Is Empty è realmente un vero testamento dell’artista. Il cuore vuoto, o meglio svuotato. Lei, nata a Colonia, morirà ad Ibiza nel luglio 1988. Ibiza, dove le estati sono fatte solo per divertirsi e sballarsi. Dove non si può più tornare indietro. Neanche dopo una stupida caduta dalla bicicletta, curata per insolazione mentre si trattava invece di emorragia cerebrale

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Nove lune e mezza

 

Una gravidanza non voluta non è essa stessa una gravidanza obbligata e obbligatoria? Devono averla pensata in questo modo gli sceneggiatori di Nove lune e mezza, il gradevolissimo film distribuito dalla Vision Distribution al cinema dal 12 ottobre.

Due donne di oggi, due modi diametralmente opposti di stare al mondo: Livia e Tina sono due sorelle sulla quarantina, tanto unite quanto diverse. Livia (Claudia Gerini) è una violoncellista bella e sfrontata, dall’anima rock. Modesta, detta Tina (Michela Andreozzi), è un timido vigile urbano che ha buttato una laurea per il posto fisso. Entrambe hanno un compagno: Livia convive con Fabio (Giorgio Pasotti) un osteopata dolce e accogliente, Tina con Gianni (un Lillo sempre in ottima forma) un collega ordinario e intollerante. Livia difende da sempre la sua posizione di donna che non desidera avere figli, mentre Tina tenta da anni di restare incinta, senza risultato: quando Tina, nella sua ricerca, inizia a perdere la testa, Livia, consigliata dall’amico ginecologo, l’audace Nicola (Stefano Fresi), decide di portare avanti una gravidanza per lei. In altri paesi si può, ma in un terzo dei Paesi del mondo l’omosessualità è ancora un reato, a volte punibile anche con la morte. E Fresi sullo schermo appare nei panni del compagno di Massimiliano Valdo (in realtà marito della Andreozzi,). Una storia intrecciata di tre coppie, insomma. Da ridere, è vero. Ma in maniera molto riflessiva. Spicca nella commedia il gruppo di violoncelliste sui generis (tra le quali la stessa Gerini, Giovanna Famulari e Vanessa Cremaschi) alle prese con Rumore della Carrà e Quella carezza della sera dei New Trolls, un Lillo laziale sfegatato e imbranato e una Roma stupenda (spettacolari le riprese notturne di Castel Sant’Angelo) per una volta, pur se nella finzione cinematografica, senza immondizia. Anzi, tinteggiata anche di giorno dai colori che solo i turisti riescono a vedere. Con un Venditti d’annata in sottofondo. A proposito: le musiche sono state composte da Niccolò Agliardi fin dalla fase di scrittura, così come la canzone dei titoli di coda cantata da Arisa, che ha anche un piccolo ruolo nel film.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI