L’effetto domino di Malika Ayane

 

 

Quanto è difficile avere successo, essendo artiste raffinate, nel panorama musicale odierno? Se parliamo di Malika Ayane, la risposta è ovvia: semplicissimo. La sua grazia, accompagnata alla particolarissima voce, raggiunge l’apice con il quinto lavoro, uscito da due mesi esatti nei negozi. Domino, il titolo, si compone di dieci tracce tutte scritte dall’artista milanese (la maggior parte in coppia con Pacifico). Solo cinque dischi in dieci anni di carriera, la Ayane ha sempre preferito la qualità alla quantità ed è sempre stata premiata dal pubblico. Cantautrice di nicchia? Forse, anche se i singoli estratti dai suoi album sono sempre in alta rotazione nelle airplay radiofoniche. Partita da Feeling better, passando per brani come i sanremesi Come foglie e Ricomincio da qui (due gioielli) arricchendo la sua carriera con la splendida Il tempo non inganna, Malika non tradisce e con Sogni tra i capelli mantiene altissimo il livello. Sicuramente più impegnato dell’estivo e orecchiabile Stracciabudella. Voce, musica e… un fischiettio coinvolgente. Stasera il tour della Ayane fa tappa a Roma: tour originale e ambizioso: due concerti nella stessa città, come capita dalla prima tappa (il 6 novembre a Genova). Il primo in teatro, in compagnia di cinque strumentisti: Daniele Di Gregorio alla marimba, Carlo Gaudiello al piano, Marco Mariniello al basso, Jacopo Bertacco alla chitarra, Nico Lippolis alla batteria. Il secondo, il giorno dopo, in un club con i soli Bertacco, Lippolis e un synth suonato dalla cantante. “Nei concerti nei teatri cercheremo di sviluppare il piano dell’ascolto: tanti strumenti suoneranno meno e suoneranno assieme. Il giorno dopo, nei club, quasi solo due strumenti faranno muri di suono, loop, effetti. Jacopo, poi, è pazzesco, quando tocca lo strumento sembrano tre chitarre. Sarà stupefacente”. Oggi on stage all’Auditorium Parco della Musica, domani sera al Monk.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Pamela, il ritorno… a metà. Aspettando Sanremo

Ventitré anni di assenza dalle scene discografiche. Un record, almeno per il nostro paese, appartenuto finora a Giorgio Gaber (dal 1987 al 2001, almeno come registrazioni inedite). Pamela Petrarolo, torna alla ribalta con A metà, terzo lavoro dell’artista romana dopo i clamorosi successi raggiunti con Io non vivo senza te (1994) e Niente di importante (1995).

Bentornata Pamela! Cosa hai fatto in tutti questi anni?

Innanzitutto due figlie, mi sono limitata a due, a distanza di dodici anni l’una dall’altra. Un po’ di teatro, ospitate televisive e dopo tantissimi anni ho deciso di rimettermi in gioco come cantante

Quasi un quarto di secolo. Mancanza di proposte o altro?

In realtà il terzo progetto discografico doveva arrivare quasi subito dopo la fine del periodo di Non è la Rai ma non c’era nulla di così efficace che mi facesse pensare a continuare immediatamente la carriera. Sono stati i fans, che non mi hanno mai abbandonata, a convincermiOltre a questo, io nasco come un personaggio televisivo. Poi, grazie a Gianni Boncompagni, scoprii di poter cantare con la mia voce. Lui mi definì The Voice. Nel programma eravamo tante ragazze famose unite dal playback. Ero una delle poche a non usufruirne

Nel disco c’è un solo inedito…

La scelta è stata quella di riproporre in una nuova veste i più grandi successi dei primi due album. Nuovi arrangiamenti per nuove generazioni: per assurdo, considerando il lasso di tempo, potrebbero essere considerati quasi tutti inediti

Cosa ti aspetti da A metà?

Sarebbe un sogno ritornare ai vecchi numeri. Tanti anni fa vendetti ben quarantamila copie di dischi. Oggi sarebbe impensabile. Il mercato è nettamente cambiato e la musica è fruibile in tantissimi modi.

Sarebbe possibile al tempo dei social, realizzare nuovamente un programma come Non è la Rai?

Assolutamente no. Oggi è impensabile. Ci sono troppi haters. All’epoca eravamo molto ingenue, la nostra era una televisione pulita e neanche ci accorgevamo di non essere simpatiche a tutti. 

Cosa c’è nel futuro di Pamela?

Stiamo lavorando per Sanremo. Per il 2019 è troppo tardi. Con i miei autori eravamo indecisi tra scegliere di mandare un provino al Festival oppure aspettare e realizzare il disco. Ma per la prossima edizione ci proverò sicuramente. Vedremo se sarò in grado di scendere o cadere dalle scale…

Un ricordo di Gianni Boncompagni. Nel disco, aprendo il libretto c’è una dedica commovente. Quanto manca alla televisione italiana?

Gianni manca a prescindere, mi ha insegnato tutto. Televisione a parte, un’impronta come la sua mancherà sempre

 

PIERLUIGI CANDOTTI