Ritorno all’Università La Sapienza di Roma… Il tempo che unisce ieri e domani

Ci sono luoghi che non smettono mai di appartenerci.
Anche quando passano trent’anni. Anche quando la vita ci porta lontano.

Tornare alla Sapienza Università di Roma, nella mia facoltà di Scienze Politiche, è stato molto più che ritirare una pergamena di laurea rimasta ad aspettarmi dal 1993.

È stato un viaggio emozionale dentro il tempo, dentro la ragazza che ero (la foto con la mia orgogliosa Madre, un attimo dopo la discussione della tesi di laurea!) e dentro la donna che sono diventata.

E quando finalmente ho avuto tra le mani quel diploma, con il mio nome scritto nero su bianco — indirizzo Politico-internazionale — il cuore ha sorriso in silenzio.

Le immagini di questa giornata raccontano più di tante parole: il cortile della facoltà, gli studenti seduti sulle panchine, i corridoi attraversati di nuovo dopo una vita, la mia pergamena stretta tra le mani come un cerchio che finalmente si chiude.

La Sapienza Roma
La Sapienza Roma FAC OLTà di scienze politiche

Ai miei tempi l’università era fatta di attese, presenza fisica e resistenza.
Niente piattaforme online, niente app, niente intelligenza artificiale.
C’erano le file agli sportelli, le corse per prenotarsi agli esami, i libretti universitari consumati dall’uso e i tabelloni da controllare con il fiato sospeso.

E poi c’eravamo noi.

Le battute tra colleghi nelle torride giornate romane, quando il caldo sembrava sciogliere perfino i pensieri.

Le albe gelide davanti alle aule per conquistare un posto “strategico” agli esami: presto sì… ma non troppo.

Mai per primi — cavie del professore — e nemmeno per ultimi, quando si arrivava ormai “bolliti”.

Il mio percorso universitario durava quattro anni: un biennio comune, con esami obbligatori, prima della scelta dell’indirizzo.

Io scelsi il Politico Internazionale, spinta dalla curiosità verso il mondo e verso ciò che accade oltre i confini.

Non sapevo ancora che quella scelta avrebbe accompagnato tutta la mia vita professionale.

Dopo la laurea e i due anni di IFG per il praticantato di giornalismo nella meravigliosa Urbino, sono arrivati gli anni nelle redazioni.

Il Messaggero, L’Informazione, TgR Lazio… e soprattutto METRO, lo storico primo free press d’Italia, d’importazione svedese, la mia avventura più lunga e intensa: ventisei anni vissuti tra notizie, persone, corse contro il tempo e cambiamenti epocali, fino alla fine del 2025.

Oggi continuo a fare ciò che amo: scrivere.

Metto la mia penna al servizio di la Repubblica Salute — e quindi anche di La Stampa e HuffPost — mentre collaboro con la Regione Lazio.

Ma la parte più sorprendente di questo ritorno è stata parlare con le matricole di oggi.

Ragazzi cresciuti in un mondo governato dall’intelligenza artificiale, abituati a studiare online, a cercare tutto in pochi secondi, a preparare esami con strumenti che ai nostri tempi sembravano fantascienza.

Eppure, nel confronto tra ieri e oggi, ho scoperto una verità semplice: cambiano i mezzi, non cambiano i sogni.

Negli occhi di quei ragazzi ho rivisto la stessa inquietudine, la stessa speranza, la stessa voglia di costruirsi un futuro che avevamo noi.

E allora guardo quella pergamena e penso che sì, di strada ne ho fatta tanta.

Partendo da Castronovo, piccolo paese arroccato sulla collina ai piedi di Rendinara, con il peso dei sacrifici sulle spalle e una certezza nel cuore: lavoro e studio, studio e lavoro. Sempre insieme.

Forse è proprio questo il senso del ritorno.

Capire che ogni fatica ha lasciato un segno.

Che le nostre origini non ci trattengono: ci costruiscono.

E quella pergamena, oggi, non è solo un diploma.

È la prova concreta di un viaggio.

Di una ragazza partita da un piccolo paese e arrivata fino alle redazioni dei giornali, senza mai smettere di credere nel valore dello studio, della curiosità e della libertà di raccontare il mondo con la propria voce.

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