Patty Pravo ? “Eccomi!”

 

 

I cinquant’anni di un’Artista (in maiuscolo, ovvio), le sue nozze d’oro con il pubblico. Patty Pravo non poteva esimersi dal festeggiare un anniversario così importante con il suo pubblico. L’idea degli instore è balenata anche nella sua mente. E dopo essere stata a Milano e Firenze (e prima di far tappa conclusiva a Napoli, domani pomeriggio) la cantante veneziana è sbarcata a Roma, in Feltrinelli (ormai luogo d’incontro tra i fan e l’artista di turno). Poco avvezza a questi riti, l’eterna ragazza del Piper è giunta con quasi quindici minuti di anticipo. Senza farsi annunciare, senza rispondere a domande. Ha chiamato a gran voce la gente per farla salire sul palco con la copia del cd ben in vista “perché devo sbrigarmi, altrimenti finiamo alle 10!“. Diva lo è sempre stata, bellezza e bravura (ancora intatte) non l’hanno mai tradita. Piacevole è stato trovare moltissimi ragazzi, alcuni poco più che ventenni) stregati da un’artista che ancora ora fa impallidire molte sue colleghi. Tra il pubblico anche paragoni azzardati tra lei e Mina. Due donne con due carriere diversissime, con due voci e stili imparagonabili. Impossibile scegliere. Ma la musica italiana ha la fortuna di averle ancora entrambe piene di idee e di musica!

 

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Il disco Eccomi ci viene raccontato dal giornalista e psichiatra Elio Sena

A distanza di cinque anni dall’ultima raccolta di inediti, è uscito lo scorso 12 febbraio il nuovo CD di PATTY PRAVO, che contiene anche il brano “Cieli immensi” presentato al Festival di Sanremo, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e conquistato il Premio della Critica.

Da ben mezzo secolo lo straordinario personaggio cui dà anima la veneziana Nicoletta Strambelli è in grado di calamitare l’attenzione sia degli esperti di Musica e Costume sia della gente comune, tutti sedotti dall’indiscusso carisma della cantante. Troppo spesso, però, Patty Pravo attiva ironici commenti relativi al suo look e alla progressiva compromissione delle sue abilità vocali, in funzione a volte solo del malanimo di chi giudica. È forse il prezzo da pagare se da dieci lustri puntualmente dimostri di essere in grado di anticipare i tempi, prefigurare i gusti, riagguantare il successo anche dopo lunghi periodi bui. Così, chi si è perso nella valutazione microscopica degli effetti dei “ritocchi estetici”, cui forse per semplice pulsione autodistruttiva Nicoletta ha dovuto cedere per far contenta Patty, oppure si è dedicato con zelo a calibrare l’attuale estensione vocale e la potenza delle stonature, non si è accorto che proprio sul palco di Sanremo ancora una volta la piccola arte della musica leggera esibiva una delle poche vere artiste cui essa deve moltissimo.

“Eccomi”, presenta nel nome se stesso e la Diva. È un disco pregevole, curatissimo, non privo di originalità di testi e melodie, sospeso tra il passato cui necessariamente deve far riferimento un Mito attualizzato e il futuro che somiglia per lo stesso motivo all’immortalità. Almeno cinque pezzi spiccano fra questi dodici inediti (il disco contiene anche la memorabile “Tutt’al più”, nella versione rivisitata per il Festival): “A parte te” (di Giuliano Sangiorgi), “Qualche cosa di diverso” (di Zibba), “Se chiudo gli occhi” (di Tullio Mancino), “Per difenderti da me” (di Tiziano Ferro) e ovviamente il siderale giro di do che incardina incisi e ritornelli di “Cieli immensi” (di Fortunato     Zampaglione), bella canzone dal successo immediato. Gli altri brani cedono al confronto, ma sono di ottimo livello, ugualmente ben confezionati e, manco a dirlo, godono tutti di interpretazioni eccelse e personalissime; persino “Possiedimi” il pezzo scritto da Gianna Nannini, a fronte di un riconoscibilissimo marchio di fabbrica, viene “posseduto” fino allo spasimo dall’originalità del “tarocco” della Pravo.

Alcuni preziosismi negli arrangiamenti, talvolta funzionali al sostegno di una voce non più potente come un tempo, e qua e là minime sbavature di sintesi tra musica e canto, non svalutano di un cent un prodotto di sontuosa eleganza, modernissimo e classico al tempo stesso, difficilmente imitabile e destinato a lunga attenzione… proprio come l’artista che lo firma, Patty Pravo.

 

 

 

La borsa di… Noemi

Tutti cantano Sanremo? In verità, tutti amano Noemi. Al secondo instore (ormai le presentazioni in librerie e affini si chiamano così, vai a capire…) dopo quello di Milano, la rossa è approdata a Roma, sua città natale. In ritardo di quasi un’ora (ah, la Tangenziale…) sulla tabella di marcia ha deliziato i fan (alcuni presenti sin dalle 13!) con la sue doti migliori (voce a parte). La simpatia e la disponibilità non sono mai state messe in discussione. Noemi non si risparmia mai e dopo aver risposto alle domande di Chiara Di Giambattista ha regalato scatti a tutti iniziando dai più piccoli e da due ragazze in carrozzina. Tantissime copie da firmare, non solo del suo ultimo lavoro Cuore d’artista, ma anche di vecchi dischi portati per l’occasione all’appuntamento romano in Feltrinelli. Nelle poche parole scambiate nell’intervista, la sua contentezza di essere arrivata ottava al Festival di Sanremo appena concluso. Stesso piazzamento di una certa Fiorella Mannoia (sua mentore) nel 1987 (Quello che le donne non dicono, pezzo magistrale scritto da Enrico Ruggeri). La borsa di una donna è il proseguimento naturale del percorso femminile nella musica leggera italiana. Qui il brano è firmato da Marco Masini ed è già suonatissimo dalle radio. Altri pezzi degni di nota presenti nell’album, ricco di collaborazioni prestigiose, Cuore d’artista (title track scritta da Ivano Fossati), Amen e Veronica guarda il mare (qui si sente poderosa la mano degli Stadio, vincitori all’Ariston). Ma Noemi ha dimostrato ancora una volta di essere il futuro della musica del BelPaese. Tanto, troppo diversa da altre “dive” stereotipate uscite, prodotte e confezionate dai talent. Qui siamo su altro livello. A partire dalla cosa meno importante: la sexy copertina. Ad avercene…

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Fuocoammare

Un anno intero a Lampedusa per filmare i migranti, dal primo SOS in mare sino alla vita quotidiana nei centri d’accoglienza. Il loro dramma in primo piano; sullo sfondo la realtà di un’isola apparentemente fuori dal mondo. Senza alcuna narrazione. Non ce ne sarebbe bisogno. Le immagini e i dialoghi sono talmente esplicativi da coinvolgere, facendo riflettere e commuovere, lo spettatore. Gianfranco Rosi, dopo il leone d’oro ottenuto alla 70° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia con Sacro GRA sceglie la Sicilia, il suo realismo, la vita di un bambino figlio di pescatori, sofferente il mal di mare, appassionato di fionda e con un occhio pigro che deve curare portando una benda (ma proprio a quell’occhio che usa per la fionda e quindi adesso non ha più una buona mira) la radio locale e le richieste degli ascoltatori, i sughi sui fornelli. Ma anche la mancanza d’acqua e viveri sui barconi, le tute bianche e le maschere sul volto, la vita dei migranti, in arrivo spossati e distrutti, rassegnati a condizioni assurde. Cadaveri e canzoni. Con due protagonisti assoluti. Il bambino dodicenne (Samuele) e il dottore Pietro Bartolo, medico di Lampedusa da oltre vent’anni.

Samuele ci mostra la vita sulla terra, con la sua ansia e il suo affanno già in tenera età. Il medico del paese, direttore sanitario dell’Asl locale assiste ogni giorno agli sbarchi, smistando malati e deceduti. Una vita dedicata all’assistenza e all’accoglienza, consapevole dell’enorme responsabilità del suo operato.

Avevo deciso di fare il film dopo avere incontrato il dottor Bartolo a causa di una bronchite improvvisa da curare, mi hanno colpito i suoi racconti così umani, su vent’anni di soccorsi che riassumono il senso della parola emergenza. Una volta arrivato sull’isola ho scoperto una realtà molto lontana dalla narrazione mediatica e politica e ho verificato l’impossibilità di condensare in pochi minuti un universo così complesso come quello di Lampedusa 

 

Fuocoammare è l’unico film italiano in concorso a questa edizione della Berlinale, nella sezione Orizzonti, dove ha ricevuto applausi e consensi. In Italia sarà nelle sale dal 18 Febbraio.

 

Onda su Onda

 

Dalla Basilicata all’Uruguay. Dalla piccola impresa meridionale a una lunga crociera sudamericana. Sempre con la musica e il mare presenti come protagonisti, più che come contorno. La scelta di girare in Uruguay viene spiegata proprio dal regista e attore

L’Uruguay mi ricorda la Basilicata, sono entrambe strette tra tre regioni, piu’ importanti sulla carta. Sono rimasto anche folgorato dal discorso del presidente Mujica, parla di diritto alla felicità: il primo capo di Stato che parla del diritto alla felicità. Ho conosciuto una terra dove regna una sospensione quasi poetica dove sembra non succeda nulla e con gente molto cordiale

Il film racconta i destini intrecciati di Ruggero (Alessandro Gassmann), cuoco solitario e Gegè (Rocco Papaleo) esuberante cantante che deve raggiungere Montevideo per un concerto, occasione imperdibile per il suo rilancio. All’inizio tra i due non corre buon sangue, ma un evento inaspettato li costringerà ad una amicizia forzata. Nella capitale uruguagia li accoglierà una donna, Gilda Mandarino (Luz Cipriota), l’organizzatrice dell’evento. Ma non tutto andrà come previsto… A Montevideo cercheranno di placare la loro sete di rivincita. Nel cast è esilarante la presenza di Massimiliano Gallo nei panni di un comandante di nave da crociera che ha paura di affogare. Potrebbe essere un Titanic (restando in tema musicale) visto il canovaccio ormai noto intrapreso dai film italiani. Tutto si basa sugli equivoci. Invece Papaleo dimostra, ancora un volta, la sua bravura anche dietro la macchina da presa. Gassmann ormai interpreta solo ruoli comici, con una vena di malinconia. Fisicamente ricorda sempre più il papà. Proprio del grande Vittorio si parla in conferenza stampa

Mio padre ha sempre sostenuto di avermi concepito sulla spiaggia di Mar del Plata. Mia madre in realtà sostiene che non è così  perché quella volta non gliela diede (testuale…)

In realtà un ricordo di Gassman padre nel film è presente. La spiaggia bianca che vede protagonisti Ruggero e Gilda ricorda tanto quella del film Il Tigre (uno dei suoi più belli e meno conosciuti). Lì, a correre, c’era Ann-Margret e le dune erano quelle del litorale laziale. Può sembrare blasfemia…

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The Hateful Eight Tarantino a Roma!

 

 

 

L’inferno, primo dei Tre Regni dell’Oltretomba narrato da Dante. Ma anche il Purgatorio e il Paradiso. No, non è un delirio legato a reminiscenze scolastiche. E’ la prova dell’esistenza di… Quentin Tarantino! La sua personalissima Divina Commedia messa in mostra con l’ottavo (capo)lavoro. Un’opera di 2 ore e 50 minuti nella versione standard, 3 ore e 10 in quella in 70mm di libidine pura. Accompagnato dalle musiche del Maestro Ennio Morricone, il regista del Tennessee inchioda letteralmente gli spettatori alla sedia. Non per i colpi di scena (pochi rispetto alle aspettative) quanto per una trama dove si possono trovare mille e più citazioni. Ambientato qualche anno dopo la fine della guerra civile, The Hateful Eight, ha come protagonisti otto maledetti viaggiatori bloccati dalla neve presso un emporio, nel cuore del Wyoming. Ci sono il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua indomabile e perfida prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). I due sono attesi nella città di Red Rock dove John Ruth, che non a caso si chiama “Il Boia”, deve portare all’impiccagione la criminale riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Ma c’è anche il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), anche lui cacciatore di taglie che viaggia con tre cadaveri al seguito (valore 8000 dollari). Ma non solo… C’è Oswaldo Mobray (Tim Roth), che si definisce un boia, il mandriano Joe Cage (Michael Madsen), faccia da criminale, ma in viaggio per far visita alla mamma; lo Sceriffo, o aspirante tale, Chris Mannix (Walton Goggins);l’anziano Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) e, infine, il messicano Bob (Demián Bichir)

E’ uno spaghetti western (quelli alla Sergio Leone per intenderci) pellicole che Tarantino ha sempre amato e sognato di fare. Qui si prende il lusso di essere voce narrante, fuori campo. Ma la sua mano si vede tutta. Il sangue che schizza, splatter, pulp…chiamatelo come volete. E’ anche un giallo (notevole il richiamo ad Agatha Christie quanto ad Anthony Mann). Anche qui si cerca un assassino. I cowboy nella neve, il camino acceso, il razzismo fin troppo marcato, una lettera del Presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln, troppi caffè e troppi stufati. C’è davvero di tutto. La proiezione avvenuta ieri sera nello storico Teatro 5 di Cinecittà ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso, con la curiosità di vedere se sarebbe andato a finire proprio così. Chi ha letto il pressbook in dotazione ha scoperto un velato spoileraggio. Ma l’ha subito dimenticato, tanta era la voglia di assistere a una pellicola in corsa per tre Oscar. Nelle sale italiane dal 4 Febbraio

 

 

Alla conferenza stampa di oggi erano presenti il regista, Madsen (con il suo giubbotto Free Tibet mostrato con orgoglio) e Kurt Russell.

 

 

Nel corso dell’incontro dei giornalisti, spiccano le dichiarazioni del regista che definisce il suo ultimo lavoro come “la versione western de Le Iene” e lo scontro dialettico tra il collega Francesco Lomuscio e Morricone autore (anche…) di una lezione di musica improvvisata. A 87 anni…suonati!

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L’abbiamo fatta grossa

Per questo film avevo bisogno di più libertà rispetto ai miei ultimi lavori, cosa che sono riuscito a ottenere anche e soprattutto grazie all’esuberante talento di Antonio. Sentivo il bisogno di sterzare, di cambiare nuovamente rotta, e così è venuto fuori L’Abbiamo fatta grossa, che è una sorta di commedia noir favolesca in chiave comica, anche se qualcuno potrebbe vedere nel finale una sottile critica di costume

Così Carlo Verdone in conferenza stampa, al termine della proiezione della sua nuova fatica cinematografica. Quasi quarant’anni di carriera vissuti sempre al massimo (pochi davvero i film non riusciti). Va detto subito che il Verdone anni 80 è definitivamente sepolto. Il cambiamento radicale avvenne da Stasera a casa di Alice in poi. Le battute e il suo modo di fare fanno parte della persona più che del personaggio e sono rimaste intatte. Riesce a valorizzare ogni spalla e, più passano gli anni più ci si rende conto che il paragone con Alberto Sordi (suo maestro e mentore) è assolutamente fuori luogo. Troppo distanti i due. L’abbiamo fatta grossa racconta la storia di Yuri Pelagatti (Antonio Albanese), un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione dalla moglie, non riesce più a ricordare le battute in scena e di Arturo Merlino (Verdone) investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova. Yuri vuole le prove dell’infedeltà della ex moglie e assume Arturo credendolo un super investigatore. Ma Arturo per errore entrerà in possesso di una misteriosa valigetta contenente un milione di euro in contanti… Equivoci, gag e finale a sorpresa. Si ride, è vero. Come è anche vero che non mancheranno i grandi incassi. Con 850 schermi a disposizione c’è tutta la possibilità di ottenerli. Il problema del film (il venticinquesimo dell’attore romano) è il fiato corto che con il trascorrere dei minuti sembra prendere i protagonisti. Si arriva alla fine regalando la solita dose di critica sociale legata ai vizi degli italiani e alla corruzione che imperversa nel Bel Paese, Parlamento in testa. Chissà se nel futuro Verdone riuscirà a far ridere ancora il pubblico. Lascia l’incontro con una promessa legata al rapporto con Albanese

Se il pubblico apprezzerà questo lavoro abbiamo già una traccia per un altro film insieme, da realizzare tra un paio d’anni

E forse lo stiamo già aspettando. Dal 28 Gennaio al cinema. L’hanno fatta grossa?!?

Nervi a fior di pelle per Aurelio De Laurentiis, a margine della presentazione. Dopo le domande di rito su produzione e sceneggiatura del film, la giornalista Rai Valentina Tocchi inizia a chiedere a De Laurentiis del Napoli e dello scandalo (l’ennesimo) che vede coinvolto anche il suo club. Violenta la reazione del produttore cinematografico : “Non voglio mischiare gli attori col calcio, ma come c….. ve lo devo dire, porca p……”. Poco più tardi arriveranno le scuse

 

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Il figlio di Saul

 

Un filone inesauribile di storie. Questo è da anni, per il cinema, la deportazione ad Auschwitz. Il figlio di Saul, candidato ungherese all’Oscar 2016 per il miglior film straniero non fa eccezione. L’imminente ricorrenza della annuale Giornata della Memoria consueto appuntamento del mese di gennaio, fa da cornice a questa nuova pellicola.

Diretto dall’ungherese László Nemes, il film ha come protagonista Saul, appunto, nome che richiama la Bibbia e, nello specifico, il primo re d’Israele, membro della tribù di Beniamino. Nella pellicola Saul è un ebreo ungherese rinchiuso ad Auschwitz. Ma non solo: egli è un Sonderkommando, termine che indica i prigionieri nei campi di sterminio costretti a collaborare con i nazisti.

Migliaia di ebrei vengono spediti alle docce, dove trovano la morte: tra quelle vittime c’è un ragazzo, che Saul crede essere suo figlio (e, forse, lo è veramente). Il giovane sopravvive alle docce, ma viene subito dopo ammazzato. Da quel momento, Saul farà di tutto per nascondere il corpo, per non bruciarlo e dargli degna sepoltura.

Protagonista è l’attore e poeta ungherese Géza Röhrig (qui al suo debutto come attore). Il film ha partecipato in concorso al Festival del cinema di Cannes nel 2015, vincendo il Gran Prix Speciale della Giuria. Nelle sale italiane approderà il 21 Gennaio.

 

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Se mi lasci non vale

La tua donna ti ha lasciato? Bene, anche la mia. Passeremo le nostre serate al bancone di un bar ingoiando lacrime e birre oppure…? Oppure! Piano diabolico! Ciascuno di noi dovrà avvicinare la ex dell’altro, conquistarla facendo leva sugli interessi e i punti deboli rivelati, farla innamorare perdutamente e poi lasciarla senza pietà. È così che Paolo dovrà fingersi un vegano convinto per avvicinare Sara (Serena Autieri), la ex di Vincenzo, mentre quest’ultimo dovrà calarsi nei panni di un ricco magnate, per colpire al cuore Federica (Tosca D’Aquino), la ex di Paolo che sembra interessata solo al potere e al denaro. Vendetta, tremenda vendetta. E’ un film spiritoso (il merito maggiore va al collaudatissimo duo Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso) molto realistico con dei risvolti psicologici neanche troppo nascosti. Equivoci? Pochi come anche i colpi di scena.

Questo film più di ogni altra cosa mi è stato utile per capire quanto sia vero il detto ‘chi trova un amico trova un tesoro’. Per me prima di ogni altra cosa questo film è il racconto di una bella amicizia

Così Salemme in conferenza stampa, mentre alla domanda posta alle due attrici riguardo il loro pensiero su atti vendicativi, la risposta è stata unanime :”L’amicizia è il sentimento fondamentale di questo film. La vendetta non paga mai, mentre l’amicizia è un valore sempre fondamentale per tutti. Noi non ci siamo mai vendicate!”. Vero o falso? Che importa! L’importante è ridere di gusto. Il pubblico potrà farlo dal 21 Gennaio.

 

 

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The Pills – Sempre meglio che lavorare

 

 

 

Una storia vera, il precariato (o l’assoluta mancanza di voglia di lavorare) come protagonista assoluto. O perlomeno cercare un lavoro molto poco impegnativo sia fisicamente che concettualmente. Tra una sigaretta (leggasi canna…), dosi di caffè bevute in quantità industriali, dubbi esistenziali e la paura di crescere si svolge la vita di tre eterni Peter Pan “alla romana”. I soldi per finanziare il film (ben spesi, non c’è che dire) sono stati investiti da quel fenomeno di Pietro Valsecchi (ancora ebbro di successo zaloniano). Anche se le sale (solo 350) sono evidentemente troppo poche. The Pills viene da lontano. Apparizioni su Deejay Tv e su YouTube, ultimamente su Italia 1. Ma per il grande schermo il genere è una novità assoluta. Siamo lontanissimi (chi ha detto per fortuna?) dall’Italiano Medio di Capotonda (https://oriettacicchinelli.com/2015/01/22/italiano-medio/), ancora di più dai Soliti Idioti (https://oriettacicchinelli.com/2015/03/12/la-solita-commedia-inferno/). Qui si ride e si riflette molto di più. Il Pigneto come location. A proposito dell’ambientazione romana e del linguaggio locale, uno dei protagonisti Luigi di Capua dice:”siamo stanchi di un cinema italiano che racconta di precari che vivono nei loft. Per noi il Pigneto non la periferia tristona di Suburra”. Matteo Corradini di rimando:”Anche Milano avrà un suo Pigneto. Abbiamo portato il nostro clan, il nostro linguaggio perché la verità è il modo in cui si diventa universali”. Un’altra presentazione è prevista proprio nel capoluogo lombardo. Il regista (nonché uno degli attori, Luca Vecchi) afferma:”Il film è totalmente autobiografico. Nel 2010 ci siamo ritrovati tutti e tre laureati e senza lavoro. Le uniche possibilità erano occupazioni in ufficio, otto ore per trecento euro. Non ne valeva la pena. Allora ci siamo detti che volevamo almeno tentare di fare quello che ci divertiva” Una menzione particolare va alla meravigliosa Margherita Vicario (https://oriettacicchinelli.com/2014/12/03/metti-una-sera-all-angelo-mai-margherita-vicario/), protagonista femminile suo malgrado. La produzione ha infatti “costretto” i tre ad avere al loro fianco una donna. Ha fatto la scelta giusta, non c’è che dire. Il film (Medusa) sarà nelle sale dal 21 Gennaio. Da non perdere!

 

 

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Assolo

 

Assolo vuole raccontare la solitudine di una donna profondamente insicura che ha passato la temuta boa dei cinquant’anni. Il tema è serio. Per questo vale la pena di scherzarci su

Così Laura Morante, durante la conferenza stampa di Assolo svoltasi lunedì scorso. Film diretto da lei con un cast di assoluto valore. La protagonista però è Flavia. Due matrimoni alle spalle (con altrettanti figli) e una terza relazione finita male, si trova per la prima volta da sola. Insicura e dipendente da tutti, perfino dalle amiche, cerca di trovare un minimo di autonomia e autostima nella sua psicanalista. Donna imbranata nella guida e goffa anche nelle pratiche più intime (tanto da dover comprare un manuale sull’autoerotismo) riesce a dare e a ricevere amore incondizionato dalla cagnetta dei vicini. La storia, a tratti banale e prevedibile, non decolla mai nonostante l’ottima recitazione di Piera Degli Esposti e di Marco Giallini (qui nei panni di un rozzissimo collega di lavoro dedito all’approccio). Resta amaro in bocca e un po’ di tristezza, anche se l’idea della Morante (al suo secondo film dietro la macchina da presa) era quella di far ridere e di far riconoscere molte donne nel suo personaggio.

La commedia verrà distribuita nelle sale cinematografiche da domani.

 

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