Adrian, Celentano non (in)canta più

Cosa resta dopo le due serate-evento trasmesse da Canale 5? Assoluto smarrimento, incapacità nel comprendere l’utilità di tanto rumore (per nulla, forse meno) e 5 minuti di Celentano in carne e ossa. Sì, perché Adrian, il cartone animato trasformato in uno show scritto e diretto dallo stesso Molleggiato dopo una gestazione durata ben quindici anni, ha partorito un prodotto senza capo né coda. In principio, siamo nel 2005, era stata annunciata la pubblicazione di un cartoon nel periodo natalizio, al quale era previsto lavorassero anche Vincenzo Cerami e Paolo Conte. Ma poi non se ne fece nulla. Nel 2008, il Clan Celentano e Sky si misero d’ accordo per il progetto Adrian che tre anni dopo ebbe quantomeno le fondamenta: Milo Manara per i disegni, Nicola Piovani per le musiche e lo stesso Cerami per coordinare i testi. Coproduttore la società Cometa Film. Dopo anni di vie legali (alcune promesse, altre impugnate), furiose liti, cambi di produzione e di idee, finalmente (nel luglio scorso) la decisione di Pier Silvio Berlusconi: lo show sarebbe andato in onda sulle reti Mediaset. Ma, fino all’ultimo, a regnare è stata la confusione. Teo Teocoli e Michelle Hunziker chiamati a condurre lo spettacolo si sono tirati indietro: i due, reclutati da Celentano, dopo aver atteso invano il divin Adrian durante giorni di prove infruttuose e senza copione, hanno piantato tutto tornando a Milano. A seguirli anche Ambra Angiolini. Sul carro sono rimasti soltanto Nino Frassica e Natalino Balasso. Con queste premesse, se non avessero ballato cifre astronomiche, qualsiasi direttore di rete con un briciolo di buon senso non avrebbe dato alcun benestare alla messa in onda del programma. Ma, si sa, quando c’è di mezzo Celentano tutto è opinabile. E, alla fine, centinaia di persone si sono presentate al teatro Camploy di Verona per godersi sia il prologo di Adrian, sia la prima puntata della graphic novel.  Frassica, nel ruolo di un frate, assieme al suo assistente Francesco Scali, è impegnato a selezionare tra tanta gente, in fila, chi può entrare e chi no. L’obiettivo, spiegano, è creare un mondo in cui vinca la bellezza. Alle loro spalle, infatti, il mare, una barca, una dogana. È un porto – chiaro riferimento alla situazione politica e migratoria in Italia e in Europa – e i due frati sono arbitri del destino delle persone davanti a loro. Mezz’ora di Aspettando Adrian (ribattezzato in corsa così). Ma di Celentano, nessuna traccia. Arriva, invece Natalino Balasso, il “matto” della compagnia, deputato a dire le più scomode verità. E si complimenta con il pubblico che ha pagato fior fior di quattrini per NON vedere il Molleggiato. Poi, una critica al mondo dei media: “Ore e ore di tv hanno formato il bovino plaudente che batte le mani e fischia a comando”. Fino a quando, preceduto da un tuono, Adriano arriva sul palco. Due parole e niente più prima del cartone. Deludente, anziché no. E la seconda serata, in onda ieri sera (ne sono previste nove, in totale) ha peggiorato il clima già bollente. La confessione di Adriano Celentano al “frate” Nino Frassica, in avvio: “Ho lasciato illudere Canale 5 che avrei partecipato fisicamente allo spettacolo. Io gli ho detto che potevo esserci o non esserci. Che poi è quello che sta succedendo ora. C’è e non c’è. Ho peccato di taciturnità modesta?”. E Frassica: “Io non ti posso assolvere. Sono un prete Rai, non un prete Mediaset” “E perché? Fanno gli stessi programmi. Quello che fa la Rai, lo fa Mediaset. Quello che poi fa Mediaset, lo fa due volte la Rai”, la replica polemica di Celentano. “Hai ragione, ti assolvo. In nome del padre, del Silvio e del sacro ascolto”. Tutto qui. C’è da dire che il comico siciliano regge la scena da professionista consumato. Quasi quarant’anni di carriera hanno forgiato il fu frate Antonino di Scasazza. E mentre sui social impazzava il delirio, come sempre, il cartoon (vera anima dello show) ha mostrato il ragazzo della via Gluck: Adrian, l’alter ego di Celentano, è più giovane di 50 anni. È un orologiaio, che vive in un mondo distopico (ambientato nel 2068) in cui al potere c’è un regime dittatoriale che ha imposto l’omologazione di massa. Nel suo mondo c’è grande avidità, la violenza sulle donne è una tragica realtà, l’ambiente viene maltrattato, i dissidenti sono perseguitati. Lo stesso Adrian viene incarcerato perché tenta di mettere in atto una rivoluzione culturale. Ci sono tutti gli ideali che hanno accompagnato Celentano in tutta la sua vita.

E poi c’è Gilda: una donna bellissima, che ricorda una giovane Claudia Mori (moglie del Molleggiato). Sensuale, in pieno stile di Milo Manara. E nell’animazione c’è il Celentano più vero: quello che canta. Ma, tra commenti negativi e ascolti in caduta libera, non incanta più.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Sanremo 2019 – La conferenza stampa

Si parte sempre da qui, da inizio Gennaio. Anzi, quest’anno no… Lo spin off dicembrino affidato a Pippo Baudo e Fabio Rovazzi ha tolto ogni impaccio (o impiccio…) relativo alle nuove proposte ree di far perdere ritmo al Festival anche in termini di ascolti. Sanremo Giovani, infatti, più che ribadire che Baudo è ancora il miglior presentatore in assoluto su piazza (a ottant’anni suonati) e che Rovazzi potrebbe avere un futuro come spalla, non ha fatto. Canzoni noiose, tranne qualche rarissima eccezione e Auditel in fuga. Dunque, la conferenza stampa di inizio anno, con big già annunciati a dicembre, serve per capire come si snoderanno le cinque serate festivaliere in onda dal 5 al 9 febbraio 2019 al Teatro Ariston. Alla direzione artistica, dopo il boom della passata edizione, ancora lui: Claudio Baglioni, in pausa forzata dalla tournée Al centro (si ripartirà a metà marzo da Livorno).

A prendere il posto di Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker, arriva sul palco un’altra strana coppia composta da due comici: Claudio Bisio e Virginia Raffaele. Saranno loro a presentare i 24 (ventiquattro!!!) big in gara. Saranno come «fratello Sole e sorella Luna». Così Baglioni ha definito i due compagni di avventura. Si è giocato un po’ sul numero 69: il “dirottatore artistico” ha premesso che «al di là di alcuni giochetti, il numero richiama alcune simmetricità» ma anche «l’avvicinarsi degli opposti, quindi anche la diversità. Le note insieme formano l’accordo». Bisio invece scherzando ha detto che quando è stato contattato per sondare la sua disponibilità ad essere protagonista come conduttore del Festival e ha saputo che era l’edizione numero 69 con l’ipotesi Raffaele come partner, «ho pensato a te (rivolto a Baglioni, ndr) e Virginia…».

I nomi di Raffaele e Bisio circolavano già da tempo. Soprattutto quello di lei, che proprio a Sanremo deve la sua consacrazione popolare. Era il 2016 quando Virginia Raffaele calcava per la prima volta il palco dell’Ariston, insieme a Gabriel Garko e Mădălina Ghenea, affiancando Carlo Conti nella conduzione delle cinque serate. All’epoca si era fatta apprezzare per le sue imitazioni di Sabrina Ferilli, Carla Fracci, Donatella Versace e Belén Rodriguez. Sarebbe tornata “sul luogo del delitto” come ospite anche nel 2018, con la prima conduzione Baglioni. Le voci sul ritorno della Raffaele sul palco dell’Ariston erano insistenti. Ora trovano conferma.

Percorso diverso quello di Claudio Bisio, che a Sanremo finora aveva partecipato solo come ospite, ma mai alla conduzione. «Non ho mai lavorato con lei e non vedevo l’ora di farlo. Avremmo dovuto fare Zelig insieme, ma non è successo» ha confidato il comico milanese, raccontando anche il suo primo incontro con la comica: «Ci siamo conosciuti un giorno a casa sua. Era senza voce. Pensate per un uomo come può essere una serata con una donna afona: un sogno!» ha scherzato, in un continuo ping-pong di battute con la Raffaele. Che pure a Bisio ha riservato parole piene di affetto: «Lo stimo da sempre: ero piccola e lui già lavorava. È un mostro». E poi l’immancabile battuta: «La cosa positiva è che quest’anno devo imparare un nome solo: Claudio». E’ stato proprio Bisio ad annunciare la presenza di Checco Zalone come ospite. Notizia prontamente smentita da quest’ultimo; in quei giorni sarà in Kenya a girare il nuovo film. Anche se ha aggiunto “Non ho il coraggio di andare all’Ariston, è un palco difficilissimo”.

Di ospiti, comunque, ce ne saranno. I primi tre nomi? Andrea Bocelli accompagnato dal figlio Matteo (hanno già inciso la toccante Fall on me), Giorgia ed Elisa. Tutti italiani? Per ora sì e Baglioni spiega la sua decisione:“Voglio sempre che il festival sia un’occasione in cui l’ospite arriva e porta qualcosa, non prende solamente. Sono perplesso quando in un meccanismo armonico, c’è qualcosa che sfugge, una vera e sola promozione senza interazione o qualcosa di spettacolare. Sto aspettando proposte, al momento non ce ne sono, il Festival si mantiene su questa idea autarchica, non ha bisogno di figurine che non siano integrabili o integrate in questo presepe che vogliamo mettere su”.

Una battuta anche sull’esclusione di   Pierdavide Carone e Dear Jack, con il brano Caramelle (incentrato sul tema della pedofilia). Claudio Baglioni ha assicurato: “Da parte nostra non c’è stata nessuna censura sulle canzoni presentate. Quella che abbiamo stilato è sicuramente una graduatoria opinabile, ma del resto l’infallibilità non esiste. Mi è costato dire di no”. Ma la polemica monta da giorni. Gli autori del brano sono abbastanza delusi dal comportamento di Baglioni. “Abbiamo avvertito davvero una censura, anche da parte dalla Rai. Avremmo dovuto presentare Caramelle in altri programmi. Forse non era adatta per certi orari? Per un certo tipo di pubblico? A riprova che la pedofilia è ancora un tabù”, racconta Lorenzo Cantarini, leader della band. E la palla è stata presa al balzo da Massimo Giletti:“Venite da me a La7, domenica sera. Qui non esiste la parola censura”. In verità il pezzo, musicalmente, è la brutta copia di Vietato morire di Ermal Meta e si avvicina molto alle sonorità e al modo interpretativo di Povia. A riprova della non eccelsa fattura, viene trasmesso (anche molto poco) dai network di sola musica italiana.

A chiudere, i nomi del Dopofestival: Rocco Papaleo sarà affiancato da Anna Foglietta e Melissa Greta Marchetto.

Fin qui la cronaca. Ma il clou doveva ancora venire; pungolato sulla vergognosa vicenda migranti, Baglioni non si è certo tirato indietro: “Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere. Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo un po’ alla farsa. Non credo che un dirigente politico di oggi abbia la capacità di risolvere il problema, ma almeno serve la verità di dire: è un grave problema, dobbiamo tutti metterci nella condizione di risolverlo. Credo che le misure prese dall’attuale governo, come da quelli precedenti, non siano assolutamente all’altezza della situazione. Ormai è una grana grossa: se la questione fosse stata presa in considerazione anni fa, non si sarebbe arrivati a questo punto. Il Paese è terribilmente disarmonico, confuso, cieco quasi nella direzione da prendere”. Baglioni è stato per dieci anni l’anima di O’Scià, manifestazione di arti e musica leggera che si è svolta a Lampedusa per sensibilizzare proprio sui temi della migrazione.

“Già 25 anni fa – ha ricordato – sull’isola si avvertiva quello che sarebbe diventato il fenomeno degli sbarchi, degli arrivi per mare. L’intenzione della mia manifestazione e degli oltre 300 artisti che hanno partecipato era quella di dire: noi siamo preoccupati per il fatto che ci siano viaggi per mare irregolari. Ci auguravamo appunto che il movimento non cadesse in mano all’illegalità, allo sfruttamento, alla non gestione”. E invece “la classe politica e forse anche l’opinione pubblica hanno mancato: è stato un disastro culturale e gestionale con ripercussioni gravissime: oggi il nostro Paese è incattivito, rancoroso, nei confronti di qualsiasi ‘altro’, visto come un essere pericoloso. Ormai guardiamo con sospetto anche la nostra ombra”.

Alle parole di Baglioni è arrivata poi via Twitter la risposta piccata del ministro Matteo Salvini: «Canta che ti passa, lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo». E per chiudere in bruttezza, anche una lettera di Teresa De Santis, direttrice di Rai1: “Sono solo canzonette, o almeno dovrebbero esserlo, una settimana di grande cerimonia di svago e spettacolo nazionale. Invece, e non solo per responsabilità di Claudio Baglioni, sono state trasformate nel solito comizio. Dal momento della mia nomina a direttore di Rai1, ho scelto di lavorare in silenzio perché già è un lavoro difficile, già ci sono arrivata a campionato inoltrato e scelte fatte da altri secondo le ferree regole dei palinsesti; perdere tempo a chiacchierare, secondo il mio modo di vivere e pensare, non dimostra serietà. A quanto pare è impossibile, nel clima avvelenato del nostro Paese, e la vicenda della conferenza stampa di Sanremo lo dimostra”.

Sanremo specchio del Paese, quest’edizione ancor di più. Nell’anno zero della politica italiana

PIERLUIGI CANDOTTI

 

 

 

 

L’effetto domino di Malika Ayane

 

 

Quanto è difficile avere successo, essendo artiste raffinate, nel panorama musicale odierno? Se parliamo di Malika Ayane, la risposta è ovvia: semplicissimo. La sua grazia, accompagnata alla particolarissima voce, raggiunge l’apice con il quinto lavoro, uscito da due mesi esatti nei negozi. Domino, il titolo, si compone di dieci tracce tutte scritte dall’artista milanese (la maggior parte in coppia con Pacifico). Solo cinque dischi in dieci anni di carriera, la Ayane ha sempre preferito la qualità alla quantità ed è sempre stata premiata dal pubblico. Cantautrice di nicchia? Forse, anche se i singoli estratti dai suoi album sono sempre in alta rotazione nelle airplay radiofoniche. Partita da Feeling better, passando per brani come i sanremesi Come foglie e Ricomincio da qui (due gioielli) arricchendo la sua carriera con la splendida Il tempo non inganna, Malika non tradisce e con Sogni tra i capelli mantiene altissimo il livello. Sicuramente più impegnato dell’estivo e orecchiabile Stracciabudella. Voce, musica e… un fischiettio coinvolgente. Stasera il tour della Ayane fa tappa a Roma: tour originale e ambizioso: due concerti nella stessa città, come capita dalla prima tappa (il 6 novembre a Genova). Il primo in teatro, in compagnia di cinque strumentisti: Daniele Di Gregorio alla marimba, Carlo Gaudiello al piano, Marco Mariniello al basso, Jacopo Bertacco alla chitarra, Nico Lippolis alla batteria. Il secondo, il giorno dopo, in un club con i soli Bertacco, Lippolis e un synth suonato dalla cantante. “Nei concerti nei teatri cercheremo di sviluppare il piano dell’ascolto: tanti strumenti suoneranno meno e suoneranno assieme. Il giorno dopo, nei club, quasi solo due strumenti faranno muri di suono, loop, effetti. Jacopo, poi, è pazzesco, quando tocca lo strumento sembrano tre chitarre. Sarà stupefacente”. Oggi on stage all’Auditorium Parco della Musica, domani sera al Monk.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Pamela, il ritorno… a metà. Aspettando Sanremo

Ventitré anni di assenza dalle scene discografiche. Un record, almeno per il nostro paese, appartenuto finora a Giorgio Gaber (dal 1987 al 2001, almeno come registrazioni inedite). Pamela Petrarolo, torna alla ribalta con A metà, terzo lavoro dell’artista romana dopo i clamorosi successi raggiunti con Io non vivo senza te (1994) e Niente di importante (1995).

Bentornata Pamela! Cosa hai fatto in tutti questi anni?

Innanzitutto due figlie, mi sono limitata a due, a distanza di dodici anni l’una dall’altra. Un po’ di teatro, ospitate televisive e dopo tantissimi anni ho deciso di rimettermi in gioco come cantante

Quasi un quarto di secolo. Mancanza di proposte o altro?

In realtà il terzo progetto discografico doveva arrivare quasi subito dopo la fine del periodo di Non è la Rai ma non c’era nulla di così efficace che mi facesse pensare a continuare immediatamente la carriera. Sono stati i fans, che non mi hanno mai abbandonata, a convincermiOltre a questo, io nasco come un personaggio televisivo. Poi, grazie a Gianni Boncompagni, scoprii di poter cantare con la mia voce. Lui mi definì The Voice. Nel programma eravamo tante ragazze famose unite dal playback. Ero una delle poche a non usufruirne

Nel disco c’è un solo inedito…

La scelta è stata quella di riproporre in una nuova veste i più grandi successi dei primi due album. Nuovi arrangiamenti per nuove generazioni: per assurdo, considerando il lasso di tempo, potrebbero essere considerati quasi tutti inediti

Cosa ti aspetti da A metà?

Sarebbe un sogno ritornare ai vecchi numeri. Tanti anni fa vendetti ben quarantamila copie di dischi. Oggi sarebbe impensabile. Il mercato è nettamente cambiato e la musica è fruibile in tantissimi modi.

Sarebbe possibile al tempo dei social, realizzare nuovamente un programma come Non è la Rai?

Assolutamente no. Oggi è impensabile. Ci sono troppi haters. All’epoca eravamo molto ingenue, la nostra era una televisione pulita e neanche ci accorgevamo di non essere simpatiche a tutti. 

Cosa c’è nel futuro di Pamela?

Stiamo lavorando per Sanremo. Per il 2019 è troppo tardi. Con i miei autori eravamo indecisi tra scegliere di mandare un provino al Festival oppure aspettare e realizzare il disco. Ma per la prossima edizione ci proverò sicuramente. Vedremo se sarò in grado di scendere o cadere dalle scale…

Un ricordo di Gianni Boncompagni. Nel disco, aprendo il libretto c’è una dedica commovente. Quanto manca alla televisione italiana?

Gianni manca a prescindere, mi ha insegnato tutto. Televisione a parte, un’impronta come la sua mancherà sempre

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Il karma in un paio di scarpe – La festa

Un doppio battesimo: libro e club. Un connubio perfetto per una serata da ricordare. Il terzo romanzo della giornalista Orietta Cicchinelli ha visto la luce nella serata di ieri nel neonato Club Dei Professionisti nel quartiere romano di Monteverde. A fare gli onori di casa l’attore e doppiatore Luca Intoppa, chiamato a leggere due passi del libro Il Karma in un paio di scarpe che, la giornalista di Metro ha scritto narrando la storia di Antonio, classe 1960, ex camorrista. Presenti al tavolo, lo stesso protagonista e i due editori: Gianluca Galletti di Tuga Edizioni e Tony Lupetti. Tra il numerosissimo pubblico: la giornalista del Corriere della Sera Simona Cangelosi, la costumista Paola Nazzaro, lo speaker Gianluca Polverari, la poetessa Liliana Cicchinelli e i ragazzi del 2004 della scuola calcio Vis Aurelia. Per l’ideale passaggio di consegne, anche Giovanni Muzi, il legionario Hijo de Puta.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Woman’s Night, le donne al Vittoriano

In una splendida cornice… Quante volte viene detta questa frase, molte delle quali a sproposito. Ma mai come ieri sera non è stato un azzardo pronunciarla. Il Piazzale del Bollettino del Vittoriano, autentico gioiellino incastonato nel complesso monumentale in piazza Venezia, a Roma ha ospitato una serata interamente dedicata all’altra metà del cielo. Woman’s Night, il titolo: un viaggio nell’universo femminile attraverso il linguaggio universale della musica e dell’arte. Cinque donne, amiche per una notte (e poi chissà) sul palcoscenico a emozionare il pubblico presente. Più di mille persone e tante altre rimaste fuori per godersi i virtuosismi di Rita Marcotulli al pianoforte, le incredibili capacità vocali di Nicky Nicolai, la voce incantevole di Karima, la sorprendente Violante Placido e Noemi, per la quale sono quasi finiti gli aggettivi. A fare gli onori di casa e a realizzare diversi siparietti con le artisti, il sassofonista Stefano Di Battista, tra le tante cose marito della Nicolai. E proprio loro si sono battibeccati simpaticamente di continuo in una sorta di Casa Vianello al femminile. Quasi tutto straniero il repertorio, pescato a mani basse dai grandi della musica jazz. Si è distinta Karima con un omaggio a Luigi Tenco (Vedrai Vedrai), la stessa Nicky Nicolai (con una versione molto mineggiante di Se stasera sono qui) e la Placido, impegnata in due pezzi dell’indimenticabile Marilyn Monroe. Poi, tutte insieme, nel gran finale, eseguendo La bambola di Patty Pravo. Due ore piene di musica, musica vera. Senza tempo di annoiarsi. Una ventata d’aria fresca per dimenticare l’afa opprimente e il periodo storico disgraziato che sta attraversando il nostro paese (per non parlare, poi, di Roma nello specifico). Bene hanno fatto le girls a non fare alcun accenno alla situazione politica. Soltanto Karima e Nicky hanno lanciato qualche frecciatina. Ma una serata del genere ha dimostrato quanto la diversità (in questo caso musicale) unisce le persone e non le divide. Mai.

L’evento rientra nell’ambito della rassegna ArtCity promossa dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, per valorizzare l’identità e la bellezza del Monumento a Vittorio Emanuele. Il Polo Museale del Lazio risponde a questa domanda con un programma di ampio respiro, che mette spalanca i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura

PIERLUIGI CANDOTTI

Foto © Ansa

Laura Regina di Roma

La Pausini ce l’ha fatta. E l’arena del Circo Massimo, solo una settimana dopo il live di Roger Waters è tornata a riempirsi in una serata romana umidissima, senza un filo d’aria. Caldo che non ha scoraggiato le migliaia di fan accorsi da ogni parte d’Europa per assistere all’esibizione della Regina del pop italico. La paura di non farcela, dichiarata a pochi istanti dall’inizio e ribadita sul palco ha lasciato spazio a poco meno di tre ore di hit, partendo da Non è detto (primo singolo dell’ultimo fortunatissimo disco) fino ad arrivare ad E.STA.A.TE (tormentone di questa stagione) secondo pezzo in scaletta, ripreso anche nello scoppiettante finale. Scoppiettante in tutti i sensi, con coriandoli sparati da 41 cannoni e fuochi d’artificio ovunque. “Sono venticinque anni che provo a meritarmi il vostro affetto e ancora non so se ci riesco. Sono una perfezionista, non sono sicura che andrà tutto bene ma ci metto il cuore. Sempre”, una delle sue frasi prima del secondo dei sei medley. Sono troppe le hit della Pausini, a cantarle tutte per intero non basta il tempo tiranno. Quindi si cerca di lasciarne traccia, cantandone anche solo un pezzetto. Il cuore, si diceva. Come quello del chitarrista Paolo Carta, compagno nella vita di Laura, toccato durante Lato destro del cuore. L’emozione con lacrime durante La Solitudine, i cambi d’abito (un vestito che, non fosse per la gonna, ricorda molto quello del suo esordio sanremese), Vivimi (ancora adesso una delle più intense) e tanto altro. Laura, prima donna ad esibirsi al Circo Massimo (fu anche la prima ad esibirsi a San Siro e a realizzare tour negli stadi italiani) per una notte si è presa Roma. Ed è protagonista spettatrice del concerto, come quando prende il telefono di una ragazza e riprende il pubblico. O quando fa salire sul palco un neodiciottenne con indosso solo i bermuda e un altra fan per cantare la celebre Non c’è. E, giochi di parole a parte, non c’è nulla di preparato. Vero animale da palcoscenico, se lo mangia e lo domina da artista consumata. Prossimo obiettivo? Lei risponde:”Il Colosseo!”. Audace, visto che Beyoncé non  è ancora riuscita ad avere l’ok per realizzare il suo video ? Forse, ma niente è impossibile. E stasera si ripete, prima del tour mondiale in partenza dal 26 a Miami.

PIERLUIGI CANDOTTI

Pino è

 

La notte più lunga e più bella della musica italiana. L’omaggio postumo più significativo nei confronti di un artista. La notte dei miracoli (anche se si scomoderebbe un altro cantautore che ci osserva dall’alto). Così era stata presentata Pino è, andata in scena ieri sera davanti a poco più di 45mila anime, allo stadio San Paolo di Napoli. Terra di Pino Daniele, a tre anni dalla morte. Non solo: RaiUno e ben 9 network nazionali hanno diffuso tutto il concerto. E l’inizio non è stato certo deludente: sul palco la storica band Napoli Centrale con un James Senese che proprio non riesce a invecchiare (e meno male) e sullo schermo Pinú, in un duetto virtuale da brividi sulle note di Yes I Know my way. Ma ben presto, il delirio. Tra microfoni non funzionanti, canzoni pastrocchiate e inutilmente urlate (quando mai Daniele si canta così?) e inutili interventi (vedi Vanessa Incontrada e l’imbarazzante Alessandro Siani) si è andati avanti sperando in un piccolo miracolo. Ci ha pensato, all’improvviso (ed è parso un segno del destino) la cara e vecchia Mamma Rai, stroncando il duetto tra Eros Ramazzotti e Jovanotti (A me me piace ‘o blues) con gli spot. Al rientro, come se nulla fosse, l’accanimento è diventato completo: pezzo ricominciato daccapo. Lorenzo ha dichiarato che avrebbe potuto cantarla anche 19 volte, una e mezza è già abbastanza. Ma ancora il peggio non era arrivato. E il peggio si è materializzato con le sembianze di Enrico Brignano. Il comico romano è stato bombardato dai fischi per un monologo che accomunava Roma e Napoli nell’incuria e nell’immondizia. Come se già non fossero tesi i rapporti tra le due città non solo per mere questioni calcistiche. Una parte di Napoli non ha mai perdonato a Pino Daniele la sua scelta di andare a vivere tra la Toscana e Roma, pur non rinnegando mai le sue origini partenopee. Le note positive sono arrivate da una sublime Fiorella Mannoia (a suo agio anche nel tenere a bada Elisa in Quando), Claudio Baglioni (discreta l’interpretazione di Alleria, ottimo in Io dal mare, bella forza, è un suo pezzo…) e Giuliano Sangiorgi, ma solo nel duetto con Fiorella in Terra mia. Emozionante Vincenzo Salemme, la figlia di Pino (Sara) e il finale con il coro Napule è. Nel mezzo un Venditti e un De Gregori che hanno preferito non avventurarsi, scegliendo brani loro (di livello Generale, cantata dal Principe con Enzo Avitabile). Il contorno da Emma a Gianna Nannini, passando per Il Volo (onnipresente a dispetto dei santi) non ha onorato l’artista. Numerosi meme sui social hanno dato voce, simpaticamente, a un Pino Daniele in forte imbarazzo. Ma se l’intento era solo quello di ricordarlo e di amarlo per una notte ancora, nessuna lamentela. Magari, la prossima volta, con meno improvvisazione.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

 

 

 

Meta-Moro, il festival è vostro

Sono Ermal Meta e Fabrizio Moro i vincitori della 68°edizione del Festival di anremo con il brano Non mi avete fatto niente. Vittoria annunciata, messa in discussione per via di un regolamento incomprensibile, ma meritata. Secondo posto (e vincitori morali) per Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza. Terza la sorpresa Annalisa con Il mondo prima di te

 

 

 

Risultati a parte, doveva essere la serata di Laura Pausini e in un certo senso lo è stata. Dopo aver cantato la sua “nuova” hit (le virgolette non sono messe a caso, la melodia è sempre la stessa da lustri) Non è detto, cerca di duettare con Baglioni sulle note di Avrai (facendo il resoconto dei pezzi massacrati, bisognerebbe chiedere i danni al diretto interessato) e chiude con uno dei brani minori della sua discografia: quella Come se non fosse stato mai amore, di quasi quindici anni fa, cantata uscendo dal teatro e buttandosi tra la folla. Il tutto con il vestito di scena (ma non era reduce da febbre e laringite?). Non solo: la performance è stata parzialmente rovinata, almeno per il pubblico a casa, da problemi di trasmissione, segnalati in molte parti d’Italia, che hanno oscurato a tratti la visione sui televisori. L’altra super ospite, Fiorella Mannoia ha (in)cantato eseguendo con Claudio Baglioni Mio fratello che guardi il mondo (brano scritto da Ivano Fossati) al termine di un monologo di Pierfrancesco Favino che ha commosso lui, prima di tutti. Tutti sì, forse non quel politico “che non possiamo inquadrare perché siamo in par condicio” presente in sala, accompagnato dalla gentil donzella. L’attore romano ha portato sul palco dell’Ariston un brano da La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, storia di estraneità e di esclusione, appena andata in scena all’Ambra Jovinelli di Roma. In un crescendo di pathos, ha recitato con le lacrime agli occhi. Dalla (dura) realtà alla tragicomica entrata in scena del trio Renga-Pezzali-Nek, tre carriere di tutto rispetto unite per chissà quale motivo. Alla vigilia del tour, niente di meglio che prendere una mannaia e buttare in vacca anche Strada facendo con il povero Max intimidito. Fortuna ha voluto (si era già a domenica) che non abbiano cantato la loro Duri da battere. In confronto Capitani coraggiosi di Baglioni-Morandi era da Grammy.

Serata aperta da Ultimo, il vincitore delle nuove proposte, con la scritta la libertà è sacra come il pane (verso del brano Libero di Fabrizio Moro) stampata sulla maglia e proseguita con il previsto ologramma di Mina nella solita sponsorizzazione Tim. Roba già imbarazzante nella teoria, da vietare ai minori nella messa in atto. Parlando della gara, è tornata in scena Paddy Jones (la vecchia che balla) durante il brano de Lo Stato Sociale e ha fatto alzare in piedi tutto il suo pubblico con la sua carica d’energia (ultraottantenne la signora…) portando il delirio anche in sala stampa. Il momento più emozionante l’ha regalato Renzo Rubino. Mentre il concorrente si esibiva sul palco dell’Ariston, sullo sfondo i nonni materni, Giacomina Fasano, chiamata nonna Mimma, e Michele Bufano, lo hanno accompagnato danzando per poi salutarsi con un romantico bacio. Il nonno, tra le altre cose, è stato protagonista della copertina del cd Il gelato dopo il mare e del 45 giri festivaliero appena uscito nei negozi.

Prima del verdetto finale, omaggio a Enzo Jannacci sulle note de La canzone intelligente con protagonisti Baglioni, la Hunziker, Favino e (finalmente) Sabrina Impacciatore. Le altre posizioni:

4) Ron

5) Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico

6) Max Gazzè

7) Luca Barbarossa

8) Diodato – Roy Paci

9) The Kolors

10) Giovanni Caccamo

11) Le Vibrazioni

12) Enzo Avitabile e Peppe Servillo

13) Renzo Rubino

14) Noemi

15) Red Canzian

16) Decibel

17) Nina Zilli

18) Roby Facchinetti-Riccardo Fogli

19) Mario Biondi

20) Elio e le storie tese

Premio della Critica Mia Martini a Ron con Almeno pensami. Premio della Sala Stampa Lucio Dalla a Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza. Il premio Sergio Bardotti assegnato dalla giuria degli esperti (presieduta da Pino Donaggio) è andato a Mirko e il cane

L’edizione numero 68 del Festival di Sanremo si congeda con un grande risultato di ascolti: ieri sera sono stati 12 milioni 125mila i telespettatori sintonizzati su Rai1, che ha portato la Gara canora più famosa d’Italia a totalizzare uno share del 58,3%. Il dato è sostanzialmente simile a quello dello scorso anno, quando gli spettatori erano stati 12 milioni 22mila e lo share del 58,41%. Per entrare nel dettaglio dei numeri, la prima parte della sfida conclusiva ha ottenuto 13 milioni 240 mila spettatori con il 54% di share, la seconda 10 milioni 401 mila con il 68.9%. Nell’access prime time, rispetto alle altre reti, è sempre Rai1 a stravincere con Prima Festival, visto da 8.123.000 spettatori pari al 34.4% di share e a seguire Sanremo Start, che ha ottenuto 10.881.000 telespettatori e il 42,8% di share, il risultato più alto di sempre. Nonostante i dati della serata di chiusura di questa edizione si discostino solamente di poche centinaia di spettatori dalla 67esima edizione, quella condotta da Carlo Conti insieme a Maria De Filippi il festival targato Claudio Baglioni si conferma il migliore da molti anni a questa parte. La media di share della quarta serata, prima della finale, ha totalizzato il 51.1% di share. Per trovare un dato migliore, è infatti necessario risalire al Sanremo condotto da Fabio Fazio con Renato Dulbecco e Laetitia Casta, che ottenne il 54.06%. Nel 2017, invece, la prima parte dell’ultima serata di Sanremo aveva avuto 13 milioni 602 mila spettatori con il 54.18%, la seconda 9 milioni 767 mila con il 69.65%.

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Ultimo è primo. Ma sbanca Lo Stato Sociale

 

E’ Ultimo il vincitore della 68° edizione del festival di Sanremo nella categoria giovani. Il pubblico ha rumoreggiato a lungo (preferiva vedere sul gradino più alto del podio Mudimbi o Lorenzo Baglioni, al quale visto il periodo storico di ignoranza non ha giovato di certo il cognome). Ma c’è da dire che il pezzo Il ballo delle incertezze resta in testa e funziona già benissimo in radio. Quindi, vittoria meritata. Una serata iniziata con… Heidi. Un po’ era attesa, va detto. Più che altro temuta. Ma Baglioni non ha voluto deludere i fan di Anima mia (programma storico condotto con Fabio Fazio che sdoganò il vecchio Agonia in un artista autoironico ai massimi livelli) e si è lanciato in una performance rock accompagnato da Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sulle note del pezzo lanciato da Elisabetta Viviani. Claudio è un perfezionista ma, nel controllare tutto, ha toppato troppe volte nei versi dei suoi brani. L’emozione e la timidezza a volte riaffiorano e giocano brutti scherzi. E’ capitato anche nell’esibizione di Amore bello cantata superlativamente da Gianna Nannini. La cantante senese dopo aver portato sul palco dell’Ariston Fenomenale (molto meglio aver puntato sul primo singolo che su Cinema, ora in radio) ha messo un tassello in più nella sua carriera di cover (già sperimentata con successo nel disco Hitalia). La quarta serata, dopo il boom delle prime tre ha dimostrato come anche il pezzo meno riuscito, riarrangiato a dovere può essere gradevole. Il vincitore morale (e chissà…) è stato Lo Stato Sociale, capace di portare a Sanremo (dopo la vecchia che balla) il Piccolo coro dell’Antoniano e Paolo Rossi (il comico, non l’uomo che fece piangere il Brasile) in una versione de Una vita in vacanza riveduta e corretta, a misura di bambino: nel ritornello la frase nessuno che rompa i c….è stata sostituita con nessuno che buca i palloni. Notevole anche la presenza di Alessandro Preziosi, ospite del trio Bungaro-Vanoni-Pacifico mentre l’inserimento di Alice nel brano Almeno pensami di Ron nulla ha aggiunto. Detto, logicamente, nel massimo rispetto della forlivese. Bravi Annalisa-Michele Bravi e I Decibel (Lettera dal duca insieme a Midge Ure guadagna moltissimo). Menzione speciale per Ermal Meta e Fabrizio Moro: hanno affidato a Simone Cristicchi il compito di leggere le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie al Bataclan e scrisse una lettera aperta ai terroristi pronunciando la frase che dà il titolo al brano, Non mi avete fatto niente. Il controcanto di Anna Foglietta ha nobilitato Passame er sale di Luca Barbarossa. Prima della fine della serata, il premio alla carriera. Quest’anno è andato a Milva, a ritirarlo la figlia con tanto di lettera scritta dalla rossa. Pubblico in piedi e parole di commiato. Il secondo ospite musicale della serata, Piero Pelù ha riproposto per l’ennesima volta Il tempo di morire di Lucio Battisti. Voleva essere un omaggio. Ma Battisti era già avanti ai tempi: le chitarre distorte non gli si addicono.

Secondo la giuria di qualità (presieduta da Pino Donaggio) zona blu per Vanoni-Bungaro-Pacifico, Ron, Diodato & Roy Paci, Ermal Meta & Fabrizio Moro, gialla per Lo Stato Sociale, Red Canzian, The Kolors, Annalisa, Enzo Avitabile & Peppe Servillo e rossa (quella a rischio) per I Decibel, Roby Facchinetti & Riccardo Fogli, Noemi, Renzo Rubino, Mario Biondi, Nina Zilli ed Elio e le storie tese

La serata è stata seguita in media da 10 milioni 108 mila telespettatori con il 51.1% di share. È il risultato migliore dal 1999 in poi, quando lo share fu del 54,06%. Scendendo in dettaglio, la prima parte è stata seguita ieri su Rai1 da 12 milioni 246 mila telespettatori (49.1% di share) mentre la seconda è stata vista da 6 milioni 849 mila (57.3%). Nel 2017, sempre la quarta serata del festival, aveva avuto nella prima parte 11 milioni 707 mila spettatori con il 45.53%, la seconda 6 milioni 213 mila con il 53.20%. L’anno scorso la quarta serata del Festival aveva ottenuto in media 9 milioni 886 mila telespettatori pari al 47.05% di share

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