A passo d’uomo. Non nella locuzione avverbiale corretta ma nel trascorrere degli anni. Quelli di Francesco De Gregori, per la prima volta a tutto campo incalzato dal giornalista di Repubblica Antonio Gnoli in una serie di conversazioni. Un libro dove il cantautore romano racconta in 230 pagine intrise di vita vissuta, la sua infanzia, l’arte e la bellezza, la filosofia e la letteratura, il tempo che scorre, la famiglia, il suo rapporto controverso con la religione e con il partito (comunista, non fa più fico dirlo, ai tempi sì…). Parla anche di musica, ma non è il tema principale. Per la prima volta il Principe smette i panni di artista reticente e indossa quelli del comune mortale. Un colpo al cuore per chi aveva trovato nel brano Guarda che non sono io una conferma definitiva ai pochi dubbi sulla spigolosità del personaggio. L’incontro in Feltrinelli ha però, diversamente da quello avuto per la presentazione del cd dylaniano, ridato adito al canto dei fan. Il De Gre non è affatto cambiato. Niente foto sul palco, niente copie firmate aldilà del libro. E soprattutto niente domande. Cantata e suonata dai due sul palco. Forse non c’è molto da sapere di più rispetto a quello che si leggerà. O forse, l’autore di pezzi celebri vuole ancora mantenere un rapporto distaccato con il suo pubblico. L’importante è la consapevolezza. Certo è che sfogliando le pagine ci si trova davanti a un uomo molto più simpatico rispetto al previsto. Non vuole essere assolutamente considerato un intellettuale, ad esempio. Lui fa il suo mestiere, quello di cantante. Un musicista “con i calli, dalle mani sporche”. Così si definisce. Dopo aver fatto pace con Dylan e con il pubblico forse è giunto il momento di far pace anche con se stesso. Sempre che ci abbia mai litigato. Passo d’uomo è Edizioni Laterza
Vecchioni… che si ama
Un surrogato di felicità, un piccolo grande gioiello da leggere per imparare (o rammentare) l’importanza di una parola talmente poco in voga in un mondo che sa andare solo di corsa. Tredici racconti autobiografici di un uomo che ne ha passate tante ma che ha sempre combattuto con il sorriso stampato sul volto. E con le lacrime che danno ancora più forza all’essere umano. Altrimenti sei un robot. No, qui si parla di vita, di emozioni forti. Un vademecum di sogni, speranze e poche certezze. Di esperienze come figlio, prima che padre. Figlio di Aldo, commerciante napoletano di San Giorgio a Cremano (colui che si giocava il cielo a dadi in un brano portato nel lontano 1973 al festival di Sanremo) morto troppo presto e di Eva, casalinga del Vomero. Padre di Carolina, Arrigo, Riccardo (avuti dall’attuale moglie Daria Colombo) e di Francesca (figlia di Irene Bozzi). Il libro è dedicato proprio a loro. La felicità vissuta nell’attraversamento del vento e della tempesta, non nell’imperturbabilità. Così il professore milanese nell’ultima di copertina descrive la sua ultima fatica letteraria. E’ molto più di un disco, qui Vecchioni si mette totalmente a nudo. Anche nelle tristezze più profonde ha la forza di sorridere anche in maniera beffarda al destino. Quella maledetta notte che dovrà ben finire o quel dolore che non vale un cazzo di niente come recitano due tra le sue più belle composizioni. E mentre legge qualche pagina (notevoli i racconti sul tempo verticale e sul Professor Rattazzi) la commozione e il nodo alla gola lo coglie. In verità nell’ultimo capitolo (Che c’eri sempre) gli occhi lucidi vengono a tutti. E’ forse la parte più toccante, quella dedicata alla mamma. La vita che si ama Storie di felicità (distribuito da Einaudi) è il punto più alto del Vecchioni scrittore. Come Io non appartengo più lo è stato del cantautore. Migliorarsi con l’età è un privilegio che solo i grandissimi possono avere. E lui lo è.
Nella notte di Roma – Il nuovo romanzo di Antonello Venditti
“Un incontro casuale. Una città sospesa. I suoi vizi capitali” Questo il sottotitolo del nuovo romanzo di Antonello Venditti presentato ieri a La Feltrinelli di Galleria Colonna (per i romani il nome rimarrà sempre lo stesso, con tutto il rispetto per Alberto Sordi) Nella notte di Roma è il frutto di un incontro casuale con una ragazza che viene da fuori Roma (Laura) avvenuto per caso sul Lungotevere una notte, rimasta vittima di una pioggia di guano. Lui la soccorre e da lì inizia un’avventura insieme dentro la Capitale. Conoscendo il cantautore si pensa subito che il racconto sia autobiografico. Lui non conferma. Ma neanche smentisce. Le sue parole, prima di immergersi nel firmacopie spaziano dal libro a Totti, passando per Mafia Capitale fino alle primarie del PD.
“Si svolge tutto in una notte, ma la notte è molto più lunga, senza questo incontro non avrei mai scritto questo romanzo, perché è dalla vita che traggo ispirazione. Ad esempio se non ci fossero stati gli stormi a Roma…. non avrei mai trovato parcheggio sul Lungotevere… Da questo romanzo esce una visione diversa di Roma, dal mio e dal suo punto di vista , c’è la Roma dove tutto si anima, la notte di Roma, attraverso i fari della mia Smart e gli occhi di Laura, un ‘friccicore’ che può regalare solo la nostra città”.
A proposito di politica, Venditti smentisce categoricamente di aver scelto di votare M5S alle prossime elezioni come riportato in copertina sul nuovo numero di Vanity Fair. Viene tirato per la giacca da più parti. Lui, uomo di sinistra, dichiara di aver preso posizione solo una volta nella vita, a favore di Enrico Berlinguer (al quale ha anche dedicato un brano Dolce Enrico, a sette anni dalla morte). Neanche si può dire che da questo racconto nasca un nuovo Antonello. Il suo impegno per il sociale e per una moralità da troppo tempo persa non è mai stato messo in discussione. Si è parlato poco o nulla di musica. Ma quella rimarrà sempre. Fortunatamente anche fuori dal Grande Raccordo Anulare…
Par tibi, Roma, nihil
Una Roma bagnata ha fatto da cornice alla presentazione del progetto Patrimonio storico e creazione contemporanea, messo a punto dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale insieme alla Fondazione Romaeuropa, che da giugno a novembre inaugurerà arti visive, musica e teatro, nei luoghi storici della Città Eterna. Roma bagnata ma non solo per colpa di tuoni e di un inverno in netto ritardo. Bagnata, zuppa di Storia, quella millenaria della Capitale. Il cuore pulsante di un luogo (lo Stadio Palatino di Domiziano) che finalmente riprenderà vita. Il 24 giugno partirà la mostra Par tibi, Roma, nihil ideata da Monique Veaute (Presidente della Fondazione Romaeuropa arte e cultura), curata da Raffaella Frascarelli e realizzata in collaborazione con Nomas foundation ed ElectaIl. L’arte farà riaprire anche il peristilio inferiore della Domus Augustana, mentre l’area pubblica tra il Colosseo e il Palatino (la Meta Sudans) ospiterà una grande installazione di Sislej Xhafa: una fontana di 30 metri di altezza fatta di tante mani di resina. Dal 4 al 9 luglio Alessandro Baricco delizierà gli spettatori con una rivisitazione del suo Palamede, l’eroe cancellato, Con lui, Valeria Solarino.Fino al 18 settembre, da Jannis Kounellis allo stesso Sislej Xhafa e Nico Vascellari, 27 artisti presenteranno le espressioni artistiche in una esposizione all’aperto che si articolerà dalle arcate, di solito chiuse al pubblico, e dal grande terrazzo della Domus severiana, al magnifico (e normalmente non accessibile) Stadio Palatino di Domiziano. Al termine della conferenza stampa, prima di una visita guidata effettuata con occhi stupefatti da tanta meraviglia, ha preso la parola il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini
«Ci sono tantissimi luoghi straordinari che i romani e il turismo internazionale spesso non conoscono, anche se meriterebbero. Portare in luoghi importanti dell’archeologia romana l’arte e la musica contemporanea è un modo di valorizzarli, tenerli vivi e di incrociare le arti tra loro. Non dobbiamo occuparci soltanto del glorioso passato che l’Italia ha avuto ma valorizzare lo straordinario patrimonio di creatività, talenti e contemporaneità che c’è nel nostro Paese»
“Par tibi, Roma, nihil” Non c’è nulla di comparabile a te, o Roma. Niente di più vero.
Hijo de Puta I punti vendita!
Ecco tutti i punti vendita dove poter trovare il mio nuovo libro! Tutte le edicole e i link ai vari siti on line che distribuiscono Hijo de Puta. Disponibile, su richiesta, anche in tutte le librerie!
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Il ritorno di Mimmo Locasciulli
Mimmo, quanti anni sono passati? Più di trenta sicuramente, andiamo a memoria. Google non serve quando si parla di Intorno a trent’anni (1982) il più grande successo, quello che l’ha reso popolare. Un pezzo con sonorità attualissime. E Confusi in un playback? Era nelle playlist di ogni radio quel duetto con Enrico Ruggeri. 1985, riscatto della musica italiana in un decennio pieno di dance d’oltralpe. Invece Mimmo Locasciulli festeggia ben quarant’anni di carriera. Non è mai stato un divo, ma nei suoi concerti difficilmente ci sono stati biglietti invenduti. La spontaneità e la genuinità del cantautore abruzzese sono quelle di un tempo. Sorridente e disponibile a qualsiasi tipo di quesito si è esibito oggi pomeriggio in Feltrinelli, a Roma. Accompagnato da una nuova band (presenti all’incontro due elementi: Nicola Di Camillo al contrabbasso e Mattia Feliciani al sax) ha deliziato la platea con diversi pezzi tratti da Piccoli cambiamenti, molto più che un best of. Per celebrare (pardon, festeggiare…) la ricorrenza, Locasciulli ha inciso un doppio cd con i suoi maggiori successi riarrangiati. Nel disco trovano spazio duetti con Alex Britti, Francesco De Gregori, Gigliola Cinquetti, Enrico Ruggeri, Andrea Mirò, Ligabue. Proprio con l’artista emiliano il singolo apripista. Quel Confusi in un playback magistralmente riproposto da entrambi. Indifferente alle mode o alle sollecitazioni di mercato, il cantautore ha seguito una sua personale strada musicale, fatta soprattutto di coerenza, ma anche di ricerca, di curiosità e di sconfinamenti in ambiti musicali diversi dal suo habitat artistico naturale. Con questa speciale dotazione egli si è conquistato, e ancora conserva, un posto di primissimo piano nel panorama della canzone d’autore italiana. Lo zoccolo duro non lo abbandonerà mai e chissà che anche qualcuno della generazione dei talent non si appassioni a un artista che mettendoci sempre la faccia, non ha mai deluso
Niccolò Fabi Earth Day 2016
In occasione della Giornata della Terra, Metro ha ospitato nella sua redazione romana il cantautore Niccolò Fabi. Qui trovate il video e l’articolo con il Pdf da scaricare.
Fai clic per accedere a 20160422_Roma.pdf
Nel pomeriggio, l’artista ha invece presentato in Feltrinelli il suo nuovo disco Una somma di piccole cose, un album che lo vede mettersi finalmente a nudo. Un lavoro impubblicabile lo definisce. La copertina ad esempio è frutto di uno scatto fotografico di Fabi con il suo cellulare in una mattina a Campagnano (alle porte di Roma) dove vive. Tutti i brani sono stati scritti, suonati e registrati integralmente nello studio casalingo. Il singolo in rotazione radiofonica è Ha perso la città. Il cantautore, dopo l’intervista effettuata da Carolina Di Domenico si è esibito in quatto brani. Oltre al pezzo già citato, Una somma di piccole cose, Facciamo finta e Filosofia agricola. Tutti portano la sua firma. L’unica eccezione è Le cose non si mettono bene, scritto da un gruppo di Civitavecchia, Hellosocrates, il cui cantante Alessandro Dimito è morto due anni fa: “Li ho conosciuti a Musicultura e li ho seguiti fino a quando ho saputo della morte di Alessandro. Spesso la morte di un artista ha un valore non solo umano ma anche simbolico. In qualche modo è stato un passaggio di consegne da parte di un uomo che l’ha scritta e non ha potuto farla ascoltare a qualcuno che magari al posto suo cerca di farla sentire a più persone. Un omaggio alla sua bravura” le parole di Niccolò.
@100CentoGradi Unica foto non di proprietà del sito è l’ultima (in bianco e nero) © Simone Cecchetti
Zeta – Il film
Fedez, J-Ax, Clementino, Ensi, Briga, Rocco Hunt e Baby K. Un parterre del genere, tra rapper divenuti star del pop e altri ancora sulla scena da far impallidire perfino One Two One Two, storico programma del venerdì sera in onda su Radio Deejay (che il film sia sponsorizzato da Radio 105 è un mistero gaudioso). Invece parliamo delle star dell’ennesimo film generazionale sulla Roma dei nostri giorni. Con più asperità rispetto a Jeeg robot fresco trionfatore dei David di Donatello e di The Pills, prodotto riuscito a metà ma che avrebbe meritato maggior fortuna. Una pellicola “nata ai bordi di periferia” dove i tram non passavano negli anni 80, figuriamoci ora. A Corviale, poi… Ora gira l’erba (purtroppo non quella di Celentano…) e se vuoi fare un salto di qualità, spacciando polvere bianca, finisci accoltellato e morente in mezzo a una stradina abbandonata in una notte che più buia non si può. Si parla di rap, però. Di hip hop precisamente. Un film dedicato alla memoria del leader dei Cor Veleno (David Berardi, meglio conosciuto come Primo Brown) scomparso la notte di Capodanno. La regia è di Cosimo Alemà, uno dei più famosi nel campo dei videoclip. In conferenza stampa è palpabile la sua soddisfazione
“Volevo fare un film anche su mio amore personale per la musica, che è l’amore che vedo oggi nei ragazzi perché credo che l’hip hop e il rap siano la prima cultura musicale che veramente appassiona. E’ tutto realmente credibile e a mio avviso rappresenta bene le sfaccettature di questo genere, c’è la parte più commerciale, l’underground, le battle di freestyle, le canzoni composte in studio, è una foto abbastanza fedele della scena”
Il protagonista principale è Alex/Zeta (Diego Germini) leader con il suo amico Marco (Jacopo Olmo Antinori) del duo Anti. Innamorati della stessa ragazza, Gaia (Irene Vetere) si trovano costretti ben presto a dividere le loro strade. Il primo spopola, il secondo fa una brutta fine (vedi sopra…), la terza è in balia degli eventi. Perché il successo non è facile da gestire, figurarsi il vuoto cosmico. Diego Germini nella vita è Izi, un rapper in ascesa. Nel film è figlio di una famiglia romana con padre ligure come lui (che viene da Cogoleto, paese di periferia genovese) e fratello di Tina (l’esordiente Angelica Granato Renzi) tutti perfettamente a loro agio davanti alla macchina da presa. Storia cruda, si era detto, ma profondamente vera. E’ una generazione piena di sfaccettature negative, vero. Ma sono i nostri figli, fratelli. Colpe e meriti sono di tutti. Quantomeno Zeta è una storia hip hop di formazione, amicizia, amore e riscatto; una corsa a ritmo di rap all’inseguimento dei propri sogni e del proprio destino. Corviale come Genova…come tutta Italia.
HOMICIDE HOUSE di Emanuele Aldrovandi al Teatro Dell’Orologio
Imperdibile al Teatro dell’Orologio di Roma il testo agrodolce di Emanuele Aldrovandi “Homicide House” in scena fino a sabato 16. Quattro personaggi, sospesi nell’animo come il tavolo e la sedia dell’essenziale scenografia, s’interrogano sfruttando un gioco crudele su Verità e Menzogna, immaginando l’Amore come unica e contraddittoria Realtà da dimostrare. Quattro attori, Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Marco Maccieri (anche regista) e Valeria Perdonò, uno più bravo dell’altro, manichini abusati dal Male scandiscono battute a tratti degne di una pagina filosofica sulla miseria della prosa quotidiana, umanizzata nel Desiderio della verifica necessaria all’infantile dubbio quando diventa perversione adulta. I recenti fatti di cronaca nera romana ritrovano sinistre assonanze in questa piccola pièce, capace di distogliere il pensiero lugubre grazie a un linguaggio tessuto a spirale, a tratti esilarante. Si possono intuire distribuiti come in gironi danteschi l’Odio e l’Invidia dello psicopatico, l’avidità rivendicativa dell’Usura, accanto all’Ira della superbia ferita e impotente. Al sicuro e senza gloria, il sopravvissuto invero del tutto morto, che tanto somiglia al nome che ripete: l’Uomo (di sempre, forse, di sicuro d’oggi).
ELIO SENA
PATTY PRAVO ALL’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA DI ROMA
Ieri sera, 10 aprile 2016, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium si è esibita Patty Pravo, nell’unica data romana del suo “Eccomi Tour”: successo prevedibile di una serata piacevole e un po’ disincantata. Sessantotto primavere di sguardi magnetici, carriera cinquantennale con brusche cadute e rinascite inattese, milioni di dischi venduti per canzoni molto belle sempre e veri capolavori talvolta, il ricordo di una voce fuori da ogni registro e perciò trappola di ogni teorica alternativa: tutto questo ha richiamato al Parco della Musica un foltissimo pubblico, scandito in almeno tre generazioni, già canticchiante al bar, nella cavea e nella fila d’ingresso… Ottimi musicisti inseriti in una metallica scenografia essenziale supportano il Mito, non tanto appassionato di sé, che raggiunge il palco dopo il cadenzato Intro del primo pezzo: “La vita è qui”; seguono l’hit sanremese “Cieli immensi” e “Per difenderti da me” di Tiziano Ferro, dall’ultimo CD, da cui la Pravo propone in concerto, alternati ai classici, anche i brani: “A parte te” (gran pezzo di Giuliano Sangiorgi, autore anche di “Unisono”, del 2011 e ugualmente in scaletta), “Ci rivedremo poi”, “Come una preghiera” (autore del figlio di Mogol che, per non sfigurare, usa il nom de plume Cheope, che Patty trova buffo assai), “Nuvole” (invocata a gran voce fin dall’inizio, è stata cantata con trasporto collettivo alla fine dello spettacolo) e “Qualche cosa di diverso” (perla perfetta di Zibba, interpretata bene anche dal vivo, sembra davvero il brano migliore dell’ottimo “Eccomi” ).
Rabberci e stonature a parte, Nicoletta ha emozionato certo i faziosi fans ma forse anche i critici più ostili, perché è riuscita (ma come fa?) con imponderabile malia a disattivare nel pubblico ogni circuito giudicante per lasciar nudo il nucleo emotivo, di cui quella voce e quella dizione, imperfette e straordinarie, sembrano essere assolute regine ormai da mezzo secolo. Così, ai primi accordi di “Non andare via” i sudditi sono tutti rientrati ai loro posti e in religioso silenzio hanno ascoltato una vibrante e sofferta esecuzione, senza dubbio il vertice interpretativo della serata, di un classico ogni volta nuovo.
Patty è sembrata a suo agio soprattutto con i suoi cavalli di battaglia: “Pazza idea”, “Ragazzo triste”, “Il Paradiso”, “Sentimento”, “Pensiero stupendo” e l’immarcescibile “Bambola”, proposta nella versione 2008 celebrativa del quarantennale; attenta nel riproporre la bellissima e sfortunata “Il vento e le rose”, trascinante nell’abbraccio del pubblico complice in “… e dimmi che non vuoi morire”.
Vengono dal passato due “novità”: la suggestiva e un po’ sulfurea “Dimensione”, tratta dal bellissimo “Munich Album” del 1979, e la commovente “Dove andranno i nostri fiori” classico contro ogni guerra ripreso dal long-playing “Tanto” del 1976, pieno di ottimi pezzi arrangiati da Vangelis.
Pubblico a bordo palco e pressoché tutto in piedi consente alla Pravo il saluto finale che è ormai una ritrovata bandiera, la canzone più bella: “Tutt’al più” .
Elio SENA