Elvis & Nixon

 

Uno dei più controversi presidenti degli Stati Uniti d’America e il più famoso cantante rock di tutti i tempi. Che poi l’etichetta rock sia stata negli anni affibbiata un po’ a tutti è un altro discorso. Il Re veniva chiamato e per tante generazioni lo è stato. Amato, idolatrato, rispettato e imitato da milioni di persone. Lui, Elvis! E, strana coppia, Richard Nixon, trentasettesimo Governatore del Mondo (almeno così vengono definiti i Capi USA). Due mondi totalmente diversi? Non proprio. Tralasciando la fama (per Nixon non buona, va detto) ciò che accomuna i due è la visione del paese, politicamente parlando. Acerrimi anticomunisti, anzitutto. Amanti delle armi, anche se con modi e scopi diversi, entrambi terrorizzati dalla controcultura. L’America dell’epoca (siamo a Natale del 1970) era ancora scossa dall’omicidio Kennedy e faticava non poco a riprendersi dallo shock. Ballava e sognava con Love me tender, credeva di scacciare così la paura. Forse ci riusciva, almeno ci provava. E avrebbe fatto qualsiasi cosa avesse detto Presley. Elvis lo sapeva. Da qui la lucida follia di voler aiutare la sua gente diventando agente segreto del governo. Compito che solo il presidente poteva conferirgli. Scrivere a Nixon poteva essere l’unico modo. Una lettera di sei pagine con questo incipit “Caro Signor Presidente, innanzi tutto vorrei presentarmi, sono Elvis Presley, l’ammiro, ho molto rispetto per la sua carica e vorrei diventare un agente segreto del governo!”.  Un incontro (avvenuto realmente, va detto) talmente surreale quanto coinvolgente. I minuti scorrono veloci anche senza brani del Re di Memphis, interpretato magistralmente da Michael Shannon (e doppiato altrettanto bene da Pino Insegno). Nixon, invece, ha la faccia di Kevin Spacey (due volte premio Oscar per I Soliti Sospetti nel 1996 e American Beauty nel 2000) e per quanto si sforzi non risulta essere così duro e spietato come il presidente. Ma qui non si parla di Watergate. E’ solo rock’n’roll. Ed è tutto godimento

 

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Alla ricerca di Dory

  •  https://www.youtube.com/watch?v=GPzXX63hL0k
    ROMA Il coraggio di osare, di andare sempre oltre, battendo strade sconosciute e perciò incerte, senza lasciarsi scoraggiare dalla paura di non farcela. È questo il messaggio della tanto generosa quanto smemorata Dory, protagonista dell’ultimo block-buster targato Disney-Pixar. “Alla ricerca di Dory” (per la regia di Andrew Stanton) sbarca nelle sale dal 15 settembre e, c’è da scommetterci, incanterà grandi e piccini. Proprio com’è accaduto ieri sera, in un Auditorium della Conciliazione parato a festa, dai toni blu e gialli, stracolmo di bimbi festanti e ragazzini a caccia di autografi e foto-ricordo da postare, tra volti noti del web e del mondo dello spettacolo, molti dei quali hanno prestato la loro voce ai personaggi del film. Tra i tanti: Luca Zingaretti-Marlin e Carla Signoris-Dory, coppia comica inedita ed esilarante che tredici anni fa fu scelta per doppiare il pluripremiato “Alla Ricerca di Nemo”. «Nel 2003 i miei figli avevano tre e cinque anni: vedevamo solo cartoni animati – racconta la Signoris – e li conoscevo a memoria. In particolare quelli della Pixar». Mentre Zingaretti ammette: «Doppiare un film della Disney significa entrare nell’immaginario collettivo e nel mito. È la felicità di pensare di entrare a far parte dei sogni di tanti bambini». E a proposito del suo personaggio il Montalbano della tv riferisce: «Mi accomuna un po’ a Marlin (il pesce pagliaccio papà di Nemo, ndr) il senso di ansia che si può avere nei confronti delle persone amate e per cui faremmo di tutto». Mentre Stefano Masciarelli, l’attore che torna a dare voce alla longeva e audace tartaruga Scorza dice: «È davvero bello vedere dei film in cui i padri sono protagonisti». Un film che non si può mancare. La storia di Dory, che vive felicemente sulla barriera corallina con Nemo e Marlin, parte da un ricordo: anche lei deve avere una famiglia. Un papà e una mamma che forse la cercano ancora dopo un anno. Perché Dory, che ha aiutato il papà di Nemo a cercare il suo figliolo, si sa, soffre di perdita della memoria a breve termine, e si scorda un attimo dopo quanto detto un secondo prima! Una fiammella si accende nel buio della sua mente, ma tanto basta per farla partire verso l’ignoto oceano che fa paura anche ai grandi! L’aiuteranno nel suo viaggio i tre più strampalati abitanti del Parco Oceanografico (dove la voce di Licia Colò accoglie ospiti e visitatori): Hank, irascibile polpo che tenta continuamente la fuga; Bailey, un beluga convinto di avere un sonar difettoso, e Destiny (nel nome già un programma!), squalo balena miope. In loro compagnia Dory scoprirà i valori dell’amicizia, la bellezza dei difetti e il vero senso della famiglia.

Leggermente classica Vicario & Ciampa

 

La musica leggera e la musica classica insieme, un’orchestra di ben 52 elementi e la Casa del Jazz a far da cornice. Lei è una cantautrice sui generis (e mai come questa volta la locuzione latina viene usata come un complimento), lui è un giovane talento della chitarra classica italiana con una carriera già costellata di vittorie in molteplici concorsi internazionali. Lei è Margherita Vicario, lui è Gian Marco Ciampa. Reduci dal successo di febbraio in Auditorium, salgono nuovamente sul palco per una serata da ricordare.

Lasciami la musica o Vai via da qua se non sai chi è Bach. Una frase che potrebbe essere benissimo il titolo di un film è stato il preludio alla vostra collaborazione. Ma chi è stato il responsabile del vostro incontro, Margherita?

Proprio la canzone che si chiama appunto Il Responsabile. Gian Marco mi ha contattata dopo esser rimasto colpito dal pezzo e si è incuriosito talmente tanto da propormi un riarrangiamento dei miei pezzi con la chitarra classica. In Auditorium eravamo soli con un quartetto d’archi, stasera la prova sarà ancora più stimolante. Noi con un’orchestra completa!

E’ stato faticoso dare un vestito nuovo ai suoi pezzi?

Molto! Abbiamo lavorato sodo per tanti mesi. Ma cantare con un’orchestra è il sogno di tutti. Anche chi proviene dalla scena indie rimarrebbe folgorato da una proposta del genere. E’ capitato a me e non vedo l’ora di salire sul palcoscenico.

Cosa prevede la scaletta? Sarebbe bello ascoltare tutti i suoi brani con il golfo mistico dietro

Magari! In realtà mescoleremo il repertorio classico alla musica leggera con molte cover. Il concerto avrà inizio con una dichiarazione d’amore fatta da me a Gian Marco sulle note di Nature boy, pezzo storico di Nat King Cole. Durante la serata proporremo brani dei Beatles, di Lucio Battisti (Con il nastro rosa) e soprattutto Mad world (pezzo dei Tears for Fears) con la partecipazione di Marco Zitelli, alias Wrongonyou, giovane interprete romano opening act dei live di Niccolò Fabi.

Chi ha fatto il lavoro più  duro nella preparazione della serata?

Sicuramente i tre arrangiatori. Luca Bellanova, Stefano Lenci e Simone Cardini. Loro hanno letteralmente stravolto i brani. Io scelgo solo pezzi famosi da proporre al pubblico affinché la gente abbia un’opinione sulla canzone e sull’interprete. Lo stesso vale per i testi scritti da me. Non posso per forza piacere a tutti, il mio scopo è quello di creare un interesse su ciò che propongo

Il genere di Margherita Vicario rimarrà quello di intattenimento oppure questa serata cambierà qualcosa nelle scelte future?

Sono un personaggio camaleontico! Continuerò anche a fare i miei spettacoli chitarra e voce nei teatri e nei locali. Ho finito di scrivere un disco con molta più batteria e chitarra elettrica rispetto al precedente e… ho una voglia matta di ballare

E il cinema? Ha partecipato a The Pills, stroncato dalla critica. Si è domandata il motivo?

The Pills? Non mi permetto di giudicare ma dico solo una cosa: Era e resterà un film poetico…

Gian Marco, aldilà di Bach, perché proprio Margherita come scelta?

La conosco e la seguo da tantissimo tempo. Credo sia l’artista più adatta per questo progetto. La tappa di inizio anno ha avuto un successo inaspettato, anche se ovviamente ci speravamo un po’ tutti. Lei è una delle più complete nel panorama cantautoriale romano

Lei proviene da un altro mondo, la musica classica ha poco a che vedere con il pop

Io amo tutta la nuova scuola romana. Sono cresciuto ascoltando artisti di tutt’altro genere, è vero ma ho una grande ammirazione per le nuove leve. Da Calcutta a I Cani, passando per The Giornalisti, sono un gruppo di ragazzi molto coesi tra loro e finalmente stanno avendo il successo che meritano. Grazie anche (e soprattutto) al capostipite Roberto Angelini

Il grande riscontro avuto fuori dai confini nazionali le ha fatto montare la testa?

Come potrei? Sono agli inizi! Tutti i riconoscimenti avuti non possono che farmi piacere. Se devo essere sincero, però, posso dire che sono stato molto fortunato. In Italia i cantanti emergenti non vengono trattati benissimo, chi li ospita nei vari locali pensa che il loro non sia un vero e proprio lavoro, ma un hobby. All’estero non è così. C’è molto più rispetto per l’artista. Forse bisognerebbe esportare di più la nostra musica. Il nostro paese ha dato i natali a musicisti e componitori invidiati da tutto il mondo. Sarebbe indispensabile riscoprire e rivalorizzare le nostre potenzialità

L’appuntamento con Margherita Vicario e Gian Marco Ciampa e con l’Orchestra Giovanile di Roma diretta dal diretta dal M° Vincenzo di Benedetto è alla Casa del Jazz (Viale di Porta Ardeatina 55 a Roma) dalle 21:30 in poi.

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Cristian e Palletta contro tutti

 

La classica botta di culo (si può scrivere, sono stati sdoganati termini e modi di dire molto più coloriti). O se preferite, botta di fortuna. O fattore C. Il senso non cambia. Tutti aspettano la “svolta”. Attenderla restando nella legalità però non farà mai diventare nessuno ricco. A pensarla così è Cristian (Libero De Rienzo) assoluto scansafatiche. Chi si “accontenta e non gode” è invece Palletta (Pietro Sermonti) un meccanico sotto padrone con il sogno di aprire un’officina in proprio ma talmente remissivo da accontentarsi di 600 euro al mese. Pochi soldi, nessuna donna (la sua ex, Teresa interpretata da Margherita Vicario è ora la ragazza di Cristian, appunto…) e ancora senza nessun approccio verso il sesso. E quando perde anche il lavoro è costretto pur se controvoglia ad accettare la folle proposta dell’amico. L’idea di trasportare un carico di cocaina oltreconfine non è nuova. Quella di portare “il cocco” nel Liechtenstein, sì. Come camuffarlo per non farsi beccare alla frontiera? Accompagnare il carico con della pipì di giaguaro! A Roma il Bioparco ne è sprovvisto (ma ci sono ancora gli altri animali?!?). In Puglia, nello zoo di Fasano il prezioso animale c’è. Il viaggio on the road è talmente surreale quanto divertente. E l’incontro con un circo in disuso e il parentado pugliese di Teresa rappresentano le parti più esilaranti della pellicola. Tutta ma proprio tutta politicamente “scorretta”. Coraggioso e riuscito “l’esperimento” di De Rienzo impegnato in un piccolo monologo sulla vagina della donna cannone (in un circo non può mancare). Non è quella di De Gregori, ma dando retta alle ultime metamorfosi del Principe potrebbe anche esserlo. Anche Cristian e Palletta, volando in cielo in carne e ossa non torneranno più… O forse sì.

Dal 9 giugno al cinema. Presenti alla proiezione in anteprima avvenuta al cinema Barberini di Roma, anche Max Tortora, Pupi Avati e Serena Dandini (presentatrice del dibattito pre film)

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Si ringrazia per la preziosa collaborazione nel photocall la collega Silvia Sottile

Zeta – Il film

Fedez, J-Ax, Clementino, Ensi, Briga, Rocco Hunt e Baby K. Un parterre del genere, tra rapper divenuti star del pop e altri ancora sulla scena da far impallidire perfino One Two One Two, storico programma del venerdì sera in onda su Radio Deejay (che il film sia sponsorizzato da Radio 105 è un mistero gaudioso). Invece parliamo delle star dell’ennesimo film generazionale sulla Roma dei nostri giorni. Con più asperità rispetto a Jeeg robot fresco trionfatore dei David di Donatello e di The Pills, prodotto riuscito a metà ma che avrebbe meritato maggior fortuna. Una pellicola “nata ai bordi di periferia” dove i tram non passavano negli anni 80, figuriamoci ora. A Corviale, poi… Ora gira l’erba (purtroppo non quella di Celentano…) e se vuoi fare un salto di qualità, spacciando polvere bianca, finisci accoltellato e morente in mezzo a una stradina abbandonata in una notte che più buia non si può. Si parla di rap, però. Di hip hop precisamente. Un film dedicato alla memoria del leader dei Cor Veleno (David Berardi, meglio conosciuto come Primo Brown) scomparso la notte di Capodanno. La regia è di Cosimo Alemà, uno dei più famosi nel campo dei videoclip. In conferenza stampa è palpabile la sua soddisfazione

“Volevo fare un film anche su mio amore personale per la musica, che è l’amore che vedo oggi nei ragazzi perché credo che l’hip hop e il rap siano la prima cultura musicale che veramente appassiona. E’ tutto realmente credibile e a mio avviso rappresenta bene le sfaccettature di questo genere, c’è la parte più commerciale, l’underground, le battle di freestyle, le canzoni composte in studio, è una foto abbastanza fedele della scena”

Il protagonista principale è Alex/Zeta (Diego Germini) leader con il suo amico Marco (Jacopo Olmo Antinori) del duo Anti. Innamorati della stessa ragazza, Gaia (Irene Vetere) si trovano costretti ben presto a dividere le loro strade. Il primo spopola, il secondo fa una brutta fine (vedi sopra…), la terza è in balia degli eventi. Perché il successo non è facile da gestire, figurarsi il vuoto cosmico. Diego Germini nella vita è Izi, un rapper in ascesa. Nel film è figlio di una famiglia romana con padre ligure come lui (che viene da Cogoleto, paese di periferia genovese) e fratello di Tina (l’esordiente Angelica Granato Renzi) tutti perfettamente a loro agio davanti alla macchina da presa. Storia cruda, si era detto, ma profondamente vera. E’ una generazione piena di sfaccettature negative, vero. Ma sono i nostri figli, fratelli. Colpe e meriti sono di tutti. Quantomeno Zeta è una storia hip hop di formazione, amicizia, amore e riscatto; una corsa a ritmo di rap all’inseguimento dei propri sogni e del proprio destino. Corviale come Genova…come tutta Italia.

 

 

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Nemiche per la pelle

 

 

Se il mondo della cultura e dello spettacolo avesse voce in capitolo nel Parlamento Italiano la spinosa questione della stepchild adoption sarebbe già stata risolta da un bel pezzo. Nastrini colorati a Sanremo, appelli e petizioni sul web e ora anche film che strizzano l’occhio a un argomento di soluzione talmente ovvia che solo in Italia diventa “un caso”. Nemiche per la pelle, visto in anteprima stamattina è solo un piccolo grido tra tanti. Non farà un rumore fragoroso ma ci si augura possa far riflettere un Paese impigrito e impaurito da tutto ciò che è “normale”. La dichiarazione più forte l’ha rilasciata la Buy in conferenza stampa

Ci tenevamo a far capire che la famiglia è un posto di amore, che si può anche scegliere, e che non deve per forza seguire la biologia. Ci sono tanti bambini nel mondo che hanno un grande bisogno di affetto, e le leggi per l’adozione, nel nostro paese, sono troppo complesse.

La pellicola racconta la storia di Lucia (Margherita Buy) una donna particolare, che parla con gli animali e crede negli spiriti, che mangia solo cibi biologici e fa yoga, indossa camicioni larghi ed abiti realizzati con fibre naturali, ha il ‘braccino corto’ e usa l’auto elettrica, ama le musiche etniche e crede nelle battaglie per i diritti civili e di Fabiola (una spumeggiante Claudia Gerini vero effetto dirompente del film), a capo di un’agenzia immobiliare di lusso, legge solo Vanity Fair e indossa scarpe da 400 euro, canta Madonna e vive circondata dai filippini, inventa favole della buonanotte centrate sugli attici di Roma, sogna la Bentley e ogni sera si riempie il corpo di lumache, in modo da tirare la pelle. Donne legate solo e soltanto da una cosa, ovvero un marito appena deceduto che ha lasciato loro un bambino cinese che le obbligherà a conoscersi e soprattutto a diventare amiche. Non c’è nessun legame affettivo, tantomeno sessuale tra le due protagoniste. La Gerini è molto romana (è un complimento, sia ben chiaro) la Buy la solita nevrotica e insicura. Il suo personaggio se l’è scritto da sola… Nelle sale dal 14 Aprile.

 

 

 

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Veloce come il Vento

 

 

Una storia vera, benché misconosciuta. Quella di Carlo Capone pilota di rally, vincitore nel 1984 del campionato Europeo. Carattere difficile, fisico e psiche devastati dalle droghe e da tragedie famigliari. Una realtà raccontata in maniera perfetta dal regista Matteo Rovere. Un film che parte subito velocissimo disegnando perfettamente il temperamento del protagonista, portato magistralmente in scena da Stefano Accorsi. L’attore, scelto da Domenico Procacci, si cala nel personaggio (Loris) facendo tornare alla mente i fasti di RadioFreccia. Loris, un Freccia sopravvissuto. Una pellicola digitale ma al tempo stesso analogica per la totale assenza di effetti speciali. La storia è quella di Giulia (l’esordiente e bravissima Matilda De Angelis), 17enne pilota del Campionato GT che, dopo la morte del padre, è costretta a fare squadra col fratello maggiore tossico Loris, ex asso dei rally: dovrà vincere la stagione per salvare la casa di famiglia, sé stessa e il fratellino minore Nico. Una narrazione romanzata; troppo cruda è la realtà nella quale il vero Loris oggi vive. Ma il brivido della velocità, quell’adrenalina, il mescolare le donne e i motori con una sfacciataggine tutta emiliana porta il film a essere tra i migliori prodotti di quest’anno. La pellicola, in uscita giovedì 7 Aprile (preceduta dall’anteprima mondiale di lunedì 4 al Bari International Festival) è stata girata in concomitanza con il vero campionato GT nei fine settimana, mentre le riprese fuori dai circuiti sono state eseguite nei giorni feriali. In Italia non sono mai stati girati film di questo livello su queste tematiche. La memoria va ai prodotti confezionati per la tv da Morandi, telefilm degli anni 80, oppure al mitico Rally di Giuliano Gemma. No, qui c’è molto di più. Senza esagerare scorre sulla pelle il brivido di Fast & Furious. Merito di una sceneggiatura perfetta e della capacità della De Angelis (solamente omonima dell’ex pilota) nel calarsi in pista e correre, correre. Con il pubblico a tifare solo per lei. Per la vittoria.

 

 

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Forever Young

 

Una risata tira l’altra. E un’altra ancora. Il tema portante del nuovo film di Fausto Brizzi non è tanto la gioventù portata agli eccessi, il non voler arrendersi al tempo che passa. E’ quella cosa che ti allunga la vita più di ogni altra. Quell’elemento che non seppellisce, anzi! Il cinema italiano è più vivo che mai. Chiariamo subito: Forever Young non è un capolavoro che rimarrà negli annali coma pietra miliare. Ma è una commedia scaccia pensieri con quel pizzico di riflessione che serve a tirare fuori i difetti (molti) e i pregi (quali?) dei protagonisti. Nell’Italia di oggi l’avvocato Franco (Teo Teocoli) è un settantenne, appassionato praticante di sport e, soprattutto, di maratona. La sua vita cambia quando scopre che sta per diventare nonno grazie a sua figlia Marta (Claudia Zanella) e a suo genero Lorenzo (Stefano Fresi) e che il suo fisico non è poi così indistruttibile. Angela (Sabrina Ferilli), un’estetista di 49 anni, ha una storia d’amore con Luca (Emanuel Caserio), 20 anni, osteggiata dalla madre di lui, Sonia (Luisa Ranieri), sua amica. Diego (Lillo), deejay radiofonico di mezz’età, deve fare i conti con gli anni che passano e con un nuovo, giovanissimo e agguerrito, rivale (Francesco Sole). Le scene dei due hanno come sponsor RDS (cameo di Anna Pettinelli e degli Zero Assoluto) Giorgio (Fabrizio Bentivoglio) direttore della radio ha 50 anni e una giovanissima compagna (Pilar Fogliati), ma la tradisce con una coetanea di 50 (Lorenza Indovina). Un Lillo in forma smagliante (anche senza Greg) e un Nino Frassica superlativo. La loro piccola scena insieme (Radio Amen) è di gran lunga la migliore del film.

 

Non è però una pellicola che strizza l’occhio ai supergiovani. E’ presente (lo dice lo stesso regista) una profonda critica verso l’età della maturità a parole. E dopo la proiezione viene davvero voglia di mettere sul piatto del giradischi il vinile di Bonnie Tyler e di spegnere Facebook. Che si può vivere anche senza. E meglio.

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Suffragette

 

La vera storia della nascita del movimento femminista. La lotta per i diritti, per l’uguaglianza. Alla vigilia della ricorrenza dell’8 Marzo arriva nella sale italiane il documento reale di una battaglia vinta anche se a carissimo prezzo. La passione e la sofferenza di coloro che hanno rischiato tutto quello che avevano, la loro casa, il loro lavoro, i loro figli e la loro stessa vita per il diritto di voto alle donne. L’ambientazione è quella di una Londra del 1912, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Lavoratrici in fabbrica (qui è una lavanderia) sottomesse da un capo con violenze fisiche e psichiche che trovano la forza per ribellarsi. Protagonista è Maud Watts, interpretata da Carey Mulligan. Tredici ore di lavoro al giorno con un marito talmente lontano dalle sue scelte da cacciarla di casa e vietarle perfino di vedere il loro bambino. La ribellione avviene dopo troppe vessazioni ricevute. Si può cercare di far valere i propri diritti anche tagliando i fili del telegrafo (all’epoca unico strumento di comunicazione) e facendo saltare in aria le cassette della posta. Si finisce in prigione, si attuano scioperi della fame. Ma sono azioni dimostrative per attirare l’attenzione sulla loro lotta per l’eguaglianza, contro uno stato brutale e sordo a ogni minima richiesta. Si può anche morire per i propri diritti. Magari davanti agli occhi del Regno Unito, davanti al Re in un derby di galoppo. A capo del Movimento Emmeline Pankhurst, interpretata da Meryl Streep. Il suo credo ? “Noi non siamo contro la legge! Noi vogliamo fare la legge!”

Tutto ciò appare allo spettatore totalmente anacronistico se solo si pensa agli scioperi e alle manifestazioni “moderne”. Cento anni fa si spaccavano le vetrine per un ideale, per cambiare il mondo. Il film non giustifica e non colpevolizza. Ha il coraggio di raccontare. La regista  Sarah Gavron ha studiando meticolosamente i memoriali e i diari, spulciato tra le carte degli archivi della polizia. Si dice “esterrefatta” dalla mancanza di precedenti opere portate sul grande schermo riguardanti l’argomento. L’emancipazione femminile è nata proprio grazie alle suffragette (termine coniato dalla stampa inglese per deridere le attiviste del movimento a favore del suffragio alle donne). Il diritto di voto nel Regno Unito venne firmato solo il 2 Luglio 1928, quasi vent’anni prima del nostro Paese. Forse sarebbe giusto spostare la festività. O forse, meglio ancora, non festeggiare un diritto ma esercitarlo e rispettarlo. Ogni giorno. Curioso scoprire che fu la Nuova Zelanda la prima ad aprire al suffragio universale (si parla del 1893). Rimane però nella storia il documento firmato nel Luglio 1848 negli Usa da quattro donne riunite davanti a una tazza di thè. Lucretia Mott, Martha Wright, Elizabeth Cady Stanton e Mary Ann McClintock scrissero il vero pilastro del femminismo americano. Un manifesto con un nome talmente bello e importante (La dichiarazione dei Sentimenti) da apparire ancora oggi più vivo e vero della contemporaneità. E sono passati quasi 170 anni…

Nelle sale italiane dal 3 Marzo, settantesimo anniversario del primo voto delle donne nel Belpaese.

 

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Antonio Giuliani e le 7 REpliche… de Roma

Sette re in sette domeniche. Sette appuntamenti in sette teatri diversi. Una bella sfida quella che attende Antonio Giuliani, quella di raccontare vizi e virtù che contraddistinguono la natura umana, partendo dai 7 Re di Roma fino alla contemporaneità. Pregi e difetti di uomini e donne, guardando il mondo dalla città eterna. Spettacolo scritto dallo stesso Giuliani e da Maurizio Fracabandiera, con l’aiuto regia di Chiara Perfetti.

Questi gli appuntamenti tra il 28 febbraio e il 15 maggio, de Le 7 Re(pliche) de Roma

28 Febbraio Teatro Manzoni (Romolo)

13 Marzo Salone Margherita (Numa Pompilio)

20 Marzo Sala Umberto (Tullo Ostilio)

10 Aprile Teatro Roma (Anco Marzio)

17 Aprile Teatro Ghione (Tarquinio Prisco)

8 Maggio Tirso de Molina (Servio Tullio)

15 Maggio …Gran Finale a sorpresa (Tarquinio il Superbo)

L’incontro di presentazione dello spettacolo, avvenuto in un locale di Trastevere, è servito anche da pretesto per fare una bella chiacchierata a 360 gradi sulla carriera dell’attore comico dalle origini ai nostri giorni. Giuliani, un vero e proprio fiume in piena ha raccontato aneddoti sfiziosi e paradossali, sempre con il sorriso sulle labbra

Lo spettacolo

Con il ritorno sul palco sono tornato bambino. La dimensione piccola rispecchia le mie origini da comico. Lo spettacolo, comunque, sarà tutto nuovo. Ogni serata inizierò parlando del rispettivo re partendo da Roma per poi allargare i miei orizzonti a tutta Italia. La scelta di Romolo e Remo non è casuale. Furono i due primi palazzinari di Roma! Chiudo lo spettacolo con una frase di Charlie Chaplin :” Ogni giornata senza sorriso è un giorno perso”

Gli esordi

Ai primi provini, i romani venivano schifati da tutti. Con me c’erano artisti del calibro di Isabella Orsini e Alberto Farina. Appena ho raggiunto un pizzico di notorietà ho voluto fare un corso gratuito per 35 ragazzi al Centro Culturale Elsa Morante, ormai chiuso. E‘ stata la mia rivincita. Quando andavo a fare le serate rientravo alle 3 di notte con i soldi in tasca e mia madre mi diceva che ero un drogato perché giravo di notte e che mi avrebbe denunciato. Sull’Aurelia, dopo uno spettacolo, mi fermarono i carabinieri. Andavo in giro per locali a lavorare e nella mia valigetta avevo delle parrucche finte e una pistola giocattolo. Era il mio bagaglio per imitare Carlo Verdone e altri comici. Cercai di spiegare che facevo l’operaio di giorno e il cabarettista di notte ma loro vollero una dimostrazione. Mi toccò fare un’esibizione di mezz’ora sull’Aurelia! Di mattina lavoravo come muratore, ero specializzato in controsoffitti. Ma tutti i soldi guadagnati li investivo per acquistare abiti di scena. Da lì iniziai ad avere le prime soddisfazioni. Ma in casa non mi credevano: quando mamma vide i primi manifesti in giro per Roma tornò a casa urlando che io e Stefano Fabrizi (mio storico sodale) eravamo dei delinquenti perché tutta Roma era tappezzata di Porci e bugiardi, commedia scritta con Stefano. Allora regnava l’ignoranza nel senso puro del termine. Poi andai a fare spettacoli nei ristoranti e locali in giro per Roma. La gente veniva a mangiare o a prendere un gelato e io ero l’elemento di disturbo. Ma riuscivo a far riconciliare le coppie : il fidanzato che aveva litigato con la ragazza me la passava al telefono per fare pace.

Il successo

Fui scoperto da Maurizio Costanzo. Una sera, durante uno show, mi venne a vedere Enzo Iacchetti. Al Teatro Parioli devo la mia notorietà. Negli anni, ad assistere ai miei spettacoli, ho avuto nelle prime file molti calciatori della Roma (Totti e De Rossi su tutti) ma non li ho mai usati per farmi pubblicità. DI questo, il Capitano me ne è riconoscente. Con lui siamo ancora amici. Ricordo che tanti anni fa regalò all’Ospedale San Filippo Neri di Roma un macchinario da usare in radiologia. 480 milioni spesi per nulla. Non è mai stata usata per mancanza di tecnici!

I romani

Che dire? Semo troppo forti! Il romano è conviviale, predilige il buon cibo e ha sempre la battuta pronta. Un esempio? Recentemente, durante le minacce dell’Isis, per alleggerire la tensione e sconfiggere i timori, a Roma abbiamo risposto con ironia facendo vignette raffiguranti cammelli sui sampietrini, il raccordo intasato e la conquista delle donne

La Roma

Non ne ho mai fatto mistero: Sono tifosissimo della squadra giallorossa e nella querelle tra Totti e Spalletti non faccio fatica a schierarmi. Sto con il Capitano. Il mister è un tipo un po’ troppo manesco. Francesco poteva evitare di rilasciare quell’intervista alla Rai, la moglie Ilary e il suo amico Vito Scala hanno provato fino alla fine a dissuaderlo. Ma Totti è Totti. E’ un’istituzione. L’ottavo re di Roma è sicuramente lui!

Il libro

Durante lo spettacolo presento anche il mio libro. E’ un’autobiografia ironica e interattiva con cruciverba e parole in romanesco. L’ho scritta a quattro mani con Fabrizio Finamore. Si chiama D.O.C. di origine comica. In 25 anni di carriera non avevo mai fatto neanche un dvd. E’ il mio primo prodotto editoriale. L’incasso verrà devoluto interamente all’Associazione L’arcobaleno della Speranza, per la lotta alla leucemia, linfoma e mieloma. Vicino casa, a Tor Vergata, c’è la sede dove vado spesso a trovare i ragazzi presenti. Potrebbe anche essere un libro per l’estate. Infatti non ha la copertina. Sai com’è… L’estate fa caldo! 

 

@oriacicchinelli