Pino Daniele Il tempo resterà

L’affermazione più vera dopo una proiezione che un brivido via l’altro ha regalato fino a far affiorare le lacrime ai fortunati spettatori della prima de Il tempo resterà l’ha regalata Claudio Amendola (voce narrante nel documentario dedicato a Pino Daniele). L’attore romano, pungolato da un cronista sull’eterna rivalità tra la Capitale e Napoli ha affermato che: “Prima di Pino, Napoli veniva vista da noi romani, ma anche dal resto d’Italia come una città dai mille luoghi comuni. Non potevi parlare di Napoli senza associarle la camorra, il colera, il terremoto. Tutti questi stereotipi da stadio che lui e il suo gruppo hanno fatto cadere”. La musica unisce, quella dei Napoli Centrale (gruppo fondato nel 1975 da James Senese) è stata la prima rivincita per un Sud martoriato. L’artista ha raccontato di quando Pino volle unirsi a lui e a Franco Del Prete per suonare il basso, ma essendone sprovvisto dovette averlo in regalo dallo stesso Senese. Un’amicizia durata fino alla scomparsa, in quel maledetto gennaio di due anni fa. Carriere divise, poi riunite e uno storico concerto davanti a 200mila persone, in piazza del Plebiscito a Napoli. Era il 19 settembre 1981, l’anno dell’Irpinia. Pino, James, Tullio, Tony, Joe. E l’anima di Napoli a cantare con loro. Il cuore? Troppo utilizzato, come recita Alessandro Siani in un altro momento toccante del docufilm. Pino si è speso fino all’ultimo, era al concerto di Capodanno poche ore prima di salire su una nuvola a far compagnia al suo storico amico Massimo Troisi. Giorgio Verdelli, regista del film ha unito immagini di repertorio, parecchie inedite, e ricordi da parte di compagni di viaggio. La commozione, si diceva. Ma la musica, soprattutto. Impossibile citare tutti i brani presenti. Certo, quando parte Je so’ pazzo oppure Napule è o ancora Quando non si riesce ad ascoltare solamente. Ma anche in Maggio se ne va (brano del 1982) o Schizzechea e in mille altri pezzi c’è tutta Napoli, c’è tutto Pino. E quello che ha lasciato in eredità. Noi tutti siamo destinati a passare ma il tempo resta. Resta e torna. No, non si può proprio non amare Napoli. Napule è mille culure,. Napule è mille paure. Napule è a voce de’ criature. che saglie chiane chiane. E tu sai ca nun si sule

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Questione di Karma

In un periodo dove la parola karma sembra farla da padrone (un esempio per tutti, la vittoria a Sanremo di Francesco Gabbani) anche il cinema strizza l’occhio alla legge di causa-effetto. Certo, è solo una coincidenza ma se un filone c’è (anche se bisognerebbe addentrarsi in logiche che con lo spettacolo hanno poco a che fare, si parla di religione…) è bene sfruttarlo. Ci pensa Edoardo Falcone, al ritorno dietro la macchina da presa dopo il fortunato e simpaticissimo Se Dio vuole (di cui ci sarà il remake americano prodotto da Bryan Singer). Allora la coppia era composta da Marco Giallini e Alessandro Gassmann, ora passati alla corte di Massimiliano Bruno. Per l’occasione un duetto tutto nuovo: Fabio De Luigi ed Elio Germano, quest’ultimo piacevole sorpresa anche nella commedia. Anche se Falcone rilegge in chiave ironica un tema, l’elaborazione della perdita, particolarmente vivo quest’anno, raccontato in film diversi per tono e genere.

Fabio De Luigi è il bizzarro erede di una dinastia di industriali che evita l’azienda per spendere il suo tempo in studi umanistici. In realtà è come si si rifiutasse di crescere, fermo al giorno in cui il padre si è buttato dalla finestra, senza lasciare un biglietto. Da ragazzino ha sviluppato grande interesse per la reincarnazione e si rivolge a un esoterista francese (Philippe Leroy) che si dice capace di scoprire – con tanto di nome e cognome – in chi si è trasformato il genitore: si tratta di Mario Pitagora, Elio Germano, cialtrone che vive di espedienti e pieno di debiti. Tra i due uomini, l’idealista e l’opportunista, nasce un rapporto che li porta a un viaggio di cambiamento. Il film prodotto da Wildside Rai Cinema sarà nelle sale da giovedì con 01 Distribution.

Comunque vada panta rei. And singing in the rain

 

 

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La nuova vita di Chiara: nessun posto è casa mia

Negli ormai rituali firmacopie in Feltrinelli, a Roma, capita sovente di assistere a live e a incontri molto interessanti. Quando poi arriva una voce graziosa e una ragazza semplice come Chiara Galiazzo (ormai solamente Chiara) anche l’attesa diventa meno estenuante. Un cd fresco di stampa, un singolo sanremese passato da tutti i network (quel Nessun posto è casa mia massacrato al Festival, solo quattordicesimo…)  e una capacità non comune di mettersi in gioco. Il successo arrivato (forse) troppo presto, difficile da gestire, i duetti con Mika e poi, all’improvviso, la decisione di sparire dalle scene. Quasi due anni che hanno permesso all’artista padovana di riordinare le idee. Non solo musicalmente. Due anni passati a combattere con il cambiamento, con la difficoltà di accettarsi. Perché le cose cambiano inevitabilmente. E lei, ha capito che non possono essere accolte come negative le prove di vita.  “Sono le nostre fragilità che fanno venire fuori le cose belle. Se prima subivo molto le critiche, adesso ho capito che la perfezione non esiste e tutto è relativo. E allora tanto vale accettare le cose, soprattutto quelle negative, e farle diventare un punto di forza per andare avanti”. Chiara si confida a Gino Castaldo, raccontando anche un piccolo aneddoto capitatole pochi giorni fa: “L’altro giorno una ragazza della mia età mi ha detto: “Nessun posto è casa mia” è la mia vita, grazie per averla cantata. Mi sono commossa. Prima mi fermavano solo perché mi avevano visto in tv e per chiedermi un selfie. Ora per ringraziarmi”. E il testo (scritto da Nicco Verrienti) potrebbe essere la storia di tante ragazze. E forse anche quella di Chiara stessa. Anche se “Non era la vita che stavamo aspettando ma va bene lo stesso” non si addice a lei. Lei che ha avuto il coraggio e la forza di cambiare.

 

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L’arte incontra l’arte, il legionario si fa bello

Un pomeriggio all’insegna del bello, dell’arte. Di una doppia arte. Quella della scrittura abbinata a quella dello stile. L’occasione di unirle si è materializzata ieri pomeriggio presso il salone di Franco & Cristiano Russo in Via Frattina 99, nel cuore di Roma. Un appuntamento voluto dalla scrittrice Orietta Cicchinelli e della giornalista Barbara Molinario e reso possibile grazie ai Russo, generazione di parrucchieri. Uno dei motivi è presto spiegato. Quando una cliente si reca in un salone di bellezza, nell’attesa si dedica alla lettura delle varie riviste. Perché non portare, allora un libro e ingannare l’attesa, appassionandosi alla scrittura romanzata? Hijo de Puta, il vero legionario, era presente all’evento e ha risposto alle varie domande. Ma per saperne di più sulla storia tormentata ma terribilmente affascinante di Giovanni, la cosa migliore è quella di comprare il libro e di tuffarsi nel racconto. Magari proprio da Russo Parrucchieri.

Photo © Martina Mariotti se non dove specificato

Beata ignoranza

E’ possibile vivere in un mondo completamente schiavo della tecnologia e decidere di non farne parte odiando tutto ciò che vive aldilà dello schermo? La domanda che, a volte rimbalza nei giochini stupidi, va detto, sui social arriva sul grande schermo. In rete si chiede: “Riusciresti a vivere un anno con un milione di euro ma senza connessione dati?”. Non ci crederete ma il 99% delle persone risponde di no! E’ su questa schiavitù che Massimiliano Bruno imposta il suo nuovo film.

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassmann) hanno due personalità agli antipodi e un unico punto in comune: sono entrambi professori di liceo. Filippo è un allegro progressista perennemente collegato al web, bello e spensierato è un seduttore seriale sui social network. È in grado di sedurre anche i suoi studenti grazie a un’app, creata da lui, che rende immediata la soluzione di ogni possibile calcolo. Ernesto è un severo conservatore, rigorosamente senza computer, tradizionalista anche con i suoi allievi, che fa della sua austerità un punto d’onore e vanta una vita completamente al di fuori della rete. È probabilmente l’ultimo possessore vivente di un Nokia del 1995. Una volta erano amici oggi sono divisi anche dai social network. Da un momento all’altro può però arrivare una novità – che è poi una sorta di ritorno al passato per cercare di recuperarlo – che stravolge il tutto. Ecco, quindi, che se uno cercherà di fare a meno della tecnologia, l’altro cercherà di capirla e di farsela piacere, per una donna: Nina (Teresa Romagnoli), una venticinquenne a cui sono legati entrambi. Bruno colpisce ancora una volta nel segno e se appare inarrivabile la sua opera prima Nessuno mi può giudicare, forse è perché nelle seguenti ha cercato di evolversi e di mutare ingredienti e personaggi. Strepitosa la coppia Giallini-Gassmann, ma non è una novità. Il primo, soprattutto, stupisce film dopo film. E una sua battuta può dare l’idea di come i social hanno stregato il mondo. Alla frase: “Adesso puoi comunicare con miliardi di persone in tutto il mondo”, la sua esclamazione è (riflettendoci bene) quella che diremmo tutti: “E che cazzo c’avemo da disse?”

Beata ignoranza sarà nelle sale italiane dal 23 febbraio prossimo per 01 Distribution. Prodotto da Fulvio e Federica Lucisano con Italian International Film e Rai Cinema.

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Ron, l’ottava meraviglia è la solidarietà

“A dire la verità ci sono rimasto male dai risultati sanremesi. Non per il giudizio, quanto per il modo”. Ron si presenta così, all’appuntamento romano con il firmacopie post rivieristico. E mai come quest’anno le polemiche sulle esclusioni eccellenti e sui metodi di votazione sono stati contestati dagli artisti stessi. Fino a poco tempo fa si esauriva il tutto in una bordata di fischi da parte del Teatro Ariston e il lunedì successivo si passava ad altro. Tutt’al più venivano stracciati gli spartiti da parte dell’orchestra (accadde al momento del ripescaggio dell’improbabile trio Pupo-Canonini-Emanuele Filiberto). Invece, da Albano a Gigi D’Alessio fino ad arrivare a Fiorella Mannoia, certe scelte non sono state proprio accettate. Ieri è toccato a Ron. La sua canzone, effettivamente, non avrebbe di certo sfigurato nel lotto dei brani arrivati in finale. Riascoltarla dal vivo (insieme all’inseparabile gruppo romano de La Scelta) in Feltrinelli rende ancora più consistente il dubbio sui criteri. Ma sui gusti non si discute. Il cantautore pavese poi ha regalato al pubblico due chicche del suo repertorio: Una città per cantare e Joe Temerario (richiesta, quest’ultima, a gran voce da un fan). Ma la parte più importante è legata al repack del suo nuovo disco. La forza di dire sì, uscito a marzo 2016, non ebbe molto riscontro nelle vendite. Un vero peccato oltre che per le preziose collaborazioni, anche (e soprattutto) per le finalità benefiche del progetto. L’intero ricavato sostiene AISLA, per la ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica. E in questo caso, riproporre il disco con il singolo sanremese non è affatto una pura operazione di marketing. Da sempre Ron è attento alla beneficenza e alla solidarietà. Sul fatto che sappia regalare emozioni nessun dubbio. Ma quest’aspetto, in un mondo parecchio cinico e sordo, fa piacere e fa apprezzare ancora di più il personaggio

 

 

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I fantasmi di Portopalo

Il dramma dell’immigrazione, le tragedie in mare. Le storie, quasi mai a lieto fine, di chi arriva a Lampedusa (in questo caso, ma vale per tanti posti in Italia) sognando un futuro migliore. O almeno, una dignità. E trova la morte, sotto forma di barconi affondati: le carrette del mare, vengono chiamate. Il più delle volte, sono storie che non fanno notizia. Tocca a un narratore portarle alla luce. Nella fiction in onda su RaiUno I fantasmi di Portopalo viene raccontato il naufragio della F174: è stato definito l’incidente navale più tragico avvenuto nel Mediterraneo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un dramma che avvenne nella notte tra il 25 e il 26 dicembre del 1996. I clandestini erano a bordo di un battello maltese, colato a picco, a causa del suo pessimo stato e dell’urto con una nave honduregna, la Yohan, che in precedenza aveva trasportato gli stessi passeggeri in cerca di una vita migliore in Europa. Protagonista è Saro Ferro (Beppe Fiorello), pescatore siciliano impegnato contro l’omertà. E’ grazie a lui se la Tragedia di Portopalo o Strage di Natale è venuta alla luce. Morirono 300 clandestini provenienti per gran parte da alcuni paesi asiatici (India, Pakistan e Sri Lanka). Saro, nella realtà e nella fiction, passa delle giornate logoranti, durante le quali il senso di colpa non lo lascia in pace, e decide quindi di rompere il silenzio convinto che bisogna dare il giusto rispetto alle vittime del mare. Non può continuare a essere il complice di quello che è successo a Lampedusa. La sua battaglia per la verità (ruppe il silenzio nel 2001) lo porta però a scontrarsi con una realtà opprimente, dove non c’è sempre spazio per gente onesta. In onda lunedì 20 e martedì 21 Febbraio 2017 in prima serata, la produzione Rai è è stata liberamente tratta dal libro del giornalista e scrittore Giovanni Maria Bellu. Raccontò la storia quindici anni fa nei suoi reportage emozionanti: il Rov (Remotely operated vehicle) robot sottomarino con all’interno una telecamera svelò quel cimitero nel Mediterraneo e nel 2004 scrisse I fantasmi di Portopalo (ripubblicato da Mondadori).

“Ho comprato i diritti del libro e per anni ha cercato di realizzare il film” spiega Fiorello, (anche sceneggiatore con Alessandro Angelini, Salvatore Basile, Paolo Logli e Alessandro Pondi).  “Un pescatore sa che in mare esiste una sola legge, quella del soccorso. Qui per lungo tempo, per sopravvivere, perché con un’inchiesta le autorità avrebbero chiuso la zona di pesca, scelsero di non parlare, di non raccontare cosa succedeva quando tiravano su le reti. Quando abbiamo girato sul peschereccio la scena  dei corpi finiti nelle reti che venivano rigettati in mare, c’era un silenzio irreale. I pescatori che ci accompagnavano avevano le lacrime agli occhi”. Nei panni del giornalista, Giuseppe Battiston che afferma: “La tragedia di Portopalo è una brutta storia, ma necessaria. Questo deve fare la televisione: dare spazio a storie che aiutino la gente a riflettere, e qui la narrazione mostra proprio il punto di vista delle persone. Se noi vogliamo cambiare vita, prendiamo un aereo e andiamo in un altro paese: ci sono persone che non lo possono fare, spendono dieci volte di più e non è detto che sia compreso l’arrivo. Il nostro film non è un antidoto alla paura, però racconta come, di fronte a fenomeni come questi, la paura sia la reazione più facile”.

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Il karma della Mannoia

Ma che davero ha vinto a scimmia? Esatto, Fiorella, proprio così e il fatto che tu citi un post ormai virale in rete che ti vede protagonista, del successo di Gabbani a Sanremo testimonia la tua grandezza. L’incontro in Feltrinelli con Chiara Di Giambattista, in occasione della presentazione del repacking di Combattente è stata l’occasione per fare il punto sulla settimana canora più lunga dell’anno. La Mannoia ci sperava. Eccome! Aveva quasi la certezza di arrivare prima. Il pezzo, va detto, non era il capolavoro di una carriera. Bello, indiscutibilmente. Ma aiutato anche dalla penuria di brani, non aveva concorrenza. In mezzo al nulla, è facile vincere. Con quel carisma e quella voce, poi… Invece, il karma ha avuto la meglio. E Francesco Gabbani, con il gesto fatto (si è inginocchiato davanti alla cantante) ha fatto capire quanto non ci credesse neanche lui e quanto stentasse a realizzare ciò che stesse accadendo sul palco dell’Ariston. Fiorella l’ha riconosciuto, anche se a sentirla disquisire, avrebbe preferito (forse) una sconfitta ad opera di Ermal Meta… Ma Sanremo è solo una tappa nella sua lunghissima carriera. Ha partecipato a quattro festival, lasciando sempre il segno. E se dal pubblico qualcuno le urla: “Torna pure l’anno prossimo, sicuramente vincerai” la risposta non si fa attendere: “Ma manco pè niente! Ho già dato, può bastare così”. Che sia benedetta nell’album fa la sua figura. Sarebbe stato un brano perfetto anche nella prima stampa. Unico appunto: per il pezzo sanremese e la cover di Francesco De Gregori (Sempre e per sempre) anch’essa portata in riviera, sarebbe stato corretto far uscire un ep, magari a prezzo ridotto. Ma le logiche delle case discografiche non sempre si sposano con quelle dell’artista e del gusto dei fan. Che comunque, hanno apprezzato e, cd alla mano, hanno pazientemente aspettato il loro turno per selfie e firma di rito. La battuta più bella? Un invito di Fiorella Mannoia ai giornalisti che la davano sicura vincitrice: “La prossima volta fateve i cazzi vostri!”. Così, schietta e sincera. Alle volte serve pure un pizzico di scaramanzia…

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Gabbani sbanca Sanremo, Mannoia seconda

E’ Francesco Gabbani il vincitore della 67° edizione del Festival di Sanremo. Il ballo con la scimmia gigante e la sua Occidentali’s Karma hanno convinto tutti. Al secondo posto, la grande favorita Fiorella Mannoia con Che sia benedetta. Terzo (grande sorpresa di questa edizione) Ermal Meta con Vietato morire. Una serata iniziata con gli emozionanti Ladri di Carrozzelle (gruppo in attività dal 1989, il primo del panorama musicale italiano formato principalmente da artisti con disabilità) e aperta ufficialmente da Zucchero con il suo nuovo singolo Ci si arrende volutamente eseguita con base pre registrata (la chitarra di Mark Knopfler non poteva mancare) e proseguita, canzoni a parte con il riscatto di Maurizio Crozza nei panni del senatore Antonio Razzi. Poco convincente il comico ligure, come tutte le sere, che almeno ha evitato i fischi e le contestazioni di tre anni fa, ricevendo solo applausi dal pubblico. Crozza/Razzi ha avuto l’ardire (l’unico in tutta la manifestazione) di ironizzare (per modo di dire) sulla scelta di Maria de Filippi di non ricevere alcun compenso, porgendo alla conduttrice una banconota: “Tieni 10 euro, non puoi lavorare aggratis, è diseducativo per i bambini”.  Just Some Motion, il ballerino degli spot della Tim, tanto osannato e atteso sul palco ha eseguito i suoi passi come in un acquario. Problemi di audio per un appuntamento talmente pubblicizzato (alcuni avevano giurato che Mina, voce dello spot, si sarebbe palesata a Sanremo…) da renderlo fastidioso. Il ritorno di Zucchero alle 22:30 ha prima svegliato una platea assopita con Partigiano Reggiano e poi emozionato, eseguendo Miserere in un duetto virtuale con Luciano Pavarotti. Standing ovation per lui. Il tempo di omaggiare la carriera di Rita Pavone (e cantando Cuore dimostra che non sfigurerebbe affatto in gara, anzi!) e di far fare l’ennesima brutta figura a Enrico Montesano (non fa più ridere da almeno vent’anni, non c’è verso) arriva il momento di Alvaro Soler che, piaccia o meno, ha spopolato con Sofia e merita eccome un passaggio in Riviera. Tanto più che, all’una meno venti del mattino (anestetizzati anche da Geppi Cucciari e senza caffè) gli spettatori dell’Ariston avevano bisogno di una scossa per il gran finale. Attendendo la fine arrivava un nuovo riconoscimento per Ermal Meta, già vincitore della serata delle cover: con Vietato morire ha vinto il Premio della critica ‘Mia Martini’ assegnato dalla sala stampa nella categoria Campioni. A Fiorella Mannoia va il Premio della sala stampa radio&tv ‘Lucio Dalla’. Ecco la classifica completa della 67°edizione del Festival di Sanremo

1 Francesco Gabbani

2 Fiorella Mannoia

3 Ermal Meta

4 Michele Bravi

5 Paola Turci

6 Sergio Sylvestre

7 Fabrizio Moro

8 Elodie

9 Bianca Atzei

10 Samuel

11 Michele Zarrillo

12 Lodovica Comello

13 Marco Masini

14 Chiara Galiazzo

15 Alessio Bernabei

16 Clementino

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La serata finale del Festival di Sanremo 2017, che ha visto il trionfo di Francesco Gabbani con la canzone «Occidentali’s Karma», ha ottenuto una media di13.553.000 spettatori (54,28% di share)nella prima parte (dalle 21.14 alle 23.54) e di 9.680.000 spettatori (69,66%) nella seconda, dalle 23.59 all’1.45. La media ponderata è di circa 12 milioni di spettatori e il 58,4% di share.

Un anno fa, la finale del 66° Festival ottenne una media di 12.695.000 spettatori (48,76% di share) nella prima parte e di 8.712.000 spettatori (64,89%)nella seconda, per una media ponderata pari a 11.222.000 spettatori (52,52%).

Lele vince tra i giovani, Moroder fa ballare l’Ariston

C’è lo zampino di Maria De Filippi dietro alla vittoria di Lele (Esposito) nella categoria Giovani del Festival di Sanremo. Senza voler fare dietrologia, il successo del ragazzo napoletano per quanto inaspettato e impronosticabile, era nell’aria. Non tanto per la situazione sentimentale del vincitore (fidanzato di Elodie) ma quanto per la sua carriera. Lele è nato proprio nella scuola di Amici… Da molti anni ciò che tocca Queen Mary diventa oro nella città dei fiori, ma forse per quest’anno bastava la sua presenza sul palco. Tant’è… Al secondo posto Maldestro con Canzone per Federica, seguito da Francesco Guasti con Universo e da  Leonardo Lamacchia con Ciò che resta. La serata si è aperta proprio con l’esibizione delle quattro nuove proposte. I due eliminati eccellenti (Amara e la Rua) fuoreggiano in radio. Amara stessa (prevista la sua esibizione domani sul palco dell’Ariston, accompagnata da Paolo Vallesi, con la sua Pace) è l’autrice del brano di Fiorella Mannoia, anche questa sera superlativa. Il pezzo dei La Rua, invece, come parziale risarcimento, è stato inserito nella compilation ufficiale della rassegna canora ed è sigla del Dopo Festival. Nell’ennesima riproposizione dei brani dei big, invece, sempre più convincenti Francesco Gabbani (fischiato dal teatro per il look, stasera era vestito da scimmia come da copione del brano) ed Ermal Meta. Sul podio, insieme a Samuel potrebbero a sorpresa salirci loro. La ragione direbbe Turci e Mannoia ma si sa, il bello delle ultime edizioni di Sanremo è stato sovvertire anche i pronostici più semplici. Proprio com’è accaduto stasera con Lele. Le lacrime di Bianca Atzei hanno reso più umana una ragazza forse cresciuta troppo in fretta, artisticamente parlando. Per la parte dello spettacolo, sempre più inquietanti le copertine di Maurizio Crozza (è al secondo flop sanremese…) e sottotono l’esibizione della vera regina dell’anno scorso: Virginia Raffaele, nei panni di Sandra Milo. Volendo rimanere sull’attualità, i due nomi messi vicini in questi giorni non portano fortuna (almeno nella capitale…). L’omaggio a Giorgio Moroder ha invece fatto ballare tutto l’Ariston. Il produttore in platea, nelle vesti anche di giurato, ha gradito e con lui tutti i nostalgici degli anni d’oro della discomusic. Tra poche ore, la serata finale. Eliminati Giusy Ferreri, Al Bano (rivolta del Teatro Ariston all’annuncio), Gigi D’Alessio e (incredibile, ma vero) Ron.

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La quarta serata del Festival di Sanremo ha ottenuto una media di 11.674.000 spettatori nella prima parte (dalle 21.13 alle 23.53), pari al 45,68% di share. Nella seconda parte (dalle 23.57 alle 1.17) la media è stata di 6.177.000 spettatori (53,20%). La media ponderata è stata di 9.887.000 spettatori (47,1%).

L’anteprima Sanremo Start, dedicata alla gara delle Nuove Proposte vinta da Lele, ha registrato una media di 8.101.000 spettatori per uno share del 29,82%.

Nel 2016 la quarta serata del Festival ottenne una media di 12.201.000 spettatori nella prima parte, pari al 46,05% di share. Nella seconda parte, la media fu di 6.418.000 spettatori (55,09%), per una media ponderata pari a 10.164.000 spettatori (47,81%)