Monster Family

 

Quante possibilità ci sono nella vita di un normalissimo essere umano (cartonato, in questo caso) di sbagliare numero telefonico e contattare Dracula? Nessuna, ovvio. O meglio, una su un milione. Ma nella vita di Emma Wishbone accade l’imponderabile. Lei, madre di due bambini (il maschio secchione e bullizzato, la femmina con la testa tra le nuvole e cattivissima verso il fratello) e moglie di un Fantozzi dei nostri tempi, conduce una vita ai limiti dell’infelicità. E’ proprietaria di una libreria (quanti film hanno come termine di paragone di un negozio in fallimento gli scaffali pieni di testi? troppi…) e passa il tempo a cercare di sistemare i cocci di una famiglia allo sfacelo. L’occasione arriva durante una festa mascherata: genitori e figli restano vittime di un sortilegio lanciato dalla strega Baba Yaga, inviata dal Conte Dracula in persona, e assumono per magia le sembianze dei loro costumi. Mummia, licantropo, vampira e mostro di Frankestein saranno costretti a unire le forze e ritrovare l’armonia familiare per invertire l’incantesimo. E le risate sulle avventure (più che sulle disavventure) della famiglia sono garantite. Monster family (dal best seller del tedesco David Safier (La mia famiglia e altri orrori) manda numerosissimi messaggi partendo dall’uso spasmodico dei telefonini fino alla scelta tra la felicità effimera o al valore del matrimonio. E riesce a farlo in poco più di 90 minuti (piccolo miracolo…). Adler Entertainment colpisce nel segno. Come non parlare poi del doppiaggio semplicemente perfetto fornito dalla strana coppia formata da Max Gazzè e Carmen Consoli?. Il cantautore romano, nelle vesti (pardon nelle corde vocali) di Dracula sembra esserci sempre stato. E quasi non si vorrebbe ascoltare l’audio originale di Jason Isaacs. La cantantessa, da par suo, presta la voce a Emma (Emily Watson per chi ascolta da fuori Italia…) dando alla protagonista un briciolo di Sicilia. Il film è davvero ben fatto, il doppiaggio di più. Ed è per tutti. Quindi: correte al cinema, dal 19 ottobre. Da non perdere!

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Nico, 1988

 

Arrivare al ventisettesimo anno d’età e non morire. Continuare a vivere, a essere qualcuno (anche se una stella che per forza di cose non brilla più come dovrebbe). E fare quotidianamente i conti con il passato. Con la vita, la fama… Cosa è rimasto? Un fuoco di paglia o degli anni comunque da ricordare? Non è stato facile, per quanto sicuramente appassionante e stimolante , per la regista e sceneggiatrice Susanna Nicchiarelli, raccontare la storia degli ultimi anni di vita della “musa di Andy WarholChrista Päffgen, in arte Nico interpretata in modo sublime da Trine Dyrholm. Un film girato, per esigenze narrative, in formato 4:3 dove sembra di entrare in una teca con materiali d’archivio per quanto paiono reali le immagini. Nico non è più la cantante dei Velvet Underground, cerca di allontanarsi il più possibile da quel mondo. Continua a drogarsi, ha solo sostituito l’LSD con l’eroina, gira l’Europa su un pulmino scalcinato per suonare la sua musica, la musica per cui non viene mai ricordata, di fronte a sparute platee tra Anzio, Praga e Manchester. Viene ancora usata, forse a lei piace anche e mangia pastasciutta con coca cola e limoncello. E’ piena di fantasmi, è sempre incazzata con la vita. Con se stessa. Lei che ha perso e riconquistato un figlio, lei che si circonda di persone che odiano i suoi nuovi (e ultimi, purtroppo) dischi. Camera obscura del 1985 contenente My Heart Is Empty è realmente un vero testamento dell’artista. Il cuore vuoto, o meglio svuotato. Lei, nata a Colonia, morirà ad Ibiza nel luglio 1988. Ibiza, dove le estati sono fatte solo per divertirsi e sballarsi. Dove non si può più tornare indietro. Neanche dopo una stupida caduta dalla bicicletta, curata per insolazione mentre si trattava invece di emorragia cerebrale

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Nove lune e mezza

 

Una gravidanza non voluta non è essa stessa una gravidanza obbligata e obbligatoria? Devono averla pensata in questo modo gli sceneggiatori di Nove lune e mezza, il gradevolissimo film distribuito dalla Vision Distribution al cinema dal 12 ottobre.

Due donne di oggi, due modi diametralmente opposti di stare al mondo: Livia e Tina sono due sorelle sulla quarantina, tanto unite quanto diverse. Livia (Claudia Gerini) è una violoncellista bella e sfrontata, dall’anima rock. Modesta, detta Tina (Michela Andreozzi), è un timido vigile urbano che ha buttato una laurea per il posto fisso. Entrambe hanno un compagno: Livia convive con Fabio (Giorgio Pasotti) un osteopata dolce e accogliente, Tina con Gianni (un Lillo sempre in ottima forma) un collega ordinario e intollerante. Livia difende da sempre la sua posizione di donna che non desidera avere figli, mentre Tina tenta da anni di restare incinta, senza risultato: quando Tina, nella sua ricerca, inizia a perdere la testa, Livia, consigliata dall’amico ginecologo, l’audace Nicola (Stefano Fresi), decide di portare avanti una gravidanza per lei. In altri paesi si può, ma in un terzo dei Paesi del mondo l’omosessualità è ancora un reato, a volte punibile anche con la morte. E Fresi sullo schermo appare nei panni del compagno di Massimiliano Valdo (in realtà marito della Andreozzi,). Una storia intrecciata di tre coppie, insomma. Da ridere, è vero. Ma in maniera molto riflessiva. Spicca nella commedia il gruppo di violoncelliste sui generis (tra le quali la stessa Gerini, Giovanna Famulari e Vanessa Cremaschi) alle prese con Rumore della Carrà e Quella carezza della sera dei New Trolls, un Lillo laziale sfegatato e imbranato e una Roma stupenda (spettacolari le riprese notturne di Castel Sant’Angelo) per una volta, pur se nella finzione cinematografica, senza immondizia. Anzi, tinteggiata anche di giorno dai colori che solo i turisti riescono a vedere. Con un Venditti d’annata in sottofondo. A proposito: le musiche sono state composte da Niccolò Agliardi fin dalla fase di scrittura, così come la canzone dei titoli di coda cantata da Arisa, che ha anche un piccolo ruolo nel film.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

L’incredibile vita di Norman

 

 

Una favola moderna, un film indipendente L’incredibile vita di Norman di Joseph Cedar, distribuito dal 28 settembre in 150 copie con Lucky Red. proietta Richard Gere (ormai un habitué della Città eterna, già ieri sera è stato paparazzato dal king Barillari) nuovamente nelle sale. Nel film Gere è Norman Oppenheimer, piccolo faccendiere, un po’ imbroglione un po’ buon samaritano che crede di dare una svolta alla sua vita quando riesce a farsi amico Mischa Eshel (Lior Ashkenazi), politico emergente che diventa primo ministro di Israele. Moderna e buona (forse buonista) come nello stile del personaggio. Vista molte volte dove il finale si può definire scontato e non. Pochi i colpi di scena. E in conferenza stampa l’attenzione del sempre affascinante Gere si sposta sulla politica “vera”: “In ogni Paese dove abbiamo presentato il film, mi chiedono sempre com’è possibile che Norman sia così fastidioso, insopportabile, ma c’è della generosità autentica in lui. E’ vero che manovra le persone per garantirsi un posto a tavola, ma al contempo non lo fa mai per distruggerle definitivamente. Viviamo in un’epoca dove ogni sentimento è diventato transazione, compromesso, pensate all’operato di Donald Trump, non c’è nulla di morale in lui, la nostra unica fortuna è poterlo analizzare come specchio di noi stessi, per poterci migliorare”. Da quando ha sposato la fede buddista (l’attore verrà ricevuto dal Dalai Lama in visita a Pisa il 21 settembre dove gli sarà conferita una laurea ad honoris causa durante il simposio The Mindscience of Reality) Richard Gere sembra lontano anni luce dall’affarista miliardario Edward Lewis protagonista in Pretty woman (ieri all’ennesimo passaggio su RaiUno, altro record d’ascolti per la domenica pomeriggio) della storia d’amore con Julia Roberts. E forse, dopo aver confessato di aver visto quella pellicola una volta sola, all’anteprima nel 1990 ne è ben felice.

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Appuntamento al parco

 

Non è Notting Hill. Neanche ha la presunzione di esserlo, anche se verrà scritto che lo ricorda molto. No, anche se l’ambientazione londinese e un negozio non particolarmente fortunato potrebbero avvicinare la nuova pellicola diretta da Joel Hopkins al film della collaudatissima coppia Hugh GrantJulia Roberts. Appuntamento al parco è qualcosa di diverso. Migliore o peggiore? Di certo si ride meno e si riflette di più.

Si racconta la storia della vedova americana Emily Walters e del suo incontro con Donald, un irlandese che vive da molti anni in una residenza di fortuna ricavata all’interno del pittoresco e romantico parco di Hampstead Heath a Londra, un tranquillo rifugio dalla frenesia della città. Incontro molto particolare, testimoniato da una mansarda polverosa e un… binocolo.

Hampstead, quartiere nell’area nord-ovest di Londra, è famoso per il suo splendido parco, Hampstead Heath, un’oasi di tranquillità nel cuore della metropoli.

Sul limitare del parco abita Emily Walters (Diane Keaton), una vedova americana che, dalla scomparsa del marito, fatica a concentrarsi sulle cose che richiedono attenzione, come il suo vecchio appartamento che sta cadendo a pezzi, le sue finanze sempre più esigue e suo figlio Philip (James Norton).

Nonostante l’incoraggiamento e il sostegno della sua cara amica Fiona (Lesley Manville), Emily non vuole ammettere che, di fatto, riesce a malapena a sopravvivere. Un giorno, mentre dalla finestra del suo attico guarda la sconfinata distesa di verde del parco, Emily vede una capanna fatiscente che sembra essere abitata da un uomo alquanto trasandato. E dopo aver assistito all’aggressione che l’uomo subisce ad opera di un gruppo di delinquenti, Emily chiama la polizia e osserva con il binocolo l’arrivo delle forze dell’ordine. Il giorno dopo decide di avventurarsi nel parco alla ricerca dello sconosciuto.

Donald Horner (Brendan Gleeson) vive serenamente in armonia con la natura del grande spazio verde del parco da 17 anni, ma il suo stile di vita è in pericolo: la sua casa è presa di mira da speculatori edilizi senza scrupoli che stanno cercando di sfrattarlo. È naturalmente sospettoso nei confronti di Emily e con educazione respinge le sue attenzioni, ma dietro ai modi burberi dell’uomo, si intuisce la sua natura gentile e seducente. Quando Emily scopre che Fiona sta capitanando un’iniziativa a sostegno degli immobiliaristi nella loro comunità, Emily trova il coraggio di intervenire e di schierarsi dalla parte di Donald nella battaglia sempre più infuocata per salvare la sua preziosa isola di pace all’interno del parco. Malgrado i tentativi di Philip di convincerla a ritirarsi tranquillamente in campagna, Emily è più che mai decisa a difendere il sostentamento materiale ed emozionale di quest’uomo taciturno e fuori dal comune, un uomo che potrebbe proprio essere la persona che riesce a conquistarla. Vincerà l’amicizia o l’amore?

Non sarà Notting Hill, ma vale la pena di andare al cinema. Dal 14 settembre.

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The Joshua Tree Tour 2017, gli U2 stregano Roma

Trent’anni. Praticamente una vita fa. Trent’anni e non sentirli, nonostante il mondo sia totalmente cambiato. O meglio non esista più. 1987, il muro di Berlino (tanto per semplificare il ragionamento) era ancora in piedi e sarebbe crollato due anni e mezzo dopo. The Joshua Tree, capolavoro degli U2, dunque, ritorna dirompente nel 2017. E si erge ancora una volta a disco sublime e imprescindibile in ogni collezione discografica. Bono & co. sono tornati a Roma per due sere nell’ambito dei festeggiamenti. Il trentennale in The Joshua Tree Tour 2017. Mancavano dalla Capitale, in verità, da “soli” 7 anni, ma la memoria collettiva dei presenti viaggiava alla magica notte del 27 maggio 87, allo Stadio Flaminio (ebbene sì, l’ormai fatiscente struttura in quel periodo vide passare autentici mostri sacri del rock…) quando la band irlandese diventò a tutti gli effetti paladina di un nuovo modo di suonare. Troppo superiore alla media il suono della chitarra di The Edge, troppo incisivo il Fender Jazz Bass di Adam Clayton. E del suono della batteria di Larry Mullen Jr.? Poi… Bono Vox che non si può e non si deve discutere. Ebbene, come in quella notte lontana anni luce, Roma ha respirato. Ha ballato, cantato e riflettuto. Forse i monologhi-sermoni del leader sono apparsi ripetitivi; addirittura il Guardian l’ha preso di mira lanciando strali inequivocabili:” Tra uno show di beneficenza e l’altro – si legge sul quotidiano britannico – ha spostato la residenza fiscale nelle Antille, con buona pace delle sue battaglie terzomondiste”.  Ieri sera Bono ha ringraziato la Guardia costiera italiana per aver salvato migliaia di vite durante gli sbarchi degli immigrati, prima di intonare Miss Sarajevo (ribattezzata Miss Syria) con l’eco della voce di Luciano Pavarotti, incisa su disco nel 1995. Poi un crescendo fino alla ballad più famosa: One, capace di sciogliere anche i cuori più freddi. Nella prima parte del live, sono state riproposte tutte le tracce del disco, aggiungendo le immancabili Sunday Bloody Sunday e Pride (in the name of love). Due ore piene di musica. Acustica perfetta (a Roma è un miracolo) tanto che chi stava seduto in Monte Mario aveva quasi l’effetto di essere in un acquario. Le voci provenienti dal prato parevano quasi soffocate anche se (c’è da giurarci) erano tutti in visibilio. Il momento più toccante? Mothers of the Disappeared, con le immagini delle donne che più hanno fatto la storia. Anche Rita Levi Montalcini e una giovanissima Patty Smith tra le tante. E proprio durante questo pezzo, Bono ha scelto una ragazza in prima fila per accompagnarlo durante l’esibizione. Fece lo stesso nell’87 ma, in quell’occasione, fece salire una teenager vedendola in difficoltà e offrendole un bicchiere d’acqua. Il live, che ha visto la presenza sugli spalti tra gli altri di Luciano Ligabue, Marina Rei e Paolo Sorrentino, è stato aperto da una fenomenale esibizione di Noel Gallagher. Per i puristi e i soloni poteva anche bastare lui. Ma gli U2 sono riusciti a mettere tutti d’accordo. Per il cinquantennale saremo ancora tutti qui. A… Bono piacendo

Scaletta

Sunday Bloody Sunday

New Year’s Day

A Sort of Homecoming

Pride (In the Name of Love)

Where the Streets Have No Name

I Still Haven’t Found What I’m Looking For

With or Without You

Bullet the Blue Sky

Running to Stand Still

Red Hill Mining Town

In God’s Country

Trip Through Your Wires

One Tree Hill

Exit

Mothers of the Disappeared

Miss Sarajevo

Beautiful Day

Elevation

Vertigo

Mysterious Ways

Ultraviolet (Light My Way)

One

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Solo amore. È la notte di Renga

Non poteva esserci luna migliore a salutare la tappa romana dello Scriverò il tuo nome Tour, la sessione estiva dei concerti di Francesco Renga. Meravigliosa, tra le nuvole: proprio come nella sua canzone più famosa. Ed era piena, bella, a illuminare una tra le serate più umide dell’anno. Nelle tribune della Cavea, nell’ormai consueto spazio all’aperto fornito dall’Auditorium, l’effetto non si notava molto ma in platea tra palloncini a forma di cuore e immancabili selfie, il connubio planetario-canzonettiero ha regalato uno spettacolo notevole. Il pubblico, perlopiù formato da ragazze in visibilio ha accompagnato il cantante friulano in una carrellata di successi. La partenza (un quarto d’ora di ritardo accademico) con il maxischermo proiettante il video del pezzo che dà il nome al tour (e all’ultimo lavoro discografico) poi la dichiarazione dell’artista:” Siete voi a darmi la forza, non posso più farne a meno. Questa sarà una serata dedicata all’amore che quasi mai è un momento felice. Ma come in tutte le situazioni della vita bisogna godere degli attimi. Io, questa serata, me la godrò appieno. Oggi sto bene”. A nessuno sfugge il gossip (non è una fortuna) e quest’estate l’ex di Renga, Ambra Angiolini viene paparazzata con l’allenatore juventino Allegri. Lui accarezza l’argomento e prima di intonare il brano vincitore di uno dei Festival più sfortunati della storia (non come ascolti ma come fatti accaduti durante quell’interminabile settimana di marzo 2005) ne esce da gran signore. “Non sono stato fortunato, ma ho avuto in dono una splendida figlia. Per lei scrissi Angelo“. Così facendo, fuga ogni dubbio sulla reale dedica del pezzo; anni fa si pensava fosse stato scritto per la compagna. Le canzoni più acclamate? Il mio giorno più bello nel mondo, Vivendo adesso e A un isolato da te tutti brani tratti dal penultimo lavoro di Renga. Dall’ultimo disco Guardami amore e la chiusura con L’amore sa hanno ottenuto il maggior numero di voci in coro. Ma moltissimi singoli che sembravano dimenticati sono stati rispolverati. Ed erano tutti successi nell’airplay radiofonico. Il brano più emozionante? Quello, forse, meno conosciuto: Sulla pelle, testimonianza di un periodo storico allucinante, con il refrain …e la vita intanto passa te la senti sulla pelle, è un brivido veloce ma quando te ne accorgi è già dietro alle tue spalle

@100CentoGradi

Sicilian Ghost Story

 

Un pugno allo stomaco. Forte, da knockout immediato. Giù alla prima ripresa. Senza possibilità di proseguire l’incontro. E’ la storia di uno dei più atroci delitti di mafia in Italia, nei suoi anni d’oro. Quelli della strategia della tensione a Roma, Firenze e Milano (fatti di bombe) e degli omicidi a Palermo (Falcone e Borsellino su tutti). Sicilian Ghost Story narra con estrema durezza lo strangolamento del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. A quest’ultimo non venne mai perdonato il ruolo di collaboratore di giustizia. Giuseppe venne rapito da un gruppo di mafiosi, su ordine di Giovanni Brusca, travestiti da poliziotti della DIA. Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. Da lì, il tentativo fallito miseramente di ottenere un benché minimo riscatto. E la morte, atroce, del piccolo sciolto nell’acido. Nel film c’è un legame tra sogno e incubo e, non conoscendo la storia, lo spettatore si troverà di fronte a una favola noir con un amore impossibile tra due adolescenti (Giuseppe, appunto e la compagna di scuola Luna interpretata dalla bravissima Julia Jedlikowska). Il finale è tristemente noto ma la cura con la quale Grassadonia e Piazza hanno curato la pellicola merita un plauso e una visione quanto più attenta. Per non dimenticare. A Palermo e non solo. Il film esce oggi nelle sale ed ha aperto la Semaine de la critique al Festival di Cannes.

locandina

@100CentoGradi

 

Moglie e marito

E se un giorno ti svegliassi nel corpo dell’altro e, più precisamente nel corpo di tuo marito o di tua moglie? Cosa potrebbe accadere nella tua vita di coppia? Ce lo racconta al cinema – dal prossimo 12 aprile – il regista Simone Godano, alla sua prima esperienza alla regia, nel film Moglie e Marito. Una commedia esilarante e surreale per certi versi, che permette di analizzare la vita di una coppia nella quale molte coppie di spettatori potranno rivedersi. Protagonisti Kasia Smutniak (Sofia) e Pierfrancesco Favino (Andrea), i quali si ritroveranno, inaspettatamente, l’una nel corpo (e dunque nella vita) dell’altro. Un film che strizza l’occhio alle commedie americane, al vecchio scambio dei ruoli (dal celebre TootsieQuel pazzo venerdì passando per Nei panni di una bionda) Probabilmente Simone Godano non ha inventato nulla. Anche se Favino, in conferenza stampa non sminuisce il lavoro del regista: “le commedie legate al doppio esistono ben prima dei film realizzati dagli americani! Il gancio è sicuramente un’idea classica trasposta ai giorni nostri. Personalmente ho preferito non aggrapparmi a film simili. Di solito, quando il regista è esordiente, tende ad avere tutto sotto controllo, senza lasciar spazio alla creatività che può sbucare fuori sul set, e invece io ho avuto la possibilità di fidarmi dei componenti del cast tecnico e artistico. Ci siamo divertiti tanto e spero si percepisca”.

Sofia e Andrea sono sposati da 10 anni e, dopo essere stati una coppia affiatata e innamorata, sono ad un punto di crisi e iniziano a pensare al divorzio. Sofia è una conduttrice televisiva in ascesa, Andrea un geniale neurochirurgo che sta tentando con tutte le forze (anche economiche) di portare avanti una sperimentazione sul cervello umano. Hanno due figli, una bella casa, ma non si capiscono più, non si ascoltano più. Quando ormai la loro storia sembra essere arrivata al capolinea, però, un esperimento fatto con “Charlie”, la macchina protagonista della ricerca di Andrea,scambierà le loro memorie, facendoli ritrovare l’uno nel corpo dell’altra. Andrea nel corpo di Sofia a tentare di condurre una trasmissione sulle donne, con trucco, gonne a tubino e tacchi a spillo. Sofia nel corpo di Andrea a vedersela con pazienti, sale operatorie e medici arrivisti. Una situazione surreale, l’unica in grado di farli rincontrare. Moglie e Marito è una godibile commedia degli equivoci e gli stessi Smutniak e Favino hanno ammesso che è stato fondamentale per loro studiarsi al fine di poter interpretare i loro personaggi e rendere credibile questo scambio. “Quando non c’era Pierfrancesco sul set, quando non potevo confrontarmi con lui, avevo molte più difficoltà” ha infatti dichiarato Kasia in conferenza stampa confessando che “un esperimento di questo genere,nella vita reale, lo accetterei per pura curiosità”. Secondo Favino, invece, sarebbe quasi liberatorio poter entrare nel corpo di qualcun altro in quanto “anche quello che non diremmo mai potrebbe essere detto”.

Simone Godano, forse, non ha inventato nulla. Ma quel nulla è divertentissimo.

 

@100CentoGradi

Pino Daniele Il tempo resterà

L’affermazione più vera dopo una proiezione che un brivido via l’altro ha regalato fino a far affiorare le lacrime ai fortunati spettatori della prima de Il tempo resterà l’ha regalata Claudio Amendola (voce narrante nel documentario dedicato a Pino Daniele). L’attore romano, pungolato da un cronista sull’eterna rivalità tra la Capitale e Napoli ha affermato che: “Prima di Pino, Napoli veniva vista da noi romani, ma anche dal resto d’Italia come una città dai mille luoghi comuni. Non potevi parlare di Napoli senza associarle la camorra, il colera, il terremoto. Tutti questi stereotipi da stadio che lui e il suo gruppo hanno fatto cadere”. La musica unisce, quella dei Napoli Centrale (gruppo fondato nel 1975 da James Senese) è stata la prima rivincita per un Sud martoriato. L’artista ha raccontato di quando Pino volle unirsi a lui e a Franco Del Prete per suonare il basso, ma essendone sprovvisto dovette averlo in regalo dallo stesso Senese. Un’amicizia durata fino alla scomparsa, in quel maledetto gennaio di due anni fa. Carriere divise, poi riunite e uno storico concerto davanti a 200mila persone, in piazza del Plebiscito a Napoli. Era il 19 settembre 1981, l’anno dell’Irpinia. Pino, James, Tullio, Tony, Joe. E l’anima di Napoli a cantare con loro. Il cuore? Troppo utilizzato, come recita Alessandro Siani in un altro momento toccante del docufilm. Pino si è speso fino all’ultimo, era al concerto di Capodanno poche ore prima di salire su una nuvola a far compagnia al suo storico amico Massimo Troisi. Giorgio Verdelli, regista del film ha unito immagini di repertorio, parecchie inedite, e ricordi da parte di compagni di viaggio. La commozione, si diceva. Ma la musica, soprattutto. Impossibile citare tutti i brani presenti. Certo, quando parte Je so’ pazzo oppure Napule è o ancora Quando non si riesce ad ascoltare solamente. Ma anche in Maggio se ne va (brano del 1982) o Schizzechea e in mille altri pezzi c’è tutta Napoli, c’è tutto Pino. E quello che ha lasciato in eredità. Noi tutti siamo destinati a passare ma il tempo resta. Resta e torna. No, non si può proprio non amare Napoli. Napule è mille culure,. Napule è mille paure. Napule è a voce de’ criature. che saglie chiane chiane. E tu sai ca nun si sule

@100CentoGradi