Veloce come il Vento

 

 

Una storia vera, benché misconosciuta. Quella di Carlo Capone pilota di rally, vincitore nel 1984 del campionato Europeo. Carattere difficile, fisico e psiche devastati dalle droghe e da tragedie famigliari. Una realtà raccontata in maniera perfetta dal regista Matteo Rovere. Un film che parte subito velocissimo disegnando perfettamente il temperamento del protagonista, portato magistralmente in scena da Stefano Accorsi. L’attore, scelto da Domenico Procacci, si cala nel personaggio (Loris) facendo tornare alla mente i fasti di RadioFreccia. Loris, un Freccia sopravvissuto. Una pellicola digitale ma al tempo stesso analogica per la totale assenza di effetti speciali. La storia è quella di Giulia (l’esordiente e bravissima Matilda De Angelis), 17enne pilota del Campionato GT che, dopo la morte del padre, è costretta a fare squadra col fratello maggiore tossico Loris, ex asso dei rally: dovrà vincere la stagione per salvare la casa di famiglia, sé stessa e il fratellino minore Nico. Una narrazione romanzata; troppo cruda è la realtà nella quale il vero Loris oggi vive. Ma il brivido della velocità, quell’adrenalina, il mescolare le donne e i motori con una sfacciataggine tutta emiliana porta il film a essere tra i migliori prodotti di quest’anno. La pellicola, in uscita giovedì 7 Aprile (preceduta dall’anteprima mondiale di lunedì 4 al Bari International Festival) è stata girata in concomitanza con il vero campionato GT nei fine settimana, mentre le riprese fuori dai circuiti sono state eseguite nei giorni feriali. In Italia non sono mai stati girati film di questo livello su queste tematiche. La memoria va ai prodotti confezionati per la tv da Morandi, telefilm degli anni 80, oppure al mitico Rally di Giuliano Gemma. No, qui c’è molto di più. Senza esagerare scorre sulla pelle il brivido di Fast & Furious. Merito di una sceneggiatura perfetta e della capacità della De Angelis (solamente omonima dell’ex pilota) nel calarsi in pista e correre, correre. Con il pubblico a tifare solo per lei. Per la vittoria.

 

 

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Forever Young

 

Una risata tira l’altra. E un’altra ancora. Il tema portante del nuovo film di Fausto Brizzi non è tanto la gioventù portata agli eccessi, il non voler arrendersi al tempo che passa. E’ quella cosa che ti allunga la vita più di ogni altra. Quell’elemento che non seppellisce, anzi! Il cinema italiano è più vivo che mai. Chiariamo subito: Forever Young non è un capolavoro che rimarrà negli annali coma pietra miliare. Ma è una commedia scaccia pensieri con quel pizzico di riflessione che serve a tirare fuori i difetti (molti) e i pregi (quali?) dei protagonisti. Nell’Italia di oggi l’avvocato Franco (Teo Teocoli) è un settantenne, appassionato praticante di sport e, soprattutto, di maratona. La sua vita cambia quando scopre che sta per diventare nonno grazie a sua figlia Marta (Claudia Zanella) e a suo genero Lorenzo (Stefano Fresi) e che il suo fisico non è poi così indistruttibile. Angela (Sabrina Ferilli), un’estetista di 49 anni, ha una storia d’amore con Luca (Emanuel Caserio), 20 anni, osteggiata dalla madre di lui, Sonia (Luisa Ranieri), sua amica. Diego (Lillo), deejay radiofonico di mezz’età, deve fare i conti con gli anni che passano e con un nuovo, giovanissimo e agguerrito, rivale (Francesco Sole). Le scene dei due hanno come sponsor RDS (cameo di Anna Pettinelli e degli Zero Assoluto) Giorgio (Fabrizio Bentivoglio) direttore della radio ha 50 anni e una giovanissima compagna (Pilar Fogliati), ma la tradisce con una coetanea di 50 (Lorenza Indovina). Un Lillo in forma smagliante (anche senza Greg) e un Nino Frassica superlativo. La loro piccola scena insieme (Radio Amen) è di gran lunga la migliore del film.

 

Non è però una pellicola che strizza l’occhio ai supergiovani. E’ presente (lo dice lo stesso regista) una profonda critica verso l’età della maturità a parole. E dopo la proiezione viene davvero voglia di mettere sul piatto del giradischi il vinile di Bonnie Tyler e di spegnere Facebook. Che si può vivere anche senza. E meglio.

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Suffragette

 

La vera storia della nascita del movimento femminista. La lotta per i diritti, per l’uguaglianza. Alla vigilia della ricorrenza dell’8 Marzo arriva nella sale italiane il documento reale di una battaglia vinta anche se a carissimo prezzo. La passione e la sofferenza di coloro che hanno rischiato tutto quello che avevano, la loro casa, il loro lavoro, i loro figli e la loro stessa vita per il diritto di voto alle donne. L’ambientazione è quella di una Londra del 1912, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Lavoratrici in fabbrica (qui è una lavanderia) sottomesse da un capo con violenze fisiche e psichiche che trovano la forza per ribellarsi. Protagonista è Maud Watts, interpretata da Carey Mulligan. Tredici ore di lavoro al giorno con un marito talmente lontano dalle sue scelte da cacciarla di casa e vietarle perfino di vedere il loro bambino. La ribellione avviene dopo troppe vessazioni ricevute. Si può cercare di far valere i propri diritti anche tagliando i fili del telegrafo (all’epoca unico strumento di comunicazione) e facendo saltare in aria le cassette della posta. Si finisce in prigione, si attuano scioperi della fame. Ma sono azioni dimostrative per attirare l’attenzione sulla loro lotta per l’eguaglianza, contro uno stato brutale e sordo a ogni minima richiesta. Si può anche morire per i propri diritti. Magari davanti agli occhi del Regno Unito, davanti al Re in un derby di galoppo. A capo del Movimento Emmeline Pankhurst, interpretata da Meryl Streep. Il suo credo ? “Noi non siamo contro la legge! Noi vogliamo fare la legge!”

Tutto ciò appare allo spettatore totalmente anacronistico se solo si pensa agli scioperi e alle manifestazioni “moderne”. Cento anni fa si spaccavano le vetrine per un ideale, per cambiare il mondo. Il film non giustifica e non colpevolizza. Ha il coraggio di raccontare. La regista  Sarah Gavron ha studiando meticolosamente i memoriali e i diari, spulciato tra le carte degli archivi della polizia. Si dice “esterrefatta” dalla mancanza di precedenti opere portate sul grande schermo riguardanti l’argomento. L’emancipazione femminile è nata proprio grazie alle suffragette (termine coniato dalla stampa inglese per deridere le attiviste del movimento a favore del suffragio alle donne). Il diritto di voto nel Regno Unito venne firmato solo il 2 Luglio 1928, quasi vent’anni prima del nostro Paese. Forse sarebbe giusto spostare la festività. O forse, meglio ancora, non festeggiare un diritto ma esercitarlo e rispettarlo. Ogni giorno. Curioso scoprire che fu la Nuova Zelanda la prima ad aprire al suffragio universale (si parla del 1893). Rimane però nella storia il documento firmato nel Luglio 1848 negli Usa da quattro donne riunite davanti a una tazza di thè. Lucretia Mott, Martha Wright, Elizabeth Cady Stanton e Mary Ann McClintock scrissero il vero pilastro del femminismo americano. Un manifesto con un nome talmente bello e importante (La dichiarazione dei Sentimenti) da apparire ancora oggi più vivo e vero della contemporaneità. E sono passati quasi 170 anni…

Nelle sale italiane dal 3 Marzo, settantesimo anniversario del primo voto delle donne nel Belpaese.

 

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Fuocoammare

Un anno intero a Lampedusa per filmare i migranti, dal primo SOS in mare sino alla vita quotidiana nei centri d’accoglienza. Il loro dramma in primo piano; sullo sfondo la realtà di un’isola apparentemente fuori dal mondo. Senza alcuna narrazione. Non ce ne sarebbe bisogno. Le immagini e i dialoghi sono talmente esplicativi da coinvolgere, facendo riflettere e commuovere, lo spettatore. Gianfranco Rosi, dopo il leone d’oro ottenuto alla 70° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia con Sacro GRA sceglie la Sicilia, il suo realismo, la vita di un bambino figlio di pescatori, sofferente il mal di mare, appassionato di fionda e con un occhio pigro che deve curare portando una benda (ma proprio a quell’occhio che usa per la fionda e quindi adesso non ha più una buona mira) la radio locale e le richieste degli ascoltatori, i sughi sui fornelli. Ma anche la mancanza d’acqua e viveri sui barconi, le tute bianche e le maschere sul volto, la vita dei migranti, in arrivo spossati e distrutti, rassegnati a condizioni assurde. Cadaveri e canzoni. Con due protagonisti assoluti. Il bambino dodicenne (Samuele) e il dottore Pietro Bartolo, medico di Lampedusa da oltre vent’anni.

Samuele ci mostra la vita sulla terra, con la sua ansia e il suo affanno già in tenera età. Il medico del paese, direttore sanitario dell’Asl locale assiste ogni giorno agli sbarchi, smistando malati e deceduti. Una vita dedicata all’assistenza e all’accoglienza, consapevole dell’enorme responsabilità del suo operato.

Avevo deciso di fare il film dopo avere incontrato il dottor Bartolo a causa di una bronchite improvvisa da curare, mi hanno colpito i suoi racconti così umani, su vent’anni di soccorsi che riassumono il senso della parola emergenza. Una volta arrivato sull’isola ho scoperto una realtà molto lontana dalla narrazione mediatica e politica e ho verificato l’impossibilità di condensare in pochi minuti un universo così complesso come quello di Lampedusa 

 

Fuocoammare è l’unico film italiano in concorso a questa edizione della Berlinale, nella sezione Orizzonti, dove ha ricevuto applausi e consensi. In Italia sarà nelle sale dal 18 Febbraio.

 

Onda su Onda

 

Dalla Basilicata all’Uruguay. Dalla piccola impresa meridionale a una lunga crociera sudamericana. Sempre con la musica e il mare presenti come protagonisti, più che come contorno. La scelta di girare in Uruguay viene spiegata proprio dal regista e attore

L’Uruguay mi ricorda la Basilicata, sono entrambe strette tra tre regioni, piu’ importanti sulla carta. Sono rimasto anche folgorato dal discorso del presidente Mujica, parla di diritto alla felicità: il primo capo di Stato che parla del diritto alla felicità. Ho conosciuto una terra dove regna una sospensione quasi poetica dove sembra non succeda nulla e con gente molto cordiale

Il film racconta i destini intrecciati di Ruggero (Alessandro Gassmann), cuoco solitario e Gegè (Rocco Papaleo) esuberante cantante che deve raggiungere Montevideo per un concerto, occasione imperdibile per il suo rilancio. All’inizio tra i due non corre buon sangue, ma un evento inaspettato li costringerà ad una amicizia forzata. Nella capitale uruguagia li accoglierà una donna, Gilda Mandarino (Luz Cipriota), l’organizzatrice dell’evento. Ma non tutto andrà come previsto… A Montevideo cercheranno di placare la loro sete di rivincita. Nel cast è esilarante la presenza di Massimiliano Gallo nei panni di un comandante di nave da crociera che ha paura di affogare. Potrebbe essere un Titanic (restando in tema musicale) visto il canovaccio ormai noto intrapreso dai film italiani. Tutto si basa sugli equivoci. Invece Papaleo dimostra, ancora un volta, la sua bravura anche dietro la macchina da presa. Gassmann ormai interpreta solo ruoli comici, con una vena di malinconia. Fisicamente ricorda sempre più il papà. Proprio del grande Vittorio si parla in conferenza stampa

Mio padre ha sempre sostenuto di avermi concepito sulla spiaggia di Mar del Plata. Mia madre in realtà sostiene che non è così  perché quella volta non gliela diede (testuale…)

In realtà un ricordo di Gassman padre nel film è presente. La spiaggia bianca che vede protagonisti Ruggero e Gilda ricorda tanto quella del film Il Tigre (uno dei suoi più belli e meno conosciuti). Lì, a correre, c’era Ann-Margret e le dune erano quelle del litorale laziale. Può sembrare blasfemia…

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The Hateful Eight Tarantino a Roma!

 

 

 

L’inferno, primo dei Tre Regni dell’Oltretomba narrato da Dante. Ma anche il Purgatorio e il Paradiso. No, non è un delirio legato a reminiscenze scolastiche. E’ la prova dell’esistenza di… Quentin Tarantino! La sua personalissima Divina Commedia messa in mostra con l’ottavo (capo)lavoro. Un’opera di 2 ore e 50 minuti nella versione standard, 3 ore e 10 in quella in 70mm di libidine pura. Accompagnato dalle musiche del Maestro Ennio Morricone, il regista del Tennessee inchioda letteralmente gli spettatori alla sedia. Non per i colpi di scena (pochi rispetto alle aspettative) quanto per una trama dove si possono trovare mille e più citazioni. Ambientato qualche anno dopo la fine della guerra civile, The Hateful Eight, ha come protagonisti otto maledetti viaggiatori bloccati dalla neve presso un emporio, nel cuore del Wyoming. Ci sono il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua indomabile e perfida prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). I due sono attesi nella città di Red Rock dove John Ruth, che non a caso si chiama “Il Boia”, deve portare all’impiccagione la criminale riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Ma c’è anche il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), anche lui cacciatore di taglie che viaggia con tre cadaveri al seguito (valore 8000 dollari). Ma non solo… C’è Oswaldo Mobray (Tim Roth), che si definisce un boia, il mandriano Joe Cage (Michael Madsen), faccia da criminale, ma in viaggio per far visita alla mamma; lo Sceriffo, o aspirante tale, Chris Mannix (Walton Goggins);l’anziano Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) e, infine, il messicano Bob (Demián Bichir)

E’ uno spaghetti western (quelli alla Sergio Leone per intenderci) pellicole che Tarantino ha sempre amato e sognato di fare. Qui si prende il lusso di essere voce narrante, fuori campo. Ma la sua mano si vede tutta. Il sangue che schizza, splatter, pulp…chiamatelo come volete. E’ anche un giallo (notevole il richiamo ad Agatha Christie quanto ad Anthony Mann). Anche qui si cerca un assassino. I cowboy nella neve, il camino acceso, il razzismo fin troppo marcato, una lettera del Presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln, troppi caffè e troppi stufati. C’è davvero di tutto. La proiezione avvenuta ieri sera nello storico Teatro 5 di Cinecittà ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso, con la curiosità di vedere se sarebbe andato a finire proprio così. Chi ha letto il pressbook in dotazione ha scoperto un velato spoileraggio. Ma l’ha subito dimenticato, tanta era la voglia di assistere a una pellicola in corsa per tre Oscar. Nelle sale italiane dal 4 Febbraio

 

 

Alla conferenza stampa di oggi erano presenti il regista, Madsen (con il suo giubbotto Free Tibet mostrato con orgoglio) e Kurt Russell.

 

 

Nel corso dell’incontro dei giornalisti, spiccano le dichiarazioni del regista che definisce il suo ultimo lavoro come “la versione western de Le Iene” e lo scontro dialettico tra il collega Francesco Lomuscio e Morricone autore (anche…) di una lezione di musica improvvisata. A 87 anni…suonati!

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L’abbiamo fatta grossa

Per questo film avevo bisogno di più libertà rispetto ai miei ultimi lavori, cosa che sono riuscito a ottenere anche e soprattutto grazie all’esuberante talento di Antonio. Sentivo il bisogno di sterzare, di cambiare nuovamente rotta, e così è venuto fuori L’Abbiamo fatta grossa, che è una sorta di commedia noir favolesca in chiave comica, anche se qualcuno potrebbe vedere nel finale una sottile critica di costume

Così Carlo Verdone in conferenza stampa, al termine della proiezione della sua nuova fatica cinematografica. Quasi quarant’anni di carriera vissuti sempre al massimo (pochi davvero i film non riusciti). Va detto subito che il Verdone anni 80 è definitivamente sepolto. Il cambiamento radicale avvenne da Stasera a casa di Alice in poi. Le battute e il suo modo di fare fanno parte della persona più che del personaggio e sono rimaste intatte. Riesce a valorizzare ogni spalla e, più passano gli anni più ci si rende conto che il paragone con Alberto Sordi (suo maestro e mentore) è assolutamente fuori luogo. Troppo distanti i due. L’abbiamo fatta grossa racconta la storia di Yuri Pelagatti (Antonio Albanese), un attore di teatro che, traumatizzato dalla separazione dalla moglie, non riesce più a ricordare le battute in scena e di Arturo Merlino (Verdone) investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova. Yuri vuole le prove dell’infedeltà della ex moglie e assume Arturo credendolo un super investigatore. Ma Arturo per errore entrerà in possesso di una misteriosa valigetta contenente un milione di euro in contanti… Equivoci, gag e finale a sorpresa. Si ride, è vero. Come è anche vero che non mancheranno i grandi incassi. Con 850 schermi a disposizione c’è tutta la possibilità di ottenerli. Il problema del film (il venticinquesimo dell’attore romano) è il fiato corto che con il trascorrere dei minuti sembra prendere i protagonisti. Si arriva alla fine regalando la solita dose di critica sociale legata ai vizi degli italiani e alla corruzione che imperversa nel Bel Paese, Parlamento in testa. Chissà se nel futuro Verdone riuscirà a far ridere ancora il pubblico. Lascia l’incontro con una promessa legata al rapporto con Albanese

Se il pubblico apprezzerà questo lavoro abbiamo già una traccia per un altro film insieme, da realizzare tra un paio d’anni

E forse lo stiamo già aspettando. Dal 28 Gennaio al cinema. L’hanno fatta grossa?!?

Nervi a fior di pelle per Aurelio De Laurentiis, a margine della presentazione. Dopo le domande di rito su produzione e sceneggiatura del film, la giornalista Rai Valentina Tocchi inizia a chiedere a De Laurentiis del Napoli e dello scandalo (l’ennesimo) che vede coinvolto anche il suo club. Violenta la reazione del produttore cinematografico : “Non voglio mischiare gli attori col calcio, ma come c….. ve lo devo dire, porca p……”. Poco più tardi arriveranno le scuse

 

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Il figlio di Saul

 

Un filone inesauribile di storie. Questo è da anni, per il cinema, la deportazione ad Auschwitz. Il figlio di Saul, candidato ungherese all’Oscar 2016 per il miglior film straniero non fa eccezione. L’imminente ricorrenza della annuale Giornata della Memoria consueto appuntamento del mese di gennaio, fa da cornice a questa nuova pellicola.

Diretto dall’ungherese László Nemes, il film ha come protagonista Saul, appunto, nome che richiama la Bibbia e, nello specifico, il primo re d’Israele, membro della tribù di Beniamino. Nella pellicola Saul è un ebreo ungherese rinchiuso ad Auschwitz. Ma non solo: egli è un Sonderkommando, termine che indica i prigionieri nei campi di sterminio costretti a collaborare con i nazisti.

Migliaia di ebrei vengono spediti alle docce, dove trovano la morte: tra quelle vittime c’è un ragazzo, che Saul crede essere suo figlio (e, forse, lo è veramente). Il giovane sopravvive alle docce, ma viene subito dopo ammazzato. Da quel momento, Saul farà di tutto per nascondere il corpo, per non bruciarlo e dargli degna sepoltura.

Protagonista è l’attore e poeta ungherese Géza Röhrig (qui al suo debutto come attore). Il film ha partecipato in concorso al Festival del cinema di Cannes nel 2015, vincendo il Gran Prix Speciale della Giuria. Nelle sale italiane approderà il 21 Gennaio.

 

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Se mi lasci non vale

La tua donna ti ha lasciato? Bene, anche la mia. Passeremo le nostre serate al bancone di un bar ingoiando lacrime e birre oppure…? Oppure! Piano diabolico! Ciascuno di noi dovrà avvicinare la ex dell’altro, conquistarla facendo leva sugli interessi e i punti deboli rivelati, farla innamorare perdutamente e poi lasciarla senza pietà. È così che Paolo dovrà fingersi un vegano convinto per avvicinare Sara (Serena Autieri), la ex di Vincenzo, mentre quest’ultimo dovrà calarsi nei panni di un ricco magnate, per colpire al cuore Federica (Tosca D’Aquino), la ex di Paolo che sembra interessata solo al potere e al denaro. Vendetta, tremenda vendetta. E’ un film spiritoso (il merito maggiore va al collaudatissimo duo Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso) molto realistico con dei risvolti psicologici neanche troppo nascosti. Equivoci? Pochi come anche i colpi di scena.

Questo film più di ogni altra cosa mi è stato utile per capire quanto sia vero il detto ‘chi trova un amico trova un tesoro’. Per me prima di ogni altra cosa questo film è il racconto di una bella amicizia

Così Salemme in conferenza stampa, mentre alla domanda posta alle due attrici riguardo il loro pensiero su atti vendicativi, la risposta è stata unanime :”L’amicizia è il sentimento fondamentale di questo film. La vendetta non paga mai, mentre l’amicizia è un valore sempre fondamentale per tutti. Noi non ci siamo mai vendicate!”. Vero o falso? Che importa! L’importante è ridere di gusto. Il pubblico potrà farlo dal 21 Gennaio.

 

 

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The Pills – Sempre meglio che lavorare

 

 

 

Una storia vera, il precariato (o l’assoluta mancanza di voglia di lavorare) come protagonista assoluto. O perlomeno cercare un lavoro molto poco impegnativo sia fisicamente che concettualmente. Tra una sigaretta (leggasi canna…), dosi di caffè bevute in quantità industriali, dubbi esistenziali e la paura di crescere si svolge la vita di tre eterni Peter Pan “alla romana”. I soldi per finanziare il film (ben spesi, non c’è che dire) sono stati investiti da quel fenomeno di Pietro Valsecchi (ancora ebbro di successo zaloniano). Anche se le sale (solo 350) sono evidentemente troppo poche. The Pills viene da lontano. Apparizioni su Deejay Tv e su YouTube, ultimamente su Italia 1. Ma per il grande schermo il genere è una novità assoluta. Siamo lontanissimi (chi ha detto per fortuna?) dall’Italiano Medio di Capotonda (https://oriettacicchinelli.com/2015/01/22/italiano-medio/), ancora di più dai Soliti Idioti (https://oriettacicchinelli.com/2015/03/12/la-solita-commedia-inferno/). Qui si ride e si riflette molto di più. Il Pigneto come location. A proposito dell’ambientazione romana e del linguaggio locale, uno dei protagonisti Luigi di Capua dice:”siamo stanchi di un cinema italiano che racconta di precari che vivono nei loft. Per noi il Pigneto non la periferia tristona di Suburra”. Matteo Corradini di rimando:”Anche Milano avrà un suo Pigneto. Abbiamo portato il nostro clan, il nostro linguaggio perché la verità è il modo in cui si diventa universali”. Un’altra presentazione è prevista proprio nel capoluogo lombardo. Il regista (nonché uno degli attori, Luca Vecchi) afferma:”Il film è totalmente autobiografico. Nel 2010 ci siamo ritrovati tutti e tre laureati e senza lavoro. Le uniche possibilità erano occupazioni in ufficio, otto ore per trecento euro. Non ne valeva la pena. Allora ci siamo detti che volevamo almeno tentare di fare quello che ci divertiva” Una menzione particolare va alla meravigliosa Margherita Vicario (https://oriettacicchinelli.com/2014/12/03/metti-una-sera-all-angelo-mai-margherita-vicario/), protagonista femminile suo malgrado. La produzione ha infatti “costretto” i tre ad avere al loro fianco una donna. Ha fatto la scelta giusta, non c’è che dire. Il film (Medusa) sarà nelle sale dal 21 Gennaio. Da non perdere!

 

 

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