Tiromancino – Piccoli miracoli nel cuore di Roma

 

Un’intera famiglia canterina. Lui, Ulisse sul palco (sembra proprio l’eroe mitologico greco con quella barba e quei capelli così folti) e moglie e figlioletta a cantare sedute in mezzo alla folla. Lui è Federico Zampaglione, lei è Claudia Gerini. L’attrice romana non è voluta mancare alla nascita della creatura dei Tiromancino. Il cd Nel respiro del mondo appena uscito sul mercato discografico è stato presentato in Feltrinelli a Roma dal cantante e da Stefano Mannucci, giornalista de Il Tempo, gran cerimoniere. Una piacevole chiacchierata sui pezzi del nuovo album, senza fronzoli e senza inutili pettegolezzi. Ad ascoltarli più di 300 persone, compreso il papà dell’artista e il campione in carica dei pesi leggeri Ibo (parliamo di pugilato) Emiliano Marsili. Poi, lo showcase con ben cinque canzoni nuove presentate. Apertura dedicata a Piccoli Miracoli, brano in airplay radiofonico e colonna sonora del film Nemiche per la pelle dove recitano appunto la Gerini e Margherita Buy. https://oriettacicchinelli.com/2016/04/07/nemiche-per-la-pelle/

Spazio poi a Onda che vai, Molo 4, Mare aperto, e L’ultimo treno della notte (uno dei pezzi più belli dell’intero disco). La più bella? Come musica per sempre, irradiata dalle casse della libreria in Via Appia. Ma tutto il disco merita di essere…consumato!

 

 

 

@100CentoGradi

La forza delle donne

 

 

Il vero 8 Marzo musicale. La vera festa della donna è andata in scena ieri sera nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica in Roma. Una scenografia senza fronzoli, marito e moglie sul palco a raccontare (in musica e parole) le battaglie e le conquiste dell’altra metà del cielo. La donna come protagonista assoluta. Moglie, madre, figlia, amica. E l’uomo offuscato da lei ma sempre presente nei suoi racconti. Un po’ goffo nell’accudire i neonati, perennemente stanco quando si tratta di aiutarla nei lavori domestici. Ma sempre attento a ogni sua esigenza. Il recital La forza delle donne è stato questo. Tratto dal romanzo Alla nostra età, con la nostra bellezza edito da Rizzoli e scritto da Daria Colombo (moglie del cantautore Roberto Vecchioni). Proprio loro due hanno dato alla platea numerosi spunti di riflessione. Lei leggendo le pagine del libro, lui accompagnandola con la voce nei brani che più hanno rappresentato la sua carriera come “amante”. Il tutto, accompagnati al piano e al flauto da Ilaria Biagini, e con il piccolo grande regalo che, fuori campo, Emma Bonino ha voluto fare (la voce stanca ma ancora desiderosa di combattere). Lo spettacolo ha delineato i percorsi e le personalità di Alberta e Lisa, protagoniste del romanzo, simbolo delle donne “che lottano, che amano, che camminano e si salvano la vita a vicenda”. Vecchioni ha intonato anche Come si cambia e Quello che le donne non dicono, pezzi portati al successo da Fiorella Mannoia, ma quasi necessari in un’occasione simile. Brani come Le mie ragazze Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), Figlia, Chiamami ancora Amore, Velasquez, Le mie donne… Quante ne ha scritte il professore milanese? Quanto amore ha donato? Un’esistenza non facile la sua, ma il piglio incazzato e fiero non l’ha mai tradito. Commozione sul suo viso e in platea. Due ore volate via in un soffio. Una serata speciale, unica con la sapiente regia di Velia Mantegazza Tanto più che il ricavato sarà interamente devoluto a Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e alla Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, due importanti realtà impegnate nella difesa dei loro diritti: la prima nel diffondere la conoscenza e la consapevolezza sulla salute della donna e la seconda nel dare sostegno alle vittime di violenza. In chiusura un graditissimo fuoriprogramma. Vecchioni si è congedato dal pubblico intonando il suo pezzo più celebre, quel Luci a San Siro che ormai -ha dichiarato- parla di tutto tranne che di calcio visto lo schifo che fanno le due squadre milanesi. A Roma, domenica c’è il derby, non stiamo messi molto meglio.

@100CentoGradi  Photo by Roberta Gioberti

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Marlene Kuntz – Lunga attesa, ripagata!

 

Quasi trent’anni di carriera, alcune tappe all’estero e la partenza del tour italiano da Roma, dal Quirinetta, luogo che evento dopo evento sta diventando un punto di ritrovo per chi ha voglia di suonare. E’ proprio Cristiano Godano, frontman dei Marlene Kuntz (on stage ieri sera) a confessarlo. “Il posto è davvero carino, intimo, il soundcheck è andato benone. Sarà sicuramente una bella serata” Lo è stata. Locale pieno, pubblico in visibilio intento a cantare ogni singolo pezzo per quasi due ore di concerto. Suoni potenti, distorsioni, rock distillato come non se ne sente più, almeno in Italia.

La piacevole chiacchierata con il leader dei Marlene ha avuto come argomento principale proprio le sonorità del nuovo album.

Due chitarre, un basso e una batteria. I Marlene tornano alle origini. In Italia nessuno fa più dischi così!

E’ il nostro sound, poca roba ma potente! In passato abbiamo tentato di allargare lo spettro dei timbri, introdurre nuovi strumenti. Questa volta no, niente pezzi lenti. Solo rock duro, abbiamo messo energia e picchiato forte.

Una scelta obbligata o ponderata, la vostra?

Entrambe le cose. Internet ha distrutto buona parte del nostro guadagno. Noi riusciamo ancora a essere apprezzati dal pubblico per non esserci mai piegati alla logica delle major, delle radio commerciali. La gente ci segue per questo. Non potremmo mai suonare pezzi diversi dalla nostra natura. Non ne saremmo in grado.

Anni fa avete partecipato anche a Sanremo, però. Più commerciale del Festival…

Ci hanno invitato, non siamo snob. Siamo stati sul palco dell’Ariston presentando un pezzo “strano” per chi non ci conosceva. Così facendo non abbiamo tradito il nostro pubblico. Alieni? Forse. Ma non per noi. E ti assicuro che non è stata una vetrina per catturare nuovi “fan”. Nulla di nuovo abbiamo riscontrato dopo quell’esibizione. Siamo rimasti nel limbo: Non totalmente oscuri ma sempre di nicchia.

Qual è il vostro rapporto con le classifiche di vendita e con il ritorno prepotente del vinile?

I nostri dischi restano nella Top Ten per due settimane al massimo. Più curiosità che altro. Quando cantammo il pezzo con Skin (La canzone che scrivo per te) le radio ci presero in considerazione. Ma in tutta onestà, passarono il pezzo di…Skin, non dei Marlene. Lo stesso vale per il vinile. Non è un business come si vuole far credere. Si stampano pochissime copie in tiratura limitata, è il fenomeno del momento. Tra poco tornerà nel dimenticatoio.

Il nuovo album si chiama Lunga attesa. Anche se il vostro precedente disco è uscito poco più di un anno fa

Noi viviamo di live, anche in termini economici. Una volta esaurita una produzione, siamo costretti a farne un’altra e a ripartire in tour. Non possiamo rimanere parcheggiati per troppo tempo. Bisogna lavorare sempre ma farlo bene. Sul palco non ci risparmiamo mai. Cerchiamo di essere sempre energici e reattivi.

Ma i Marlene Kuntz come si pongono davanti agli attentati? Avete paura di salire su un palco?

In Italia ancora no. Non sono uno spavaldo se rispondo così. Il nostro Paese ha già passato momenti simili, negli anni 70. Se ci chiudessimo in casa faremmo il loro sporco gioco. I terroristi vogliono intimidirci. Ancora non percepisco il timore, come non credo lo senta la gente. Ogni volta che salgo in macchina mi sento molto più a rischio. Non solo per un calcolo delle probabilità.

Ma stasera lei salirebbe su un palco in Belgio o in Francia?

Onestamente non lo so, il Belgio oggi dovrebbe essere sicurissimo e blindato. Ma onestamente… Sono contento di far cantare Roma, stasera.

Godano lo farà insieme al suo gruppo. Notte magica, rock puro. (Non) solo per intenditori!

@100CentoGradi

 

Laboratorio da… Grandi

Laboratorio e concerto. Spettacolo e sperimentazione. Tutto in un’unica serata. E’ il nuovo progetto di Irene Grandi, in scena lunedì sera al Quirinetta di Roma, insieme ai Pastis. Lungoviaggio, tra suoni e immagini del quotidiano.

Lo spettacolo ha avuto un prologo di carattere sperimentale: i ragazzi selezionati, infatti, hanno approfondito il linguaggio della performance partecipando direttamente al laboratorio che si è tenuto lo stesso giorno dell’evento. Sul palco (allestito con uno speciale set fotografico condotto dagli artisti), interazione con i partecipanti, protagonisti attivi.

L’incontro con la musicista toscana è avvenuto prima del laboratorio pomeridiano.

Irene com’è nata quest’idea?

Il progetto (una creazione dei Pastis, i fratelli Marco e Saverio Lanza) nasce dall’esigenza di sperimentare. Partiamo dalla videoarte musicale dove le immagini del quotidiano, i suoni e i rumori della più varia umanità, i volti degli spettatori, le parole e la musica, si fondono in un’unica performance interattiva. Tutto può diventare ispirazione musicale. Un ritornello, un pezzo rap. I ragazzi nel laboratorio creano delle canzoni pasticcione poi nelle varie serate vengono selezionate. E’ un work in progress interattivo.

Il viaggio è sempre presente nella sua carriera. Da In vacanza da una vita in poi. Cos’è il viaggio per Irene Grandi?

Il viaggio del quale ho sempre parlato è la vita stessa. L’esistenza è in divenire! Così come la voglia di cambiare sempre e di sperimentare senza fermarsi mai.

A proposito di esperimenti, è stato più stimolante duettare con Alessandro Gassman o suonare con Stefano Bollani?

Sono state due esperienze diversissime tra loro, ma intriganti al tempo stesso. Con Alessandro il divertimento c’è stato soprattutto nelle riprese del video di Qualche stupido “Ti amo” (Something Stupid). Avevamo abiti anni 50, il romanticismo era la chiave di lettura per quel brano e per il disco in generale. Con Stefano il progetto è stato più rischioso e importante. Una tournée e un prodotto discografico. Sicuramente più faticoso ma ha dato i suoi frutti

Ha mai pensato di ricantare Se mi vuoi, dopo la scomparsa di Pino Daniele?

Questa poteva essere l’occasione giusta. Potevamo “trasportare” la voce di Pino con la tecnologia, un duetto virtuale. In un live classico non riuscirei a pensare a nessun interprete che possa non dico sostituire ma neanche avvicinarsi a lui. Vorrei però poter suonare con i suoi musicisti storici (quelli di Napoli Centrale) e farmi suggerire da loro qualche idea.

 

@100CentoGradi

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Elio e le Storie Tese instore!

Musicisti con la M maiuscola, quasi quarant’anni di carriera sempre con il gusto di prendersi in giro. Ci vuole intelligenza anche nell’autoironia. Gli Elio e le Storie Tese (EelST o Elii, chiamateli come volete) ce l’hanno e portano in dote al pubblico romano, in un pomeriggio di fine inverno, tutto il loro bagaglio fatto di musica e nonsense. Anche e soprattutto nel rispondere alle domande del pubblico. “Conto alla rovescia, risponderemo solo alle prime dieci” esclama il leader. Ma le richieste sono davvero troppe. Sembra quasi di assistere a un tacito accordo tra la folla e il gruppo (arrivato in Feltrinelli con tre dei cinque componenti) tanto sono demenziali i quesiti. Si chiede addirittura a Elio il numero degli shampoo fatti in una settimana. Si scherza prendendo in giro Deborah Iurato e Gemitaiz (rap attualmente in voga nel panorama musicale italiano) ribattezzato Gimmy Taz. A farla da padrone sono le domande sulla tecnica usata dalla band. Elio impartisce lezioni di Acapulco :”E’ una tecnica di canto che sto usando negli ultimi tempi – dichiara – E ci tengo ad informare il pubblico quando la uso. Implica un velocissimo spostamento della testa quando c’è una “p” nel testo per non sputare nel microfono” . Sembra una battuta, ma aldilà del nome, questa tecnica esiste davvero, prevalentemente nello speakeraggio radiofonico. E proprio di radio si parla quando un ragazzo chiede agli Elii come faranno stasera a presenziare al canonico appuntamento su Radio Deejay di ogni lunedì alle 22 (conducono Cordialmente con Linus). Arrivare a Milano in due ore? Un’impresa. Elio non si scompone :”Fatti i c…i tuoi!” dice sorridendo. La trasmissione andrà regolarmente in onda. Registrata, ma che importa? Scherzando con una ragazza bulgara (e qui, come non ricordare il Pipppero®?) si arriva al firmacopie del nuovo disco Figgatta de Blanc disponibile anche in un box accoppiato a Lelo Siri 2, un vibro-massaggiatore in due colori che spezza l’ultimo tabù. Prodotto in mille esemplari, non viene però mostrato ai ragazzi in “platea”. Forse, vista l’età dei fan presenti, non era indispensabile. Almeno stasera.

 

 

 

@100CentoGradi

Eros Ramazzotti Perfetto Tour 2016

Niente sold out, tante emozioni e una corsa per infilare uno dopo l’altro pezzi storici ad altri misconosciuti. La prima delle due tappe del Perfetto Tour di Eros Ramazzotti nella Capitale ha comunque lasciato negli occhi e nelle orecchie del pubblico una buona dose di entusiasmo e buona musica. Vestito di nero è salito sul palco alle 21 esatte ed è scappato via due ore dopo. Forse troppo poco. Abituati a live interminabili conditi da spettacoli di luci e colori (Jovanotti, tanto per citarne uno) si può rimanere con l’amaro in bocca. Ma se si considera solo la parte artistica, si farebbe un torto al cantante romano da sempre idolo delle folle. C’è però da dire che la scelta dei brani non è stata azzeccatissima. Chi conosce Ramazzotti, ma non ha solo lui come punto di riferimento musicale, avrà sicuramente avuto dei problemi a riconoscere diversi brani in scaletta. E dire che i pezzi storici sono stati racchiusi tutti in una decina di minuti (fatti cantare prevalentemente dal pubblico) e nel finale con il “Grazie di esistere” contenuto nel brano Più bella cosa scandito da tutto il Pala Lottomatica. Brani come Controvento, Bambino nel tempo, Libero dialogo non dovrebbero mai mancare. Sul palco Eros tra una battuta in romanesco e l’altra ha giocato con la gente leggendo i pochi striscioni nel parterre in piedi. Uno, molto simpatico, recitante :”Vieni al mio matrimonio!” ha avuto come risposta :”Te sposi? Ma chi te lo fa fà!”. La sensazione è che l’artista ha ancora un fortissimo successo fuori dai nostri confini ma in Italia oltre allo zoccolo duro (costituito comunque da migliaia di fan) che acquista cd e gadget difficilmente troverà nuovi seguaci. Chi l’ha sempre seguito continuerà a farlo. Anche perché, va detto, non delude mai. O quasi. Poteva dare di più. Ma rimane sempre Eroseeee (alla romana) come da 32 anni a questa parte

SCALETTA

1 L’OMBRA DEL GIGANTE

2 IL TEMPO NON SENTE RAGIONE

3 PERFETTO

4 ALLA FINE DEL MONDO

5 STELLA GEMELLA

6 SE BASTASSE UNA CANZONE

7 ROSA NATA IERI

8 SBANDANDO

9 PIÙ CHE PUOI

10 TERRA PROMESSA

11 VIVI E VAI

12 ESODI

13 TRA VENT’ANNI

14 UNA STORIA IMPORTANTE

15 ADESSO TU

16 L’AURORA

17 DOVE C’E’ MUSICA

18 IL VIAGGIO

19 UN’ALTRA TE

20 l BELONG TO YOU

21 SEI UN PENSIERO SPECIALE

22 UN’EMOZIONE PER SEMPRE

23 COSE DELLA VITA

24 MUSICA E’

25 UN ANGELO DISTESO AL SOLE

26 FUOCO NEL FUOCO

27 PIÙ BELLA COSA

 

 

@100CentoGradi

Guardando il cielo, ascoltando Arisa

 

 

Estrosa, generosa, schietta come chi non ha paura di mettersi a nudo, perché abituata ormai a indossare null’altro che se stessa. Senza pretese, ma anche senza falsa modestia. Arisa è Arisa! O la si ama visceralmente o la si detesta, altrettanto visceralmente. Lei non ha filtri e va a ruota libera: se il suo pubblico le fa una domanda risponde sinceramente, senza paura di smentirsi, poiché cambiare idea è umano, oltre che da persone intelligenti. Così stasera, alla Feltrinelli di via Appia, non si è risparmiata presentando il suo ultimo disco Guardando il cielo che vede, tra le molte collaborazioni, oltre al rinnovato connubio con Giuseppe Anastasi, la talentuosa Federica Abbate, il poeta Alfredo Rapetti Mogol e Fabio Gargiulo.

 

“In Guardando il cielo tutto parla di me”

“Un album autobiografico – conferma la cantante lucana, qui anche nel ruolo di autrice – dove ho raccolto quello che avevo accantonato negli anni. Tutto parla di me, non ci sono riempitivi! Perché oggi non ho paura di dire che sono imperfetta e anche un po’ acida. No, nessun timore”.

 

Arisa ama sperimentare: “La prima e l’ultima canzone del disco, Voce e Per vivere ancora, sono davvero sperimentali. In Lascerò, quinto pezzo del cd, invece, racconto di un amore finito: a volte ce li portiamo dentro questi amori, anche se non ci rendono felici. Quando ho finalmente cantato Lascerò ho pianto, perché mi sono lasciata il passato alle spalle per avviarmi verso il futuro”.

A chi le chiede poi quante ore di esercizio giornaliero le costa la sua straordinaria voce lei risponde: “Ci sono molte mucche a casa mia. Al mattino, quando mi sveglio, faccio muuuu… Occorre curare l’anima per cantare bene e non fare esercizi di stile: vedete, quando parlo la mia voce è diversa. Sì, avete ragione – continua, rivolta al pubblico che la osanna per il suo talento vocale – forse, se parlassi come canto tutti s’innamorerebbero di me: beh, forse, mi allenerò in tal senso”.

E ride, anzi, sorride, lo fa sempre Arisa, anche quando le chiedono qual è la nota più alta che riesce a tenere: “Non lo so – ribatte – dipende dai giorni: dipende da come sto!”.

 

Sulla moda dei duetti, poi, non si sbilancia e vola sull’assurdo. “Mi piacerebbe duettare con Michael Jackson, con Freddie Mercury, con i Beatles tutti insieme oppure solo con John Lennon: tutti sconosciuti e, soprattutto, morti, appunto! Scherzi a parte: Sting? Sarebbe super, magari! Con lui non ci canterei solo…”.

 

Semplicità Arisa: “Vorrei rifare X-Factor”

Il momento più bello di Arisa? “Quando mio padre mi ha detto: grazie per il tuo cuore grande! A 33 anni sono soddisfazioni per una figlia!”.

Ma un po’ di amaro, le è rimasto, confessa, per non esser stata più richiamata come giudice a X-Factor. “Sì che ci tornerei – dice ai fan che la implorano affinché torni – perché è una vera palestra per i giovani, non è un gioco. Ragazzi, fate una petizione così mi richiamano!”

Nell’attesa speranzosa, i fans dovranno accontentarsi di sporadiche comparse della cantante lucana che assicura: “A ottobre partirà il mio tour. Prima, però, farò qualche apparizione estiva e starò un po’ in giro per promuovere il disco… Presto ne saprete di più: restate sintonizzate sui social”.

Finito il tempo delle chiacchiere e delle domande, parte la corsa all’autografo, tra pile di cd e vinili da firmare e foto-ricordo da scattare. E anche in questo Arisa non è avara.

 

@oriacicchinelli

 

Photo @100CentoGradi

 

“Io sono Paola Turci”

La prima vera tappa del tour teatrale di Paola Turci non poteva che avere come location Roma. Dopo la data zero a Chieti, la scelta della Capitale era quasi obbligatoria. Il pubblico caldissimo e caciarone, il posto totalmente rinnovato e la musica degli artisti che stanno calcando il palco del Quirinetta in questa stagione. Puntualissima (22:30 in punto) look total black, si è presentata in scena ripercorrendo con la sua band trent’anni di musica. Brani rivestiti talmente bene da sembrare nuovissimi. Forse per la modernità dei testi, ancora tutti attuali. Nel backstage, attendendo la cena, l’incontro con l’artista romana è stata l’occasione giusta per affrontare diversi temi (politica, talent, Pippo Baudo)… Tutto è partito da Mani giunte (brano del 2002), il brano che più si addice a questo momento storico…

Qual’è per lei il pezzo più attuale del suo repertorio?

Hai nominato Mani giunte, potrei essere d’accordo se facessimo un discorso legato all’evolversi dei personaggi. La storia non è cambiata da allora, sono mutati solo i commedianti. Quando parlavo di “soldi macchine e una donna al giorno, la possibilità di avere tutto e subito senza aver bisogno di essere mai perdonato” non mi riferivo solo a Berlusconi. Era il periodo della guerra in Iraq, con le immagini dell’11 Settembre ancora davanti agli occhi. Era una riflessione sul mondo che avrei lasciato ai miei figli e del quale avrei continuato a far parte. Ma se dovessi descrivere la mia carriera, il pezzo che sento più mio è sicuramente Stato di calma apparente. Fu il primo brano che scrissi.

Ha appena pubblicato un’antologia e un libro. Torniamo indietro con la memoria al 1989. Bambini la fece conoscere al grande pubblico, quello di Sanremo che in quegli anni faceva ascolti stratosferici. Cosa rimane di quella polvere bianca cantata nel brano?

La polvere bianca? C’è ancora, la gente non lo sa oppure è troppo impegnata a guardare altrove. L’Occidente che chiude gli occhi davanti ai desaparecidos, a chi trasforma i bambini in soldati, a chi permette lo sfruttamento minorile (non solo sessuale). L’Occidente che specula sulla pelle del più debole. Le armi, la prostituzione, la droga… E’ l’infanzia negata. Chi non vive un’infanzia serena non potrà mai avere pace interiore. Io ho sempre cercato di mettere in musica i miei pensieri e le storie, anche quelle più scomode.

Abbiamo sfiorato l’argomento Sanremo. La sua carriera è legata a doppio filo con il Festival. Quanto manca un personaggio come Pippo Baudo alla rassegna canora?

Pippo Baudo è il Festival di Sanremo (detto da lei che ha partecipato come esordiente negli anni presentati da Carlucci, figli d’arte e Dorelli vale come attestato di stima incondizionata). Lui sa fare tutto. Si dice sempre sia un gran professionista. Lui è di più. Io ho lavorato con Baudo, un conoscitore così attento alla musica e ai giovani non l’ho mai incontrato. Anche se parlassimo di lui solo come un grande presentatore. Nessuno può o potrà mai reggere il confronto.

Come giudica la decisione di certi suoi colleghi di avvalersi di cantanti giovani per “invecchiare decentemente” ? Parliamo di De Gregori, Venditti. Non sarebbe meglio rimanere fedeli a se stessi?

Non so rispondere a questa domanda perchè non ho una conoscenza approfondita del tema. Ma non giudico negativa a priori la scelta. Non sempre ciò che esce dai talent è da buttare. Anzi, tante belle voci popolano il mercato discografico! Se qualche mostro sacro sceglie la strada della collaborazione, anche solo per fini pubblicitari, non reca danno a nessuno. La musica è totalmente anarchica. Io stessa scrissi e cantai Mani giunte con un altro nome (Fuck u) insieme a J-Ax degli Articolo 31. Loro la inserirono in un loro album (Domani smetto), solo successivamente la pubblicai…a modo mio.

La cena è arrivata! Un pasto frugale prima di salire sul palco. La Turci è scatenata. Voce perfetta e band di valore. Ventidue pezzi (scaletta in foto) tra i più conosciuti. Tra i bis Mi chiamo Luka (cover di Luka di Susanne Vega) anno 1988. Ma ieri più che Susanne Vega, Paola (groove e rock amalgamati) sembrava Patti Smith!

@100CentoGradi

 

TZN European Tour 2015

Una gelida serata romana scandita dalla pioggia, un periodo storico da incubo per i noti fatti parigini. La psicosi, la paura a farla da padrone. Questo il clima che si respirava ieri sera davanti ai cancelli del PalaLottomatica per la seconda (e ultima) tappa romana del tour invernale di Tiziano Ferro. Sguardi attoniti, poca fila all’ingresso nonostante il soldout al botteghino. E prefiltraggi infiniti prima di accedere al PalaEur (per i romani continuerà sempre a chiamarsi così, in modo molto famigliare). La paura non deve vincere ma vallo a spiegare ai ragazzi! Tiziano ci prova da subito con un video messaggio e ripeterà il concetto numerose volte durante la serata. Più di mille persone, parole sue e dati alla mano, non si sono presentate alla prima serata (sabato) pur avendo acquistato il biglietto. In questo periodo suonare e far divertire il pubblico è quanto più difficile possa esserci. Ma il cantante di Latina non parte sconfitto. Anzi! Ha preparato per i suoi fan una scaletta composta rigorosamente di hit. Tutti i suoi singoli senza sosta in due ore di puro spettacolo. Non c’è spazio per i brani “minori”. Parte subito con Xdono poi La differenza tra me e te, Sere nere… Lui non si risparmia (anche se appare leggermente più “ingessato” rispetto alle tappe precedenti). Riesce a sciogliersi con Il Vento (in alta rotazione radiofonica) e da lì è un crescendo. Presentatosi elegantissimo, smoking nero d’ordinanza, cambierà altre quattro volte gli abiti per concludere in t shirt e jeans. Tra il pubblico la voglia di normalità è testimoniata dai selfie di ragazzine e genitori (mai come questa volta tanti “accompagnatori”). E’ un segno dei tempi o solo l’ennesima testimonianza di paura? Sarà il tempo a dirlo. A un passo da noi Massimo Ferrero (patron della Sampdoria, immancabile), snobbato dai più. Dopo L’ultima notte al mondo e con il pubblico finalmente festante, Ferro intona Per dirti Ciao!, Alla mia età, La fine (da sempre, chissà perché, la più amata). Il bis è per Lo stadio, Non me lo so spiegare e Incanto. Sulle note di questo pezzo, Tiziano, telefonino alla mano, gira per il palco inquadrandosi e facendo salire alle stelle i decibel dell’impianto romano, la cui acustica (da sempre mediocre) è sembrata finalmente dignitosa. Merito dei fonici intenti a lavorare, osservati estasiati da due fidanzati più interessati a loro che al palco… Due ore soltanto, è vero, scaletta rispettata alla… nota. Ma per tornare a respirare un minimo di normalità non potevamo aspettarci di più. La paura, nonostante i larghi spazi vuoti, non vincerà.

 

Sabato con un Principe – Incontro con Francesco De Gregori

I ventiquattro gradi di un’estate infinita si fanno sentire. E’ il caldo romano, una novembrata mai vista. Cambiamenti climatici e mutazioni genetiche nella storia cantautoriale di uno dei più grandi esponenti musicali che ancora abbiamo e del quale siamo tremendamente gelosi e fieri. Francesco De Gregori da sempre etichettato come il Bob Dylan italiano. Esce proprio lui allo scoperto dichiarandolo allo scrittore Sandro Veronesi, padrone di casa ieri pomeriggio all’incontro in Feltrinelli. “Sono sempre stato accomunato a lui, alle volte mi hanno velatamente accusato di plagio. Alla fine ho deciso di realizzare un disco con i suoi testi (quasi tutti fedelmente) tradotti. Nel brano d’apertura (Un angioletto come te) c’è la frase “camminare sui pezzi di vetro”. Beh, ad essere sinceri è un’espressione che io usai nel 1975 (Rimmel…), Dylan leggermente dopo…” Il cantautore romano quasi si vergogna di ammetterlo, ma forse Bob rubò la sua idea. “Se fosse veramente così, ne sarei onorato” Francesco De Gregori si è liberato del fantasma di Bob Dylan nella maniera più naturale possibile: affrontandolo. Gioca con le parole (lo ricordavamo molto più schivo) e scherza con il pubblico raccontando il processo di elaborazione del disco e dei numerosi problemi avuti con la metrica di alcuni pezzi. “Quando non è stato possibile essere fedeli al testo, sono stato costretto a usare dei sinonimi”, dice. E fa le prove ritmiche sulle parole originali, dimostrando quanto sarebbe stato difficile riproporre senza nessun accorgimento il tutto. Inevitabile qualche battuta politica e il firma copie finale. Ma l’emozione maggiore, De Gregori, l’ha regalata al suo pubblico esibendosi con buona parte della band in tre brani del disco. Una piacevole sorpresa. Aspettavamo le parole, abbiamo assistito a un breve ma coinvolgente live. E a una lezione di musica non prevista. Un sabato principesco. Senza Fedez, Briga (ieri sera a Roma Venditti, storico amico di De Gregori, ha ricambiato l’ospitalità al giovane rapper…) e altra compagnia proveniente da Verona. Quella notte in Arena ben presto dimenticata. O da dimenticare. Per la compagnia della quale De Gregori non ha certamente bisogno.

@100CentoGradi