L’esigenza di unirmi ogni volta con te

Tanto sesso, siamo italiani! Già dalla locandina, l’immaginazione viene accantonata. Piccola premessa fatta con occhi da cronista. La foto ricorda, con il debito rispetto, l’accoppiamento tra Marlon Brando e Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi. Chiaramente parliamo di un frame, la storia e le scene sono nettamente diverse. L’onanismo femminile, già sdoganato in altre pellicole, vede la sensuale Claudia Gerini protagonista. Quello maschile, fortunatamente, ci viene risparmiato. Che storia è quella raccontata nel film di Tonino Zangardi (autore anche del romanzo regalatoci stamattina alla prima)? Passione, soprattutto, con la P maiuscola. Non amore, più esigenza fisica. Appare l’infelicità, la fragilità umana. Appaiono i vuoti di una vita piatta (quella della protagonista, Giuliana, cassiera in un supermercato, sposata da dieci anni con un marito tutto lavoro e zero testosterone), appare lui, Leonardo (Marco Bocci), poliziotto che le salva la vita e dal quale lei diventa dipendente. Lui “ucciso” moralmente dall’ex moglie (trovata a letto con suo fratello) odia tutte le donne. Tutte, tranne lei. Dolce e sfrontata, sessualmente parlando. Sincera nel raccontare al marito iceberg la tresca in atto. Rivelazione shock per l’uomo, che inizia a picchiare selvaggiamente la malcapitata. Un coltello da cucina nelle mani di Giuliana, e via. Più lontano che si può. Una notte e un giorno in fuga. Ma non si può scappare talmente lontano dai propri sensi di colpa. Il finale, scontato, risulta però molto gradevole. Non è l’amore a vincere su tutto. Non è una storia di vittorie. E’ solo una folle passione. Dal 24 Settembre al cinema. Ne vale la pena.

Quasi dimenticavamo… La colonna sonora è davvero bellissima, così come il pezzo, seppur non recentissimo. dei Radiodervish, tornati finalmente alla ribalta.

Anteprima del Premio Sinbad

ROMA. «No, non è l’anti-Strega». Ci tiene a sottolinearlo Ginevra Bompiani di Nottetempo. Si chiama Premio Sinbad, Città di Bari e il comitato promotore è composto da Elliot, Minimum fax, la stessa Nottetempo, la Nuova frontiera, Odei (Osservatorio degli Editori Indipendenti), Comune di Bari e Regione Puglia (che finanzia l’iniziativa).
Per gli editori indipendenti la via che porta alla ribalta dei grandi premi nazionali sta diventando sempre più ostica e tortuosa. La prerogativa del premio è la trasparenza; sono previste, infatti, votazioni pubbliche in grado di evitare manovre e accordi tra editori. Due sono le categorie: italiani e stranieri.
«La prima selezione viene fatta da tre librerie, tre biblioteche, tre blog letterari, tre circoli di lettura. Questi individuano una ventina di titoli, da cui una giuria di cinque esperti per gli italiani, cinque per gli stranieri, sceglie le due terne. Ogni giurato dichiarerà per chi e perché vota». La serata finale, a Bari, nel corso del Festival Internazionale degli editori indipendenti (dal 20 al 22 novembre), ove la giuria discuterà dei sei candidati e sceglierà il vincitore. Giuria e comitato tecnico cambieranno tutti gli anni e gli editori che ne faranno parte non potranno presentare libri.

A margine della conferenza stampa, avvenuta stamane nella sede romana della Regione Puglia, c’è stato spazio anche per l’intervento del neo presidente Michele Emiliano, reduce da un incontro con il Presidente della Repubblica. Le sue parole: «La Puglia, come la Sicilia (terra natia di Mattarella), sono due regioni attentissime alla cultura, ma con pochi palloni giocabili (testuale…) per mettersi in mostra. Il premio Sinbad – il nome mi ricorda il marinaio di Le mille e una notte – sarà una prestigiosissima vetrina».

Il sito, online da stamane, è http://www.premiosinbad.it

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Torno indietro e cambio vita

I Vanzina ci riprovano. Finita (per sempre?) l’era dei cinepanettoni, provano, per la terza volta, l’ebbrezza del…cinecocomero. In occasione della conferenza stampa della 61° edizione del Taormina Film Fest, è stato presentato Torno indietro e cambio vita, film fuori concorso (anteprima il 14 giugno).
Una pellicola che strizza l’occhio nell’ordine a: Non ci resta che piangere, Notte prima degli esami, Immaturi. Senza scomodare Ritorno al futuro.
Marco (Raoul Bova) a 42 anni ha una vita perfetta: una bella famiglia e un ottimo lavoro. Ma un giorno, sua moglie Giulia (Giulia Michelini), con la quale sta insieme da quasi 25 anni, gli confessa che ha un altro uomo e vuole la separazione. Costretto ad andarsene di casa e a rivedere tutta la sua vita, confida a Claudio (Ricky Memphis)  di tornare indietro nel tempo. Eccoli catapultati, improvvisamente, nel 1990. Loro mantenendo la stessa età, tutti gli altri (compagni di scuola, amici e genitori) rimasti nello scorso millennio. Il vero scopo per il protagonista è quello di non risposare Giulia. Le varie gag sono divertenti e poco impegnative.
Il migliore del cast? Max Tortora, una spanna sopra gli altri.

Si può vedere, per sorridere un po’.

Crushed lives il sesso dopo i figli

Gradevole commedia sul sesso prima, durante e dopo i figli. Soprattutto, come promesso dal titolo, dopo. Il sesso come pretesto per raccontare la scarsissima solidità di tre coppie alle prese con l’arrivo di un bimbo. Le loro defaillance, il loro affiatamento che viene meno giorno dopo giorno. Ma sarà solo colpa del nuovo arrivato? Il film (come troppo spesso accade) prende spunto da un’altra opera. Il libro “Patatrac-il sesso dopo i figli”. Stavolta, fortunatamente, l’autore e lo sceneggiatore sono la stessa persona.
Ed è un film nel film. Il documentario che il protagonista sta montando e il racconto delle coppie indagate. C’è anche un pizzico di tradimento. Da parte maschile. Tutti i protagonisti si ritrovano a casa di una prostituta alla ricerca di quello che la compagna non dà più. O forse non ha mai dato….

Le badanti

Le macchine parcheggiate sul viale che portava alla sede della proiezione erano tappezzate di cartoline pubblicizzanti il film. Iniziativa davvero carina. Eravamo pronti ad assistere a qualcosa di veramente gradevole e simpatico. Ma i problemi tecnici (audio e video di pessima qualità per mancati collegamenti con il grande schermo, con conseguente maxi ritardo nella proiezione) avrebbero dovuto suonare come campanello d’allarme. Imperterriti, non l’abbiamo data vinta alla tecnologia. Per nulla al mondo avremmo voluto perderci questo prodotto made in Veneto con sottotitoli in inglese (quando, per parecchie scene, sarebbero serviti quelli in italiano, con buona pace di Zaia e secessionisti vari).

È la storia di tre badanti extracomunitarie senza permesso di soggiorno (Irina, Carmen e Lola… complimenti alla fantasia) venute in Italia a cercar fortuna (nel 2015?) e ben presto ritrovatesi a scappare da feste di lusso e uomini troppo gelosi. Si ritrovano tutte, per un curioso caso del destino, in una casa di riposo per anziani dove vivono tre uomini e tre donne. Scherzi idioti fatti dagli attempati signori fanno vacillare le tre ragazze che sono costrette, loro malgrado, a dover affrontare anche il fallimento dell’ospizio e a cercar fondi facendo collette.

L’idea del film era pessima, la riuscita è tremenda. A tratti sembra di assistere a un video amatoriale (neanche ben recitato).
Si cerca di strizzare l’occhio ad Amici miei atto terzo e alla fiction Villa Arzilla, con risultati devastanti.
Non si ride, non si riflette, non si piange (anche se ce ne sarebbe bisogno).
Per fortuna, dopo i titoli di coda, ottimo buffet e ottimi vini. Non per chi vi scrive (astemia da sempre).

The Salvation

Le sparatorie negli Stati Uniti. Anno di (dis)grazia 1870, colonizzatori e fuorilegge a fronteggiarsi. L’immigrato danese Jon, in treno con moglie e figlio di dieci anni (stuprata la prima e sgozzato il secondo) costretto a far fuori gli autori degli orrendi crimini. Da lì in poi un susseguirsi di fucilate, uomini legati a pali oppure chiusi vivi in bare di legno. In primo piano Jon e lo spietato colonnello Delarue con il primo intento a vendicarsi e il secondo a uccidere chiunque capiti a tiro. Preti, sindaci, donne anziane (uccise anche loro, tanto per non farci mancare nulla) e uomini disarcionati da cavallo. Visto così potremmo parlare di un film da perdere assolutamente. Se poi vogliamo metterci la morale (da due soldi) della forza dell’uomo costretto dalla sofferenza a cercar vendetta, il discorso cambia. In peggio.

Io, Arlecchino

Televisione e cinema. Ma soprattutto teatro. Arlecchino in scena, in una rappresentazione che vede padre e figlio nello stesso ruolo, ma con tempi diversi. Giorgio Pasotti, presentatore di un talkshow strappalacrime corre in un piccolo paesino del Nord, al capezzale del padre (il grande Roberto Herlitzka), ricoverato in ospedale. Ammalato di tumore vuole comunque recitare con la piccola compagnia teatrale del paese, mettendo in scena spettacoli di Commedia dell’Arte.
Il dilemma del figlio è quello di scegliere tra il ritorno alle origini e la sua professione. Sarà possibile conciliare i due mondi?
Non è propriamente una commedia, ma si sorride con un pizzico di commozione.
Al cinema dall’11 Giugno

Fuori dal coro

Un po’ pulp. Forse troppo. Un po’ splatter. Forse troppo. Un po’ comico. Forse (anzi, sicuramente) troppo poco. L’opera prima di Sergio Misuraca, incentrata sulla disavventura di uno zio e un nipote che devono recuperare una busta contenente denaro falso (lo si intuisce subito), misteriosamente scomparsa, e sfuggire a una serie di loschi figuri, lascia sorpresi. E non piacevolmente. Il verso a Scorsese, Tarantino… Addirittura a Maurizio Merli (citato anche nel film).
Sembra tutto già visto, anche le numerose sparatorie non creano suspense né tantomeno scariche di adrenalina. Eppure i presupposti per realizzare una pellicola fatta bene c’erano tutti.
Il ritorno in Sicilia di Misuraca, gli anni passati a lavorare in un prestigioso ristorante di Hollywood come cuoco di Robert De Niro (chapeau…) e, poi, come comproprietario, preparando per lui gli spaghetti aglio e olio, avrebbero dovuto insegnare al regista non solo l’arte culinaria, ma magari qualcosa in più su come si fa una buona sceneggiatura, fondamento di ogni buon film. Poi, però, la scoperta che il cuoco aveva dei documenti falsi e la conseguente “espulsione” in Sicilia, dove il nostro ha aperto un ristorante messicano, ha, forse, fatto dimenticare a Misuraca i buoni insegnamenti del vecchio Bob.

“È vero, ho cucinato per lui, ma non mi sono mai azzardato a chiedergli di fare un film insieme: avevo troppa paura di perdere il posto”.

Così il regista siciliano. Forse avrebbe dovuto osare. Tanto più che De Niro non ha neppure visto il film. “Non gliel’ho chiesto”. Troppa paura. Alla prossima, magari con meno azione e più… coralità.

Sei vie per Santiago Walking the Camino

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Vedere un film seduti accanto alla regista. Privilegio di pochi. Ma è accaduto stamattina alla presentazione del documentario di Lydia B. Smith. Un percorso autobiografico (lei stessa fece il Cammino nel 2008). Cammino con la C rigorosamente maiuscola. Ben 800 chilometri in un mese. Tanta è la distanza percorsa da milioni di pellegrini ogni anno per giungere al Santuario di Compostela presso cui ci sarebbe la tomba dell’ Apostolo Giacomo il Maggiore. Pensare poi che le strade francesi e spagnole percorse siano state dichiarate Patrimonio dell’Unesco, rende tutto più mistico e affascinante.

La pellicola racconta la storia di persone di diversa età (da 3 a 73 anni) e nazionalità. Da Annie a Misa, passando per Sam sino ad arrivare al piccolo figlio di Tatiana. Storie che s’intrecciano, da chi parte con un biglietto di sola andata e senza cellulare, a chi si considera fortemente spirituale. Ma anche chi è ateo o affetto da depressione cronica confida nella salvezza derivante dal lungo percorso. Paesaggi e panorami mozzafiato mescolati alla fatica fisica fanno venir voglia allo spettatore di provare a confrontarsi con se stesso. Specialmente quando il dolore (negli occhi di Tomas, soprattutto) aumenta a ogni singolo passo.

Il film, pluripremiato, arriverà nella sale italiane tra pochi giorni.

Mia madre

“Un passaggio importante attraverso il quale siete passati in molti e che a me è capitato durante il montaggio del mio penultimo film: la morte della madre”. Ecco Nanni Moretti e la cognizione del dolore. Il suo ultimo film (per ora dice lui) ha molto di autobiografico. Il regista impiega del tempo prima di confessarlo. C’è. Lo ripete a se stesso e lo ripete agli altri. Durante la conferenza stampa si parla molto del gioco di ruolo tra lui e la Buy. Ma è l’istrionico ex Michele Apicella a tenere banco. A ribadire quanto sia ormai difficile fare film in questo paese. “Sono solo duecento copie, purtroppo è un periodo difficile. Se non altro non ho sforato come budget come negli ultimi due Abbiamo speso sette milioni di euro” Per quanto riguarda il film, la storia (autobiografica o meno) regge, fa commuovere e ridere molto con uno stralunato e smemorato Turturro. Uscirà il 16 Aprile, giovedì. Il giorno esatto della scelta (in concorso o meno?) a Cannes. Moretti non ci bada: “Da Cannes accetto tutto”