Per Leonardo Pieraccioni è già Natale

A 20 anni dal suo esordio con I LAUREATI

Leonardo Pieraccioni torna sul set per girare il suo film di Natale

IL PROFESSOR CENERENTOLO

insieme a Laura Chiatti, Massimo Ceccherini e Flavio Insinna

A 20 anni dal suo esordio con I LAUREATI,Leonardo Pieraccioni torna dietro la macchina da presa per girare il suo dodicesimo film IL PROFESSOR CENERENTOLO prodotto da Marco Belardi per Lotus Production con Rai Cinema e Levante che vede come protagonisti Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Massimo Ceccherini e Flavio Insinna.

Scritto da Leonardo Pieraccioni insieme a Giovanni Veronesi e Domenico Costanzo IL PROFESSOR CENERENTOLO racconta la storia di Umberto (Leonardo Pieraccioni) che per evitare il fallimento della sua disastrata ditta di costruzioni ha tentato insieme ad un dipendente (Massimo Ceccherini) un maldestro colpo in banca che gli ha fruttato però solo quattro anni di carcere! Ma se non altro, nella prigione di una bellissima isola italiana: Ventotene. Adesso Umberto è a fine pena e lavora di giorno nella biblioteca del paese. Una sera, in carcere, durante un dibattito aperto al pubblico, conosce Morgana (Laura Chiatti), una donna affascinante, un po’ folle e un po’ bambina. Morgana crede che lui lavori nel carcere e che non sia un detenuto. Umberto, approfittando dell’equivoco, inizia a frequentarla durante l’orario di lavoro in biblioteca. Ma ogni giorno entro la mezzanotte, proprio come Cenerentola, deve rientrare di corsa nella struttura per evitare che il direttore del carcere (Flavio Insinna) scopra il tutto e gli revochi il permesso di lavoro in esterno.

Le riprese iniziano lunedì 15 giugno a Roma e si svolgeranno per 8 settimane tra Roma, Gaeta, Formia e Ventotene.

IL PROFESSOR CENERENTOLO è interpretato da Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Massimo Ceccherini e Flavio Insinna.

Prodotto da Marco Belardi per Lotus Production con Rai Cinema e Levante, uscirà nelle sale il 10 dicembre distribuito da 01 Distribution.

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Torno indietro e cambio vita

I Vanzina ci riprovano. Finita (per sempre?) l’era dei cinepanettoni, provano, per la terza volta, l’ebbrezza del…cinecocomero. In occasione della conferenza stampa della 61° edizione del Taormina Film Fest, è stato presentato Torno indietro e cambio vita, film fuori concorso (anteprima il 14 giugno).
Una pellicola che strizza l’occhio nell’ordine a: Non ci resta che piangere, Notte prima degli esami, Immaturi. Senza scomodare Ritorno al futuro.
Marco (Raoul Bova) a 42 anni ha una vita perfetta: una bella famiglia e un ottimo lavoro. Ma un giorno, sua moglie Giulia (Giulia Michelini), con la quale sta insieme da quasi 25 anni, gli confessa che ha un altro uomo e vuole la separazione. Costretto ad andarsene di casa e a rivedere tutta la sua vita, confida a Claudio (Ricky Memphis)  di tornare indietro nel tempo. Eccoli catapultati, improvvisamente, nel 1990. Loro mantenendo la stessa età, tutti gli altri (compagni di scuola, amici e genitori) rimasti nello scorso millennio. Il vero scopo per il protagonista è quello di non risposare Giulia. Le varie gag sono divertenti e poco impegnative.
Il migliore del cast? Max Tortora, una spanna sopra gli altri.

Si può vedere, per sorridere un po’.

Crushed lives il sesso dopo i figli

Gradevole commedia sul sesso prima, durante e dopo i figli. Soprattutto, come promesso dal titolo, dopo. Il sesso come pretesto per raccontare la scarsissima solidità di tre coppie alle prese con l’arrivo di un bimbo. Le loro defaillance, il loro affiatamento che viene meno giorno dopo giorno. Ma sarà solo colpa del nuovo arrivato? Il film (come troppo spesso accade) prende spunto da un’altra opera. Il libro “Patatrac-il sesso dopo i figli”. Stavolta, fortunatamente, l’autore e lo sceneggiatore sono la stessa persona.
Ed è un film nel film. Il documentario che il protagonista sta montando e il racconto delle coppie indagate. C’è anche un pizzico di tradimento. Da parte maschile. Tutti i protagonisti si ritrovano a casa di una prostituta alla ricerca di quello che la compagna non dà più. O forse non ha mai dato….

Le badanti

Le macchine parcheggiate sul viale che portava alla sede della proiezione erano tappezzate di cartoline pubblicizzanti il film. Iniziativa davvero carina. Eravamo pronti ad assistere a qualcosa di veramente gradevole e simpatico. Ma i problemi tecnici (audio e video di pessima qualità per mancati collegamenti con il grande schermo, con conseguente maxi ritardo nella proiezione) avrebbero dovuto suonare come campanello d’allarme. Imperterriti, non l’abbiamo data vinta alla tecnologia. Per nulla al mondo avremmo voluto perderci questo prodotto made in Veneto con sottotitoli in inglese (quando, per parecchie scene, sarebbero serviti quelli in italiano, con buona pace di Zaia e secessionisti vari).

È la storia di tre badanti extracomunitarie senza permesso di soggiorno (Irina, Carmen e Lola… complimenti alla fantasia) venute in Italia a cercar fortuna (nel 2015?) e ben presto ritrovatesi a scappare da feste di lusso e uomini troppo gelosi. Si ritrovano tutte, per un curioso caso del destino, in una casa di riposo per anziani dove vivono tre uomini e tre donne. Scherzi idioti fatti dagli attempati signori fanno vacillare le tre ragazze che sono costrette, loro malgrado, a dover affrontare anche il fallimento dell’ospizio e a cercar fondi facendo collette.

L’idea del film era pessima, la riuscita è tremenda. A tratti sembra di assistere a un video amatoriale (neanche ben recitato).
Si cerca di strizzare l’occhio ad Amici miei atto terzo e alla fiction Villa Arzilla, con risultati devastanti.
Non si ride, non si riflette, non si piange (anche se ce ne sarebbe bisogno).
Per fortuna, dopo i titoli di coda, ottimo buffet e ottimi vini. Non per chi vi scrive (astemia da sempre).

The Salvation

Le sparatorie negli Stati Uniti. Anno di (dis)grazia 1870, colonizzatori e fuorilegge a fronteggiarsi. L’immigrato danese Jon, in treno con moglie e figlio di dieci anni (stuprata la prima e sgozzato il secondo) costretto a far fuori gli autori degli orrendi crimini. Da lì in poi un susseguirsi di fucilate, uomini legati a pali oppure chiusi vivi in bare di legno. In primo piano Jon e lo spietato colonnello Delarue con il primo intento a vendicarsi e il secondo a uccidere chiunque capiti a tiro. Preti, sindaci, donne anziane (uccise anche loro, tanto per non farci mancare nulla) e uomini disarcionati da cavallo. Visto così potremmo parlare di un film da perdere assolutamente. Se poi vogliamo metterci la morale (da due soldi) della forza dell’uomo costretto dalla sofferenza a cercar vendetta, il discorso cambia. In peggio.

Io, Arlecchino

Televisione e cinema. Ma soprattutto teatro. Arlecchino in scena, in una rappresentazione che vede padre e figlio nello stesso ruolo, ma con tempi diversi. Giorgio Pasotti, presentatore di un talkshow strappalacrime corre in un piccolo paesino del Nord, al capezzale del padre (il grande Roberto Herlitzka), ricoverato in ospedale. Ammalato di tumore vuole comunque recitare con la piccola compagnia teatrale del paese, mettendo in scena spettacoli di Commedia dell’Arte.
Il dilemma del figlio è quello di scegliere tra il ritorno alle origini e la sua professione. Sarà possibile conciliare i due mondi?
Non è propriamente una commedia, ma si sorride con un pizzico di commozione.
Al cinema dall’11 Giugno

Fuori dal coro

Un po’ pulp. Forse troppo. Un po’ splatter. Forse troppo. Un po’ comico. Forse (anzi, sicuramente) troppo poco. L’opera prima di Sergio Misuraca, incentrata sulla disavventura di uno zio e un nipote che devono recuperare una busta contenente denaro falso (lo si intuisce subito), misteriosamente scomparsa, e sfuggire a una serie di loschi figuri, lascia sorpresi. E non piacevolmente. Il verso a Scorsese, Tarantino… Addirittura a Maurizio Merli (citato anche nel film).
Sembra tutto già visto, anche le numerose sparatorie non creano suspense né tantomeno scariche di adrenalina. Eppure i presupposti per realizzare una pellicola fatta bene c’erano tutti.
Il ritorno in Sicilia di Misuraca, gli anni passati a lavorare in un prestigioso ristorante di Hollywood come cuoco di Robert De Niro (chapeau…) e, poi, come comproprietario, preparando per lui gli spaghetti aglio e olio, avrebbero dovuto insegnare al regista non solo l’arte culinaria, ma magari qualcosa in più su come si fa una buona sceneggiatura, fondamento di ogni buon film. Poi, però, la scoperta che il cuoco aveva dei documenti falsi e la conseguente “espulsione” in Sicilia, dove il nostro ha aperto un ristorante messicano, ha, forse, fatto dimenticare a Misuraca i buoni insegnamenti del vecchio Bob.

“È vero, ho cucinato per lui, ma non mi sono mai azzardato a chiedergli di fare un film insieme: avevo troppa paura di perdere il posto”.

Così il regista siciliano. Forse avrebbe dovuto osare. Tanto più che De Niro non ha neppure visto il film. “Non gliel’ho chiesto”. Troppa paura. Alla prossima, magari con meno azione e più… coralità.

Sei vie per Santiago Walking the Camino

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Vedere un film seduti accanto alla regista. Privilegio di pochi. Ma è accaduto stamattina alla presentazione del documentario di Lydia B. Smith. Un percorso autobiografico (lei stessa fece il Cammino nel 2008). Cammino con la C rigorosamente maiuscola. Ben 800 chilometri in un mese. Tanta è la distanza percorsa da milioni di pellegrini ogni anno per giungere al Santuario di Compostela presso cui ci sarebbe la tomba dell’ Apostolo Giacomo il Maggiore. Pensare poi che le strade francesi e spagnole percorse siano state dichiarate Patrimonio dell’Unesco, rende tutto più mistico e affascinante.

La pellicola racconta la storia di persone di diversa età (da 3 a 73 anni) e nazionalità. Da Annie a Misa, passando per Sam sino ad arrivare al piccolo figlio di Tatiana. Storie che s’intrecciano, da chi parte con un biglietto di sola andata e senza cellulare, a chi si considera fortemente spirituale. Ma anche chi è ateo o affetto da depressione cronica confida nella salvezza derivante dal lungo percorso. Paesaggi e panorami mozzafiato mescolati alla fatica fisica fanno venir voglia allo spettatore di provare a confrontarsi con se stesso. Specialmente quando il dolore (negli occhi di Tomas, soprattutto) aumenta a ogni singolo passo.

Il film, pluripremiato, arriverà nella sale italiane tra pochi giorni.

Mia madre

“Un passaggio importante attraverso il quale siete passati in molti e che a me è capitato durante il montaggio del mio penultimo film: la morte della madre”. Ecco Nanni Moretti e la cognizione del dolore. Il suo ultimo film (per ora dice lui) ha molto di autobiografico. Il regista impiega del tempo prima di confessarlo. C’è. Lo ripete a se stesso e lo ripete agli altri. Durante la conferenza stampa si parla molto del gioco di ruolo tra lui e la Buy. Ma è l’istrionico ex Michele Apicella a tenere banco. A ribadire quanto sia ormai difficile fare film in questo paese. “Sono solo duecento copie, purtroppo è un periodo difficile. Se non altro non ho sforato come budget come negli ultimi due Abbiamo speso sette milioni di euro” Per quanto riguarda il film, la storia (autobiografica o meno) regge, fa commuovere e ridere molto con uno stralunato e smemorato Turturro. Uscirà il 16 Aprile, giovedì. Il giorno esatto della scelta (in concorso o meno?) a Cannes. Moretti non ci bada: “Da Cannes accetto tutto”

AMELUK

Abbiamo riso. E anche tanto. L’anteprima di Ameluk si è rivelata un successone. Applausi a scena aperta che hanno accompagnato i titoli di coda del progetto pugliese dal 9 Aprile nei cinema. Mimmo Mancini ha fatto centro raccontando, insieme ai protagonisti del cult movie “LaCapagira”, le vicende di un tranquillo Venerdì Santo a Mariotto (minuscolo paese della Puglia). Giornata di Via Crucis, con Gesù impersonato da un…musulmano! Scalpore in tutto il mondo, faide paesane intrise di becero populismo, di buoni valori e di un pizzico di cinismo. Su tutti Cosimo Cinieri. Per molti è un’opera prima. Di valore.

Tratto da una storia che potrebbe anche essere vera