Incontro con Niccolò Agliardi – Quando la realtà supera la fantasia

Non è il primo e non sarà certo l’ultimo cantautore a cimentarsi nella scrittura di un romanzo. Ma Niccolò Agliardi (uno dei più stimati compositori italiani) ama mettersi in gioco e raccontare in Ti devo un ritorno (Ed. Salani) una vicenda talmente surreale quanto piena di significati.

Tutto nasce da una storia vera anche se misconosciuta. Una vicenda giudiziaria al limite della follia. E’ il 2001 quando Emilio Andrés Parra (narcotrafficante spagnolo) compra uno yacht, chiamato Mario, a Las Palmas alle Canarie e incarica il siciliano Antonino Quinci di andare in Venezuela a recuperare 540 kg di coca. Ma nel viaggio di ritorno, come in un film, l’imbarcazione perde il timone. Quinci non si da per vinto e dopo due mesi in balia delle onde nell’ Oceano atlantico, ormai disidratato, decide di farsi ricoverare. Non prima di aver nascosto il carico in fondo al mare con reti e ancore. Da lì l’incubo che dura ancora oggi. Un’intera generazione di ragazzi divenuti tossicodipendenti, tre dei quali morti per overdose nella prima settimana.

Chi sono i protagonisti di questo libro, Niccolò?

Più che protagonisti, sono “eroi”.  C’è Pietro, milanese, trentadue anni appena divenuto orfano del padre. Una vita di mancanze e di paure. E’ un surfista mancato e non riesce a far decollare la propria vita, né tanto meno a darle una direzione. La sua fuga da Milano e l’approdo nelle Azzorre lo fanno improvvisamente crescere. Lì incontra un ragazzo di diciannove anni, Vasco, e con lui instaura un rapporto di amicizia molto simile a quello che un padre può avere con un figlio. Purtroppo, come nella realtà, arriva anche qui un naufragio che porta sull’ isola un carico di cocaina che stravolgerà le loro vite e quelle dell’intera popolazione.

Quanto è stato difficile romanzare una storia talmente cruda?

La difficoltà è stata nel farla apprezzare agli stessi editori. Erano convinti nel voler raccontare la vicenda, meno dalla mia visione. Mi sono sentito bocciato e sono anch’io scappato a Roma da una mia vecchia amica universitaria, oggi editor. Grazie a lei ho anche inserito delle figure femminili, molte delle quali simili a quelle che hanno attraversato la mia vita

Quanto c’è di autobiografico in questo racconto?

Fisicamente nulla, Pietro ha ancora tutti i capelli… Nel libro c’è il 70% di autobiografia, mentre in Pietro è presente il 20% di Niccolò.

Il 10% mancante è di Vasco?

No, di mio in Vasco non c’è nulla. Però voglio ricordare che Vasco parla con la lingua di Brando Pacitto di Braccialetti Rossi (senza di lui non sarei stato capace di dare colore ai dialoghi presenti nel libro)

Ma Niccolò si è mai perso?

Assolutamente! E ho anche perso treni, pullman, aerei come scrivo nel libro. Ora non è più un problema. Navigo a vista però ho la bussola nella stiva. Non mi sento smarrito

Nella sua carriera Milano è stata sempre al centro di tutto. Qual è il suo rapporto con la città?

Milano la amo molto di più ora rispetto a qualche anno fa. Forse perché sono quasi sempre a Roma. Ho il cuore dislocato, adoro entrambe le città. Il ritorno è però necessario per una questione di coerenza. Amo perdutamente Roma ma ho una voglia matta di tornare a dormire nel mio letto

A quando un prossimo disco?

Ora i brani stanno “riposando”. Continuo a scrivere per altri artisti (Simili di Laura Pausini è la sigla di Braccialetti Rossi) ma non ho più la smania di apparire o il vezzo di ascoltare le mie canzoni in macchina. In questo momento il mio unico obiettivo è far leggere il romanzo!

@100CentoGradi

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