Stranger Things 5

Stranger Things 5: cresce l’attesa del finale di stagione su Netflix


Attendo come una ragazzina il finale di stagione di Stranger Things 5

Una serie che mi ha rapita dalla prima all’ultima sequenza. L’eterna lotta tra il bene e il male, il lato oscuro che è in ognuno di noi e che può palesarsi indomito o essere addomesticato (come si fa con un animale selvaggio), ha sempre il suo fascino. Tutto parte sempre da lì… E la lotta contro il male che tutto vorrebbe ingoiare, la battaglia eterna per la sopravvivenza del pianeta da parte un gruppo di intrepidi ragazzini, con il supporto di qualche adulto o genitore più illuminato, può fare la differenza!

Non è tratto da una storia vera, ma Stranger Things è fortemente ispirato a leggende urbane, teorie del complotto e film di fantascienza degli Anni ’80, in particolare alle teorie sul Progetto Montauk, che esplorava esperimenti segreti del governo su bambini e viaggi nel tempo, e all’opera di due grandi mostri sacri: Stephen King e Steven Spielberg. 

Vedere per credere!

Stranger Things 5

Dopo gli eventi della quarta stagione, nell’autunno del 1987, il gruppo si mette sulle tracce di Vecna con l’obiettivo di trovarlo ed eliminarlo, dopo che le Spaccature si sono aperte a Hawkins. La missione si complica quando l’esercito arriva in città e inizia a dare la caccia a Undici…

Da vedere tutto d’un fiato! Può essere una buona maratona di Capodanno…

Nel cast brillano:

Good Boy

“Good Boy” di Leonberg aprirà Alice nella Città

Dal 15 al 26 ottobre a Roma

L’atteso film di Ben Leonberg aprirà la XXIII edizione del festival, in programma dal 15 al 26 ottobre, parallelamente e in agreement con la Festa del Cinema di Roma, all’Auditorium Parco della Musica, all’Auditorium Conciliazione, al Cinema Adriano e altre location in città.

GOOD BOY il punto di vista di un cane

Opera prima low budget e indipendente, nata come esperimento da un cortometraggio firmato dallo stesso regista e realizzata nell’arco di tre anni, diventata un caso cinematografico dopo l’esordio al SXSW Film & TV Festival 2025.  Un film indipendente che ha conquistato la critica  e che lavora su un concetto semplice, quello della paura maspostando l’attenzione su un punto di vista inedito: quello di un cane. Il film – sceneggiato dallo stesso regista con Alex Cannon – è raccontato interamente attraverso lo sguardo del cane Indy (il vero cane di Leonberg). Una scelta fatta per ricreare un’atmosfera di suspense sfruttando la capacità degli animali di percepire cose che gli umani non possono sentire.

Ci siamo mai chiesti perché il nostro cane fissa gli angoli vuoti, abbaia senza motivo o si rifiuta di entrare nel seminterrato? “Good Boy” è la storia di un cane che vede tutto ciò che si aggira e fa paura nella notte.

Il trailer del film ha superato milioni di visualizzazioni online, trasformando un piccolo horror indipendente in un potenziale blockbuster internazionale, grazie al seguito di giovani e giovanissimi che hanno ricondiviso in maniera virale le immagini sui social.

Il regista Leonberg e il suo cane

Il film, tenero ed inquietante allo stesso tempo, mette al centro il racconto di un’alleanza quotidiana, quella del rapporto cane-padrone e la usa come lente d’ingrandimento per leggere le nostre angosce. Niente animali parlanti, solo spaventi terrificanti.

Frank Scheck di Hollywood Reporterha particolarmente apprezzato il lato emotivo del film.

“Stephen King, una delle mie più grandi ispirazioni horror, dice spesso che trae le sue idee da scenari ipotetici del tipo ‘e se…’: cosa succederebbe se uno scrittore alcolizzato rimanesse bloccato con la sua famiglia in un hotel infestato? (“Shining”), spiega il regista Ben Leonberg.

Cosa succederebbe se un’adolescente vittima di bullismo scoprisse di avere poteri telecinetici? (“Carrie, lo sguardo di Satana”). Nel 2012, mentre rivisitavo l’apertura di Poltergeist, mi colpì un “e se…” a tal punto da farmi tremare: e se il cane di famiglia fosse l’unico a sapere che la casa è infestata? Good Boy – prosegue – è il risultato di quella domanda. È un thriller paranormale concreto raccontato dal punto di vista di un cane, un compagno leale e quotidiano, spinto in circostanze straordinarie. In sostanza, Good Boy è una storia su come affrontare un’oscurità così universale da trascendere le specie e sulla terrificante domanda di cosa potrebbe accadere quando perfino il nostro più leale protettore percepisce qualcosa che noi non possiamo percepire?”

Giovani e horror secondo Alice nella città

“I giovani hanno un rapporto speciale con l’horror, perché racconta le loro inquietudini. Per questo – dicono condirettori di Alice nella città Gianluca Giannelli e Fabia Bettini – siamo convinti di aprire il festival con ‘Good Boy’, un’opera prima che condivide con lo spirito della selezione di quest’anno, una consapevolezza che i bambini conoscono bene: che l’oscurità e la paura non abitano in contrade remote, ma si trovano subito in fondo alla strada, dietro l’armadio o sotto il letto. Il film di Ben Leonberg ci ricorda che la linea tra bene e male non è scomparsa: si è solo fatta più sottile. Più simile alla vita”.

Zampaglione Baraldi

Il ritorno di Zampaglione regista

Torna dietro la macchina da presa l’eclettico e instancabile Federico Zampaglione.

Dopo aver conquistato pubblico e critica con The Well, in giro nei più importanti festival internazionali e distribuito in oltre cento paesi, Federico Zampaglione annuncia il suo ritorno dietro la macchina da presa.

Zampaglione e The nameless ballad

Le riprese di The nameless ballad, il suo nuovo film horror, che per la prima volta porterà sul grande schermo un incubo ambientato nel mondo della musica, universo che Zampaglione, tra note, ombre e sangue, ben conosce.

Sento il bisogno di raccontare un mondo che conosco profondamente, in tutte le sue forme e deformazioni la musica può essere una benedizione o una maledizione. Questo film sarà un viaggio notturno tra verità taciute, passioni tossiche e orrori reali e metaforici. Sarà il mio horror più personale e provocatorio”. Così lo stesso artista.

Sceneggiato da Zampaglione con Barbara Baraldi, autrice di punta della narrativa dark italiana, nonché curatrice del fumetto Dylan Dog.

L’annuncio arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni dello stesso Zampaglione (in tour con la sua band Tiromancino, che festeggia i 25 anni dell’album La descrizione di un attimo), che ha oltretutto acceso il dibattito denunciando con fermezza il fenomeno dei “finti sold out” nei concerti, mettendo in discussione le dinamiche opache e manipolatorie che spesso regolano l’industria musicale. Un tema che sarà centrale anche nel film.

Un horror (prodotto dalla Somic Film, una nuova società dalla visione moderna e internazionale) che non si limiterà a spaventare, ma che intende colpire nel profondo, svelando il lato oscuro del mondo dello spettacolo. disturbante e provocatoria

Danny Boyle

Vacanze romane per Danny Boyle “24 Anni dopo, non solo horror”

di Orietta Cicchinelli

“Memento Moris (che in latino vuol dire ricordati che devi morire) diventa memento Amoris” (ricordati di amare) in 28 Anni dopo, prezioso film di Danny Boyle, con Jodie Comer, Aaron Taylor-Johnson, Jack O’Connell, Alfie Williams e Ralph Fiennes, che sbarca nelle sale dal 18 giugno 2025.

Il regista Premio Oscar, che fa della curiosità il suo modus vivendi, è a Roma in questi giorni per presentarlo alla stampa. Intanto, il secondo capitolo della trilogia è già girato e si sta per iniziare il terzo, per cui è stata avviata una raccolta fondi.

Danny Boyle, i Teletubbies e la Brexit

23 anni dopo, arriva un nuovo capitolo di un cult (28 Days Later) che va oltre il genere horror come spiega lo stesso regista nell’incontro stampa al Cinema Barberini che precede di un giorno la Masterclass alla Casa del Cinema di Roma.
“Il film originale, nonostante i tanti anni passati, ha continuato a essere popolari. Ha sempre suscitato interesse particolare e con Alex Garland abbiamo paventato da subito la possibilità di fare sequel, ma solo quando è venuta fuori questa idea abbiamo proceduto a realizzare qualcosa. Ci premeva inserire nella storia i Teletubbies e la Brexit”, scherza Danny Boyle, dal sottopalco del grandeschermo che ha appena ospitato l’anteprima italiana dell’atteso lungometraggio.

Il cinema horror esorcizza le nostre paure

“Cosa attrae il pubblico de genere horror? Penso che sia il fatto che è incomprensibile attira per questo. Dopo il 1’ film avevamo detto che le donne non lo avrebbero visto, ma oggi la situazione è cambiata. Quando abbiamo fatto test del pubblico, il gruppo delle donne che restava dopo la proiezione si chiedeva se fosse giusto chiamarlo horror visto l’ampiezza dei temi trattati. In effetti l’horror è un genere molto flessibile che si può ampliare e declinare. E poi vedere horror aiuta a esorcizzare le nostre paure”.

Una trilogia per Danny Boyle

“L’horror è sempre più visto anche dalle donne perché ci siamo liberati degli stereotipi su cosa le donne dovrebbero e non dovrebbero fare. E poi loro conoscono bene il dolore…

In realtà la nostra idea è realizzare una trilogia anche se ciascun film è autonomo abbiamo girato il 2’ e stiamo lavorando per raccogliere fondi per il 3° capitolo. Il viaggio del ragazzino protagonista della storia (interpretato dall’ottimo Jodie Comer) è il viaggio del film (dove ci si aspetta che il figlio faccia strada del padre), con dentro la Brexit della vecchia Inghilterra, dove l’uomo caccia, uccide. Ma il ragazzo rappresenta il progresso e va oltre, va sempre avanti”.

I ragazzi ai casting e l’eredità del Covid

“Il casting per scegliere il protagonista? È stato davvero facile, forse per l’effetto Harry Potter i giovani oggi hanno meno timore di buttarsi in scena: si chiedono “perché non posso anche io farlo” e rispetto al passato ci sono tanti più ragazzi bravi a recitare. Quando abbiamo fatto sequenza di Londra deserta – continua Danny Boyle – è stata una forte emozione: con il Covid quella era diventata un’immagine comune. Noi ci siamo adattati al Covid con il tempo dopo paralisi iniziale: dopo 28 anni la lezione è stata quella di correre qualche rischio di andare a caccia insieme. E anche il virus è mutato e ha cercato di sopravvivere. Come si vede nel film, sono emersi gli Alfa e i Lenti e bassi (le creature contaminate, ndr) che si muovono informi, strisciando nei boschi, sono frutto di una trasformazione del virus”.

Il Virus della rabbia

Così si chiama quello del film: un virus che è ovunque ormai, nel sociale come nel modo di agire di chi ci governa. “Quando abbiamo fatto il primo film abbiamo usato come paradigma – spiega il regista – la furia della gente al volante in macchina e poi ci siamo accorti che la rabbia fa parte della quotidianità: colpa della tecnologia che ci ha dato tanto potere individuale, per poi farci rendere conto che non siamo le persona più importanti del mondo. Tutti finiamo nello stesso posto (polvere alla polvere, per dirla con il Qoelet, ndr) e questo volevano indicare. Davanti al parlamento di Londra – racconta Danny Boyle – c’è un muro memorial a chi è morto per Covid. Un muro fatto dalla gente comune: un orribile muro di cemento armato coperto di bigliettini rosa per ricordare che siamo tutti connessi”.

Mancano i leader: la verità dell’informazione è la nostra salvezza

“Sono nemico del cinismo e sono ottimista, anche se faccio film dark. Unica cura per la noia è la curiosità e la mia infezione è questa e non la rabbia. La curiosità che resta sempre accesa e non la puoi combattere. La resistenza? Oggi giorno – assicura il regista – mancano leader che siano fonte di ispirazione e abbiano capacità di condurci e portarci avanti. Sì è pensato che un leader potesse essere la tecnologia, ma ora la cosa è molto lontana. La tecnologia offre opportunità ma è difficile avere cose di cui ci si possa fidare. Io, personalmente, credo nella BBC che offre informazioni libere ed è proprietà delle persone e credo che nel nostro paese sia l’unico posto dove informazione e immagine vengono sottoposte al vaglio per controllarne la veridicità. OìLa BBC offre informazioni che non sono di parte e questo è il luogo migliore della resistenza. Io mi fido!”.

La famiglia e i personaggi di 28 Anni dopo

“Volevamo fare un sequel che fosse basato sulla famiglia e sui personaggi. Volevamo realizzare film entusiasmante e avvincente per fans dell’horror, ma anche parlare famiglia di come si frantumano e di come il trauma abbia un forte impatto e come, grazie all’amore della madre, il figlio si allontana e prende un’altra strada rispetto al padre… La parte emotiva del film è rimandata ai 28’ successivi rispetto a quelli che normalmente Sony mostra nelle anteprime. Volevamo dare un respiro più ampio al film”.

Danny Boyle e luso delle moderne tecnologie

“Abbiamo girato quasi tutto con telefonini grazie alle moderne tecnologie: il 4k ormai si gira con qualsiasi telefono. Per la troupe è stata una sfida rilevante e destabilizzante, ma utile. Ci interessavano le fessure e non la perfezione del prodotto finale, le crepe sono più interessanti della perfezione”.

Chi sono o veri mostri?

In 28 Anni dopo gli Infetti combattono contro i sopravvissuti che banchettano sulle uccisioni compiute. Dunque, chi sono i veri mostri? “I veri mostri – chiosa il regista – si scopriranno nel secondo film. Abbiamo giocato con Teletubbies all’inizio della pellicola, i veri mostri sono quelli che si vedono alla fine, quelli di J. (una gang di sopravvissuti che usa la croce a testa in giù come simbolo e che non si limita a uccidere per difesa, ma fa della vittima un trofeo da esibire magari appeso per le gambe e con un sacchetto in testa! ndr)”.