La Befana nei Paesi dell’Appennino: calze, castagne e il valore della povertà che sa amare

🧹✨ Non ricordo una Befana che portasse oggetti costosi, ma ricordo benissimo quando i regali scaldavano. Oggi abbiamo case piene, mani vuote e un bisogno continuo di dimostrare di essere “in linea”.
Forse non siamo diventati più ricchi: siamo solo diventati più affamati.

Quel tempo, per me, ha un nome preciso: Castronovo Valle Rovero, piccolo paese circondato dai monti dell’Appennino abruzzese.


La Befana nei paesi dell’Appennino abruzzese

Alla fine degli anni Settanta, nei paesi dell’Appennino abruzzese, la Befana non era una festa commerciale ma un rito domestico.
Castronovo Valle Rovero era povero, sì, ma vivo. Il fumo dei camini saliva lento, le cucine erano il centro della casa e della vita, e il freddo si combatteva insieme.

Il camino serviva per scaldarsi e per cucinare: polenta girata piano, pizza al coppo, patate sotto il coppo, con il profumo che riempiva tutta la casa.

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La calza della Befana sotto il camino

La Befana arrivava in cucina.
La sera del 5 gennaio appendevamo la calza sotto il camino: una calza vera, spesso spaiata, rammendata, legata con uno spago a un chiodo storto. Non era bella, ma era nostra.

Bastava vederla appesa per sentire che stava per succedere qualcosa di importante.

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Dolci, castagne e clementine: il valore del poco

La mattina ci si svegliava presto, con il freddo che ti mordeva la faccia.
La calza era gonfia, pesante, più grande di come l’avevamo lasciata.

Dentro c’era “ogni ben di Dio”: dolci fatti in casa o comprati con parsimonia, perché i soldi non li avevamo e non c’era da scialare.
Clementine, tante noci e castagne — quelle della nostra terra — anche per fare volume, ma per noi erano una ricchezza vera.

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Il carbone fatto in casa: una lezione silenziosa

Il carbone della Befana non si comprava.
Si prendevano i tizzoni arsi del giorno prima e si incartavano con cura, come fossero veri regali. Perché qualche marachella ci sta.

Era un’educazione silenziosa: niente prediche, niente umiliazioni.
Solo affetto, misura e senso delle cose.

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Natale, un solo regalo e tanta attesa

La Befana era il prolungamento del Natale.
A Natale si aspettava Babbo Natale, che portava un solo giocattolo, “comprato al negozio”. Uno soltanto, ma vero.

Per il resto si inventava, si costruiva, si aggiustava.
La povertà non era una colpa, era una condizione condivisa.
E dentro quella mancanza c’erano fantasia, attesa e sentimenti non interessati.

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Consumismo e regali tecnologici: quando niente basta più

Oggi di grana ce n’è fin troppa, eppure non basta mai.
I regali tecnologici non sono mai all’altezza se non sono l’ultimo modello dopo il penultimo. Bisogna essere in linea, inseguire le mode, consumare e consumare.

Gli oggetti nascono già vecchi.
Il regalo non dice più “ti ho pensato”, ma “sei all’altezza?”.
E anche i sentimenti rischiano di diventare merce.

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La ricchezza che non si compra

Ripensando a quella calza sotto il camino, alle castagne e al carbone incartato, capisco che non era nostalgia.
Era misura.
Era senso.

Il poco obbligava a sentire di più.
A dare valore ai gesti.
A riconoscere l’amore dove oggi vediamo solo mancanza.

Forse la vera ricchezza stava lì, in una cucina calda di Castronovo Valle Rovero, mentre fuori i monti dell’Appennino custodivano il silenzio.
E forse la vera povertà è arrivata dopo, quando abbiamo smesso di aspettare e abbiamo cominciato solo a consumare.

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