L’effetto domino di Malika Ayane

 

 

Quanto è difficile avere successo, essendo artiste raffinate, nel panorama musicale odierno? Se parliamo di Malika Ayane, la risposta è ovvia: semplicissimo. La sua grazia, accompagnata alla particolarissima voce, raggiunge l’apice con il quinto lavoro, uscito da due mesi esatti nei negozi. Domino, il titolo, si compone di dieci tracce tutte scritte dall’artista milanese (la maggior parte in coppia con Pacifico). Solo cinque dischi in dieci anni di carriera, la Ayane ha sempre preferito la qualità alla quantità ed è sempre stata premiata dal pubblico. Cantautrice di nicchia? Forse, anche se i singoli estratti dai suoi album sono sempre in alta rotazione nelle airplay radiofoniche. Partita da Feeling better, passando per brani come i sanremesi Come foglie e Ricomincio da qui (due gioielli) arricchendo la sua carriera con la splendida Il tempo non inganna, Malika non tradisce e con Sogni tra i capelli mantiene altissimo il livello. Sicuramente più impegnato dell’estivo e orecchiabile Stracciabudella. Voce, musica e… un fischiettio coinvolgente. Stasera il tour della Ayane fa tappa a Roma: tour originale e ambizioso: due concerti nella stessa città, come capita dalla prima tappa (il 6 novembre a Genova). Il primo in teatro, in compagnia di cinque strumentisti: Daniele Di Gregorio alla marimba, Carlo Gaudiello al piano, Marco Mariniello al basso, Jacopo Bertacco alla chitarra, Nico Lippolis alla batteria. Il secondo, il giorno dopo, in un club con i soli Bertacco, Lippolis e un synth suonato dalla cantante. “Nei concerti nei teatri cercheremo di sviluppare il piano dell’ascolto: tanti strumenti suoneranno meno e suoneranno assieme. Il giorno dopo, nei club, quasi solo due strumenti faranno muri di suono, loop, effetti. Jacopo, poi, è pazzesco, quando tocca lo strumento sembrano tre chitarre. Sarà stupefacente”. Oggi on stage all’Auditorium Parco della Musica, domani sera al Monk.

 

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Pamela, il ritorno… a metà. Aspettando Sanremo

Ventitré anni di assenza dalle scene discografiche. Un record, almeno per il nostro paese, appartenuto finora a Giorgio Gaber (dal 1987 al 2001, almeno come registrazioni inedite). Pamela Petrarolo, torna alla ribalta con A metà, terzo lavoro dell’artista romana dopo i clamorosi successi raggiunti con Io non vivo senza te (1994) e Niente di importante (1995).

Bentornata Pamela! Cosa hai fatto in tutti questi anni?

Innanzitutto due figlie, mi sono limitata a due, a distanza di dodici anni l’una dall’altra. Un po’ di teatro, ospitate televisive e dopo tantissimi anni ho deciso di rimettermi in gioco come cantante

Quasi un quarto di secolo. Mancanza di proposte o altro?

In realtà il terzo progetto discografico doveva arrivare quasi subito dopo la fine del periodo di Non è la Rai ma non c’era nulla di così efficace che mi facesse pensare a continuare immediatamente la carriera. Sono stati i fans, che non mi hanno mai abbandonata, a convincermiOltre a questo, io nasco come un personaggio televisivo. Poi, grazie a Gianni Boncompagni, scoprii di poter cantare con la mia voce. Lui mi definì The Voice. Nel programma eravamo tante ragazze famose unite dal playback. Ero una delle poche a non usufruirne

Nel disco c’è un solo inedito…

La scelta è stata quella di riproporre in una nuova veste i più grandi successi dei primi due album. Nuovi arrangiamenti per nuove generazioni: per assurdo, considerando il lasso di tempo, potrebbero essere considerati quasi tutti inediti

Cosa ti aspetti da A metà?

Sarebbe un sogno ritornare ai vecchi numeri. Tanti anni fa vendetti ben quarantamila copie di dischi. Oggi sarebbe impensabile. Il mercato è nettamente cambiato e la musica è fruibile in tantissimi modi.

Sarebbe possibile al tempo dei social, realizzare nuovamente un programma come Non è la Rai?

Assolutamente no. Oggi è impensabile. Ci sono troppi haters. All’epoca eravamo molto ingenue, la nostra era una televisione pulita e neanche ci accorgevamo di non essere simpatiche a tutti. 

Cosa c’è nel futuro di Pamela?

Stiamo lavorando per Sanremo. Per il 2019 è troppo tardi. Con i miei autori eravamo indecisi tra scegliere di mandare un provino al Festival oppure aspettare e realizzare il disco. Ma per la prossima edizione ci proverò sicuramente. Vedremo se sarò in grado di scendere o cadere dalle scale…

Un ricordo di Gianni Boncompagni. Nel disco, aprendo il libretto c’è una dedica commovente. Quanto manca alla televisione italiana?

Gianni manca a prescindere, mi ha insegnato tutto. Televisione a parte, un’impronta come la sua mancherà sempre

 

PIERLUIGI CANDOTTI

Il karma in un paio di scarpe – La festa

Un doppio battesimo: libro e club. Un connubio perfetto per una serata da ricordare. Il terzo romanzo della giornalista Orietta Cicchinelli ha visto la luce nella serata di ieri nel neonato Club Dei Professionisti nel quartiere romano di Monteverde. A fare gli onori di casa l’attore e doppiatore Luca Intoppa, chiamato a leggere due passi del libro Il Karma in un paio di scarpe che, la giornalista di Metro ha scritto narrando la storia di Antonio, classe 1960, ex camorrista. Presenti al tavolo, lo stesso protagonista e i due editori: Gianluca Galletti di Tuga Edizioni e Tony Lupetti. Tra il numerosissimo pubblico: la giornalista del Corriere della Sera Simona Cangelosi, la costumista Paola Nazzaro, lo speaker Gianluca Polverari, la poetessa Liliana Cicchinelli e i ragazzi del 2004 della scuola calcio Vis Aurelia. Per l’ideale passaggio di consegne, anche Giovanni Muzi, il legionario Hijo de Puta.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

Woman’s Night, le donne al Vittoriano

In una splendida cornice… Quante volte viene detta questa frase, molte delle quali a sproposito. Ma mai come ieri sera non è stato un azzardo pronunciarla. Il Piazzale del Bollettino del Vittoriano, autentico gioiellino incastonato nel complesso monumentale in piazza Venezia, a Roma ha ospitato una serata interamente dedicata all’altra metà del cielo. Woman’s Night, il titolo: un viaggio nell’universo femminile attraverso il linguaggio universale della musica e dell’arte. Cinque donne, amiche per una notte (e poi chissà) sul palcoscenico a emozionare il pubblico presente. Più di mille persone e tante altre rimaste fuori per godersi i virtuosismi di Rita Marcotulli al pianoforte, le incredibili capacità vocali di Nicky Nicolai, la voce incantevole di Karima, la sorprendente Violante Placido e Noemi, per la quale sono quasi finiti gli aggettivi. A fare gli onori di casa e a realizzare diversi siparietti con le artisti, il sassofonista Stefano Di Battista, tra le tante cose marito della Nicolai. E proprio loro si sono battibeccati simpaticamente di continuo in una sorta di Casa Vianello al femminile. Quasi tutto straniero il repertorio, pescato a mani basse dai grandi della musica jazz. Si è distinta Karima con un omaggio a Luigi Tenco (Vedrai Vedrai), la stessa Nicky Nicolai (con una versione molto mineggiante di Se stasera sono qui) e la Placido, impegnata in due pezzi dell’indimenticabile Marilyn Monroe. Poi, tutte insieme, nel gran finale, eseguendo La bambola di Patty Pravo. Due ore piene di musica, musica vera. Senza tempo di annoiarsi. Una ventata d’aria fresca per dimenticare l’afa opprimente e il periodo storico disgraziato che sta attraversando il nostro paese (per non parlare, poi, di Roma nello specifico). Bene hanno fatto le girls a non fare alcun accenno alla situazione politica. Soltanto Karima e Nicky hanno lanciato qualche frecciatina. Ma una serata del genere ha dimostrato quanto la diversità (in questo caso musicale) unisce le persone e non le divide. Mai.

L’evento rientra nell’ambito della rassegna ArtCity promossa dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, per valorizzare l’identità e la bellezza del Monumento a Vittorio Emanuele. Il Polo Museale del Lazio risponde a questa domanda con un programma di ampio respiro, che mette spalanca i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura

PIERLUIGI CANDOTTI

Foto © Ansa

Laura Regina di Roma

La Pausini ce l’ha fatta. E l’arena del Circo Massimo, solo una settimana dopo il live di Roger Waters è tornata a riempirsi in una serata romana umidissima, senza un filo d’aria. Caldo che non ha scoraggiato le migliaia di fan accorsi da ogni parte d’Europa per assistere all’esibizione della Regina del pop italico. La paura di non farcela, dichiarata a pochi istanti dall’inizio e ribadita sul palco ha lasciato spazio a poco meno di tre ore di hit, partendo da Non è detto (primo singolo dell’ultimo fortunatissimo disco) fino ad arrivare ad E.STA.A.TE (tormentone di questa stagione) secondo pezzo in scaletta, ripreso anche nello scoppiettante finale. Scoppiettante in tutti i sensi, con coriandoli sparati da 41 cannoni e fuochi d’artificio ovunque. “Sono venticinque anni che provo a meritarmi il vostro affetto e ancora non so se ci riesco. Sono una perfezionista, non sono sicura che andrà tutto bene ma ci metto il cuore. Sempre”, una delle sue frasi prima del secondo dei sei medley. Sono troppe le hit della Pausini, a cantarle tutte per intero non basta il tempo tiranno. Quindi si cerca di lasciarne traccia, cantandone anche solo un pezzetto. Il cuore, si diceva. Come quello del chitarrista Paolo Carta, compagno nella vita di Laura, toccato durante Lato destro del cuore. L’emozione con lacrime durante La Solitudine, i cambi d’abito (un vestito che, non fosse per la gonna, ricorda molto quello del suo esordio sanremese), Vivimi (ancora adesso una delle più intense) e tanto altro. Laura, prima donna ad esibirsi al Circo Massimo (fu anche la prima ad esibirsi a San Siro e a realizzare tour negli stadi italiani) per una notte si è presa Roma. Ed è protagonista spettatrice del concerto, come quando prende il telefono di una ragazza e riprende il pubblico. O quando fa salire sul palco un neodiciottenne con indosso solo i bermuda e un altra fan per cantare la celebre Non c’è. E, giochi di parole a parte, non c’è nulla di preparato. Vero animale da palcoscenico, se lo mangia e lo domina da artista consumata. Prossimo obiettivo? Lei risponde:”Il Colosseo!”. Audace, visto che Beyoncé non  è ancora riuscita ad avere l’ok per realizzare il suo video ? Forse, ma niente è impossibile. E stasera si ripete, prima del tour mondiale in partenza dal 26 a Miami.

PIERLUIGI CANDOTTI

Pino è

 

La notte più lunga e più bella della musica italiana. L’omaggio postumo più significativo nei confronti di un artista. La notte dei miracoli (anche se si scomoderebbe un altro cantautore che ci osserva dall’alto). Così era stata presentata Pino è, andata in scena ieri sera davanti a poco più di 45mila anime, allo stadio San Paolo di Napoli. Terra di Pino Daniele, a tre anni dalla morte. Non solo: RaiUno e ben 9 network nazionali hanno diffuso tutto il concerto. E l’inizio non è stato certo deludente: sul palco la storica band Napoli Centrale con un James Senese che proprio non riesce a invecchiare (e meno male) e sullo schermo Pinú, in un duetto virtuale da brividi sulle note di Yes I Know my way. Ma ben presto, il delirio. Tra microfoni non funzionanti, canzoni pastrocchiate e inutilmente urlate (quando mai Daniele si canta così?) e inutili interventi (vedi Vanessa Incontrada e l’imbarazzante Alessandro Siani) si è andati avanti sperando in un piccolo miracolo. Ci ha pensato, all’improvviso (ed è parso un segno del destino) la cara e vecchia Mamma Rai, stroncando il duetto tra Eros Ramazzotti e Jovanotti (A me me piace ‘o blues) con gli spot. Al rientro, come se nulla fosse, l’accanimento è diventato completo: pezzo ricominciato daccapo. Lorenzo ha dichiarato che avrebbe potuto cantarla anche 19 volte, una e mezza è già abbastanza. Ma ancora il peggio non era arrivato. E il peggio si è materializzato con le sembianze di Enrico Brignano. Il comico romano è stato bombardato dai fischi per un monologo che accomunava Roma e Napoli nell’incuria e nell’immondizia. Come se già non fossero tesi i rapporti tra le due città non solo per mere questioni calcistiche. Una parte di Napoli non ha mai perdonato a Pino Daniele la sua scelta di andare a vivere tra la Toscana e Roma, pur non rinnegando mai le sue origini partenopee. Le note positive sono arrivate da una sublime Fiorella Mannoia (a suo agio anche nel tenere a bada Elisa in Quando), Claudio Baglioni (discreta l’interpretazione di Alleria, ottimo in Io dal mare, bella forza, è un suo pezzo…) e Giuliano Sangiorgi, ma solo nel duetto con Fiorella in Terra mia. Emozionante Vincenzo Salemme, la figlia di Pino (Sara) e il finale con il coro Napule è. Nel mezzo un Venditti e un De Gregori che hanno preferito non avventurarsi, scegliendo brani loro (di livello Generale, cantata dal Principe con Enzo Avitabile). Il contorno da Emma a Gianna Nannini, passando per Il Volo (onnipresente a dispetto dei santi) non ha onorato l’artista. Numerosi meme sui social hanno dato voce, simpaticamente, a un Pino Daniele in forte imbarazzo. Ma se l’intento era solo quello di ricordarlo e di amarlo per una notte ancora, nessuna lamentela. Magari, la prossima volta, con meno improvvisazione.

PIERLUIGI CANDOTTI

 

 

 

 

Meta-Moro, il festival è vostro

Sono Ermal Meta e Fabrizio Moro i vincitori della 68°edizione del Festival di anremo con il brano Non mi avete fatto niente. Vittoria annunciata, messa in discussione per via di un regolamento incomprensibile, ma meritata. Secondo posto (e vincitori morali) per Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza. Terza la sorpresa Annalisa con Il mondo prima di te

 

 

 

Risultati a parte, doveva essere la serata di Laura Pausini e in un certo senso lo è stata. Dopo aver cantato la sua “nuova” hit (le virgolette non sono messe a caso, la melodia è sempre la stessa da lustri) Non è detto, cerca di duettare con Baglioni sulle note di Avrai (facendo il resoconto dei pezzi massacrati, bisognerebbe chiedere i danni al diretto interessato) e chiude con uno dei brani minori della sua discografia: quella Come se non fosse stato mai amore, di quasi quindici anni fa, cantata uscendo dal teatro e buttandosi tra la folla. Il tutto con il vestito di scena (ma non era reduce da febbre e laringite?). Non solo: la performance è stata parzialmente rovinata, almeno per il pubblico a casa, da problemi di trasmissione, segnalati in molte parti d’Italia, che hanno oscurato a tratti la visione sui televisori. L’altra super ospite, Fiorella Mannoia ha (in)cantato eseguendo con Claudio Baglioni Mio fratello che guardi il mondo (brano scritto da Ivano Fossati) al termine di un monologo di Pierfrancesco Favino che ha commosso lui, prima di tutti. Tutti sì, forse non quel politico “che non possiamo inquadrare perché siamo in par condicio” presente in sala, accompagnato dalla gentil donzella. L’attore romano ha portato sul palco dell’Ariston un brano da La notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès, storia di estraneità e di esclusione, appena andata in scena all’Ambra Jovinelli di Roma. In un crescendo di pathos, ha recitato con le lacrime agli occhi. Dalla (dura) realtà alla tragicomica entrata in scena del trio Renga-Pezzali-Nek, tre carriere di tutto rispetto unite per chissà quale motivo. Alla vigilia del tour, niente di meglio che prendere una mannaia e buttare in vacca anche Strada facendo con il povero Max intimidito. Fortuna ha voluto (si era già a domenica) che non abbiano cantato la loro Duri da battere. In confronto Capitani coraggiosi di Baglioni-Morandi era da Grammy.

Serata aperta da Ultimo, il vincitore delle nuove proposte, con la scritta la libertà è sacra come il pane (verso del brano Libero di Fabrizio Moro) stampata sulla maglia e proseguita con il previsto ologramma di Mina nella solita sponsorizzazione Tim. Roba già imbarazzante nella teoria, da vietare ai minori nella messa in atto. Parlando della gara, è tornata in scena Paddy Jones (la vecchia che balla) durante il brano de Lo Stato Sociale e ha fatto alzare in piedi tutto il suo pubblico con la sua carica d’energia (ultraottantenne la signora…) portando il delirio anche in sala stampa. Il momento più emozionante l’ha regalato Renzo Rubino. Mentre il concorrente si esibiva sul palco dell’Ariston, sullo sfondo i nonni materni, Giacomina Fasano, chiamata nonna Mimma, e Michele Bufano, lo hanno accompagnato danzando per poi salutarsi con un romantico bacio. Il nonno, tra le altre cose, è stato protagonista della copertina del cd Il gelato dopo il mare e del 45 giri festivaliero appena uscito nei negozi.

Prima del verdetto finale, omaggio a Enzo Jannacci sulle note de La canzone intelligente con protagonisti Baglioni, la Hunziker, Favino e (finalmente) Sabrina Impacciatore. Le altre posizioni:

4) Ron

5) Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico

6) Max Gazzè

7) Luca Barbarossa

8) Diodato – Roy Paci

9) The Kolors

10) Giovanni Caccamo

11) Le Vibrazioni

12) Enzo Avitabile e Peppe Servillo

13) Renzo Rubino

14) Noemi

15) Red Canzian

16) Decibel

17) Nina Zilli

18) Roby Facchinetti-Riccardo Fogli

19) Mario Biondi

20) Elio e le storie tese

Premio della Critica Mia Martini a Ron con Almeno pensami. Premio della Sala Stampa Lucio Dalla a Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza. Il premio Sergio Bardotti assegnato dalla giuria degli esperti (presieduta da Pino Donaggio) è andato a Mirko e il cane

L’edizione numero 68 del Festival di Sanremo si congeda con un grande risultato di ascolti: ieri sera sono stati 12 milioni 125mila i telespettatori sintonizzati su Rai1, che ha portato la Gara canora più famosa d’Italia a totalizzare uno share del 58,3%. Il dato è sostanzialmente simile a quello dello scorso anno, quando gli spettatori erano stati 12 milioni 22mila e lo share del 58,41%. Per entrare nel dettaglio dei numeri, la prima parte della sfida conclusiva ha ottenuto 13 milioni 240 mila spettatori con il 54% di share, la seconda 10 milioni 401 mila con il 68.9%. Nell’access prime time, rispetto alle altre reti, è sempre Rai1 a stravincere con Prima Festival, visto da 8.123.000 spettatori pari al 34.4% di share e a seguire Sanremo Start, che ha ottenuto 10.881.000 telespettatori e il 42,8% di share, il risultato più alto di sempre. Nonostante i dati della serata di chiusura di questa edizione si discostino solamente di poche centinaia di spettatori dalla 67esima edizione, quella condotta da Carlo Conti insieme a Maria De Filippi il festival targato Claudio Baglioni si conferma il migliore da molti anni a questa parte. La media di share della quarta serata, prima della finale, ha totalizzato il 51.1% di share. Per trovare un dato migliore, è infatti necessario risalire al Sanremo condotto da Fabio Fazio con Renato Dulbecco e Laetitia Casta, che ottenne il 54.06%. Nel 2017, invece, la prima parte dell’ultima serata di Sanremo aveva avuto 13 milioni 602 mila spettatori con il 54.18%, la seconda 9 milioni 767 mila con il 69.65%.

@100CentoGradi     

 

 

 

 

 

Ultimo è primo. Ma sbanca Lo Stato Sociale

 

E’ Ultimo il vincitore della 68° edizione del festival di Sanremo nella categoria giovani. Il pubblico ha rumoreggiato a lungo (preferiva vedere sul gradino più alto del podio Mudimbi o Lorenzo Baglioni, al quale visto il periodo storico di ignoranza non ha giovato di certo il cognome). Ma c’è da dire che il pezzo Il ballo delle incertezze resta in testa e funziona già benissimo in radio. Quindi, vittoria meritata. Una serata iniziata con… Heidi. Un po’ era attesa, va detto. Più che altro temuta. Ma Baglioni non ha voluto deludere i fan di Anima mia (programma storico condotto con Fabio Fazio che sdoganò il vecchio Agonia in un artista autoironico ai massimi livelli) e si è lanciato in una performance rock accompagnato da Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sulle note del pezzo lanciato da Elisabetta Viviani. Claudio è un perfezionista ma, nel controllare tutto, ha toppato troppe volte nei versi dei suoi brani. L’emozione e la timidezza a volte riaffiorano e giocano brutti scherzi. E’ capitato anche nell’esibizione di Amore bello cantata superlativamente da Gianna Nannini. La cantante senese dopo aver portato sul palco dell’Ariston Fenomenale (molto meglio aver puntato sul primo singolo che su Cinema, ora in radio) ha messo un tassello in più nella sua carriera di cover (già sperimentata con successo nel disco Hitalia). La quarta serata, dopo il boom delle prime tre ha dimostrato come anche il pezzo meno riuscito, riarrangiato a dovere può essere gradevole. Il vincitore morale (e chissà…) è stato Lo Stato Sociale, capace di portare a Sanremo (dopo la vecchia che balla) il Piccolo coro dell’Antoniano e Paolo Rossi (il comico, non l’uomo che fece piangere il Brasile) in una versione de Una vita in vacanza riveduta e corretta, a misura di bambino: nel ritornello la frase nessuno che rompa i c….è stata sostituita con nessuno che buca i palloni. Notevole anche la presenza di Alessandro Preziosi, ospite del trio Bungaro-Vanoni-Pacifico mentre l’inserimento di Alice nel brano Almeno pensami di Ron nulla ha aggiunto. Detto, logicamente, nel massimo rispetto della forlivese. Bravi Annalisa-Michele Bravi e I Decibel (Lettera dal duca insieme a Midge Ure guadagna moltissimo). Menzione speciale per Ermal Meta e Fabrizio Moro: hanno affidato a Simone Cristicchi il compito di leggere le parole di Antoine Leiris, l’uomo che perse la moglie al Bataclan e scrisse una lettera aperta ai terroristi pronunciando la frase che dà il titolo al brano, Non mi avete fatto niente. Il controcanto di Anna Foglietta ha nobilitato Passame er sale di Luca Barbarossa. Prima della fine della serata, il premio alla carriera. Quest’anno è andato a Milva, a ritirarlo la figlia con tanto di lettera scritta dalla rossa. Pubblico in piedi e parole di commiato. Il secondo ospite musicale della serata, Piero Pelù ha riproposto per l’ennesima volta Il tempo di morire di Lucio Battisti. Voleva essere un omaggio. Ma Battisti era già avanti ai tempi: le chitarre distorte non gli si addicono.

Secondo la giuria di qualità (presieduta da Pino Donaggio) zona blu per Vanoni-Bungaro-Pacifico, Ron, Diodato & Roy Paci, Ermal Meta & Fabrizio Moro, gialla per Lo Stato Sociale, Red Canzian, The Kolors, Annalisa, Enzo Avitabile & Peppe Servillo e rossa (quella a rischio) per I Decibel, Roby Facchinetti & Riccardo Fogli, Noemi, Renzo Rubino, Mario Biondi, Nina Zilli ed Elio e le storie tese

La serata è stata seguita in media da 10 milioni 108 mila telespettatori con il 51.1% di share. È il risultato migliore dal 1999 in poi, quando lo share fu del 54,06%. Scendendo in dettaglio, la prima parte è stata seguita ieri su Rai1 da 12 milioni 246 mila telespettatori (49.1% di share) mentre la seconda è stata vista da 6 milioni 849 mila (57.3%). Nel 2017, sempre la quarta serata del festival, aveva avuto nella prima parte 11 milioni 707 mila spettatori con il 45.53%, la seconda 6 milioni 213 mila con il 53.20%. L’anno scorso la quarta serata del Festival aveva ottenuto in media 9 milioni 886 mila telespettatori pari al 47.05% di share

@100CentoGradi

 

Paoli e Giorgia: emozione e nostalgia. Ma la serata è dei Negramaro

Finalmente Baglioni ha capito che cantando da solo può ancora dire la sua. La partenza con Via ha trasformato in una discoteca il teatro Ariston. Roba che se avesse continuato almeno con un paio di pezzi, si poteva tranquillamente chiudere il Festival e dare appuntamento al prossimo anno. Le Nuove proposte hanno al solito aperto la gara. Per primo Mudimbi con Il mago, Eva, (reduce da X Factor 2016), con Cosa ti salverà, Ultimo con Il ballo delle incertezze e Leonardo Monteiro con Bianca. E la giuria demoscopica premia Mudimbi, l’unico a dare un minimo di brio a giovani già vecchi. Che poi, le due categorie possono andare a braccetto tranquillamente. Vedere (e sentire) per credere l’esibizione de Lo Stato Sociale. La loro Una vita in vacanza con la ballerina âgé (Paddy Jones, la straordinaria “vecchia che balla”) ha fatto impazzire la sala stampa e si candida come outsider per la vittoria finale. Con loro è salita sul palco anche l’attualità perché i cinque ragazzi hanno, attaccati alle giacche, dei cartellini con i nomi di Domenico Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, i cinque metalmeccanici della Fiat reintegrati dopo il licenziamento, dichiarato illegittimo, ma mai tornati in fabbrica, nonostante venga pagato loro un regolare stipendio. Al termine dell’esibizione è balzata sul palco Virginia Raffaele, che sistemando il ciuffo del direttore artistico lo ha etichettato come sex symbol. «Lo sai che sei giovanile Claudio, ma come scendi bene le scale…da solo», dice Virginia. E ancora: «Ma che bello che hai invitato la tua prima fidanzatina, quella che balla con Lo Stato Sociale». Poi arrivano le imitazioni, Virginia nei panni di Michelle, “la badante svizzera”, finalmente fa ridere.  Battute sugli ologrammi degli artisti: «Non vedo l’ora di vedere Mina, perché Red Canzian sembrava vero». Povero Claudio, punchball del Festival. Ma incassa bene. Tornando allo Stato Sociale, nota di colore: nella serata dei duetti, hanno scelto di portare sul palco Il Piccolo Coro dell’Antonino. E un gruppo di bambini che canta a squarciagola quella parolina è un’immagine che Claudio Baglioni non vuole nemmeno immaginare. «Quando ho sentito il testo, ho detto al gruppo: siete sicuri di voler inserire la parola? Poi sentendo il pezzo e vedendolo ho cambiato idea. Credo che verrà edulcorato rispetto alla presenza del Piccolo Coro», racconta il direttore artistico.

Fuori gara, i Negramaro (destino, il loro simile a quelli di molti altri: eliminati a Sanremo, poi assurti nell’élite della musica italiana). Il ricordo di Mentre tutto scorre, poi La prima volta (il loro nuovo singolo) e l’immancabile duetto con Baglioni sulle note di Poster. E che duetto! Il più riuscito finora. Tornando alla gara, il brano di Luca Barbarossa (più si ascolta Passame er sale e più vengono in mente gli stornelli di Gabriella Ferri e di una Roma sempre più lontana) è davvero accattivante. Si spera che il pubblico non abbia voglia di mangiare sciapo. Da Roma a Napoli con Enzo Avitabile e Peppe Servillo (anche per loro il secondo ascolto migliora nettamente la prima impressione). Chi non vuole arrendersi al tempo che passa è Roby Facchinetti. Una stecca clamorosa durante il pezzo, interpretato con Riccardo Fogli e un’arrampicata imbarazzante sul pentagramma hanno definitivamente massacrato il brano (già bruttarello di suo). Noemi con una scollatura vertiginosa ha risvegliato gli ormoni. Il pezzo è quello che è: senza infamia né lode. Le emozioni vere arrivano dai duetti Giorgia-James Taylor e soprattutto da Danilo Rea e Gino Paoli con il ricordo di Fabrizio De André e Umberto Bindi. Con loro Baglioni: e allora La canzone dell’amore perduto e Il nostro concerto già immortali di loro assumono ancora più bellezza. Alla faccia degli esterofili. La chiusura con Una lunga storia d’amore vale tutta la serata. La classifica della sala stampa premia al momento Gazzè, Stato sociale e Meta-Moro. Nella fascia media The Kolors, Barbarossa, Avitabile-Servillo e all’inferno Facchinetti-Fogli, Caccamo, Noemi

La terza serata del Festival di Sanremo di Claudio Baglioni ha ottenuto in media 10 milioni 825 mila spettatori con il 51.60%. Un risultato eccellente, che migliora anche gli ascolti dell’anno scorso, quando la terza serata del festival di Carlo Conti e Maria de Filippi, dedicata alle cover dei successi del passato (tra gli appuntamenti più amati di Sanremo), aveva fatto registrare una media di 10 milioni 421 mila spettatori, pari al 49.68%.

E’ un risultato da record il 51.6% di share messo a segno dalla terza serata: bisogna risalire infatti al 1999, al festival condotto da Fabio Fazio con Renato Dulbecco e Laetitia Casta, per trovare un risultato più alto

 

@100CentoGradi

 

Perché Baudo è Sanremo

Ora devo andare, vi devo lasciare I brividi per quello che sembra un commiato e le lacrime accompagnate da un’ovazione.

Se ieri è toccato a Fiorello salvare la baracca, stasera non poteva che essere Pippo Baudo il gran cerimoniere di Sanremo. Un lungo sermone per ricordare a tutti chi è salito sul palco del Casinò, prima ancora dell’Ariston. Da Louis Armstrong a Bruce Springsteen, da Madonna a Sharon Stone fino alla scoperta di Giorgia, Laura Pausini, Eros Ramazzotti. Tutti devono qualcosa a Baudo. Lui deve (quasi) tutto a Sanremo. E ha giocato sulla sua frase storica: “l’ho inventato io”. Ed è tutto vero. Serata aperta dalla solita ghettizzazione per le nuove proposte. Relegarle in uno spazio denominato Sanremo Start (escludendole così dalla gara) significa trattarle con sufficienza e come un ingombro del quale disfarsene il prima possibile. Tanto vale abolire la gara o inglobare i ragazzi tra i big. Tra i giovani, classifica parziale, primo posto per Alice Caioli. Passando ai campioni, appare sempre più convincente il pezzo di Nina Zilli, sempre meno quello di Elio e le Storie Tese mentre il trio Vanoni-Bungaro e Pacifico merita tutti gli applausi del pubblico. Ron fuoriclasse, ogni ascolto del suo pezzo è una fitta al cuore. E’ toccato invece a Renzo Rubino prendere il posto di Ermal Meta e Fabrizio Moro sospesi precauzionalmente dalla gara dopo il caos accaduto nella notte (https://oriettacicchinelli.com/2018/02/07/il-festival-di-baglioni-e-di-fiorello-e-di-morandi/). Domani dovrebbero tornare. Oggi le comiche, insomma.

Il ricordo di Sergio Endrigo è stato quasi obbligato ma farlo così, con i ragazzi de Il Volo intenti a trasformare la sublime Canzone per te in una sorta di epopea melodrammatica equivale a perdere un’occasione.  Più tardi, con La vita è adesso, faranno di peggio. Mentre Biagio Antonacci alle prese con Mille giorni di te e di me cantata insieme a Baglioni ha messo tutto sé stesso. Ma non è bastato. Nelle sue corde il Fortuna che ci sei in airplay radiofonico. A ognuno il suo. E comunque in sala stampa nessuno ha ascoltato. Anche il più rockettaro conosceva a memoria ogni sillaba del brano e il Palafiori è diventato un enorme karaoke. Pierfrancesco Favino ha recitato Despacito, spacciandola per una poesia inedita di Federico Garcia Lorca per poi ballare (e bene!) con Michelle Hunziker. Ma è Sting che il pubblico aspetta. E lui, pur non in formissima non delude. Interpreta Muoio per te e accompagnato da Shaggy la deboluccia Don’t Make Me Wait, pezzo caraibico che anima un poco la platea. In riviera, se parli di Sting, viene rievocata Russians (era il 1986). Meglio non immalinconirci. Per allungare il brodo (fossero poche 14 canzoni…) niente di peggio di un bello spot per Franca Leosini con Baglioni nelle vesti di imputato per la sua Questo piccolo grande amore. E, neanche a dirlo, Claudio sbaglia non solo l’anno della premiazione avvenuta come canzone del secolo (1985 e non 84…) ma riesce nell’impossibile: inciampare nei versi del suo successo più famoso. Anche senza papillon (ieri storto, stasera dritto poi tolto del tutto) non ne va bene una. A mezzanotte e mezza arriva il professor Roberto Vecchioni. Ed è Samarcanda, è magia. Unico mistero: che senso strategico ha far cantare Il Volo presto e buttare Morandi e Vecchioni poco prima del Consorzio Nettuno? La chiusura è tutta da ridere con il Mago Forrest. Ed è passata l’una da un pezzo

Nella classifica parziale (voti della sala stampa), zona a rischio per Nina Zilli, Elio e le Storie Tese, Renzo Rubino Red Canzian purgatorio per Le Vibrazioni, Annalisa e i Decibel e zona blu per il trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, Ron e il duo Diodato-Roy Paci

Il pubblico continua a premiare il festival di Sanremo. Dopo gli ottimi risultati del primo appuntamento, la seconda serata è stata vista da 9 milioni 687 mila telespettatori con uno share del 47,7%, percentuale superiore dunque all’edizione 2017: un anno fa la seconda serata aveva raccolto una media di 10 milioni 367 mila spettatori ma la media di share era stata del 46,58%.

PIERLUIGI CANDOTTI